SU CHIARA E SULLE FESTE DELL'UNITA'
Pubblicato il 1 giugno 2008Non assegnata
Chiara Geloni è una bravissima giornalista di Europa. Prima che nascesse il quotidiano della ex Margherita lavorava al Popolo, la storica testata della Dc. Oggi militiamo nello stesso partito. Qualche giorno fa l’ho incrociata nel transatlantico della Camera e le ho detto che non mi era piaciuto il taglio di un pezzo uscito sul suo giornale e che stroncava le feste dell’Unità. Lei ha replicato con argomenti seri e poi mi ha spedito la mail che potete leggere qui sotto (la riproduco naturalmente col consenso di Chiara). E’ una lettera assai bella (secondo me) alla quale provo a rispondere sul blog. Buone cose
Ps. Oggi su Repubblica c’è un articolo sulla neo-associazione promossa da Zoro (alias Diego Bianchi), l’autore di un blog strepitoso e di una serie di filmati assai divertenti sul Pd. Tra le altre cose Zoro dice che “Cuperlo aspetta la convocazione della sua corrente per approfondire le ragioni della sconfitta: certi giovani non diventano proprio mai adulti”. Ora, immagino si riferisca a questo passaggio di un post di qualche settimana fa: “Ieri pomeriggio ho assistito a una parte (la più lunga) del seminario organizzato presso la Fondazione Italianieuropei sull'analisi del voto. C'erano diversi sondaggisti, un paio di bravi sociologi e politologi. E poi D'Alema, Veltroni, Fassino, Bersani, Fioroni, Marini, Latorre, Turco. Ho ascoltato con attenzione. Ho capito che abbiamo perso. Per quanto attiene al come tornare a vincere confido molto nei prossimi seminari”. Naturalmente era una battuta ma da stamane ho un dubbio. Voi l’avevate capito che era una battuta?
Carissimo Gianni,
ci ho ripensato ieri sera. Ero così arrabbiata per i toni e gli argomenti di Furio Colombo che probabilmente sono stata troppo
reattiva con te. E non ho preso abbastanza sul serio la tua malinconia per il nome della Festa. Non sia mai detto che io sottovaluti certe nobili nostalgie, o che non le comprenda. E se un amico teme che neanche i tortellini saranno più gli stessi bisogna interrogarsi, affrontare la cosa. E quindi. Quello che penso sulle nostre Feste l'ho scritto su Europa la scorsa estate,
di ritorno da una trasferta bolognese, e te lo allego, se mi perdoni l'autocitazione. Aggiungo solo un piccolo particolare, che nessuno ha notato ma io sì, eccome. In questi giorni i "capi" del Pd, quando parlano dei nomi delle feste e dicono che insomma ognuno le chiamerà un po' come vuole, dicono frasi tipo: naturalmente continueranno a esserci le feste dell'Unità,
quelle dell'Amicizia...Io allora me la rido sotto i baffi. Perché le feste dell'amicizia in teoria non esistono più da un sacco di anni. Quando nacque la Margherita l'Ideologo Ufficiale decretò che "amicizia" era parola da aborrire e dimenticare per sempre, e pure "festa" sapeva orridamente d'antico. "Giorni d'Europa" fu il nome ufficiale deciso nelle sedi proprie del Nuovo Partito. Non immagini noi qui al giornale le acrobazie che abbiamo fatto per non chiamarla nei nostri articoli con quel nome politicamente bandito, "festa". Si fece in quegli anni grande uso di "kermesse", "tradizionale appuntamento", "sei giorni" e altre acrobazie verbali. Piano piano, "festa" tornò lentamente ad essere parola tollerata. "Amicizia" invece no, mai. Ma invece sai cos'è successo? Che in giro quella parola hanno continuato a usarla come gli pareva: per convinzione, affetto, abitudine, chi se ne importa. Tanto che oggi tutti "credono" che le feste della Margherita si chiamassero così. Te lo racconto perché penso che non bisogna dare troppa importanza al nome. "Festa democratica" poi, lo ammetterai, è molto meno peggio che "Giorni d'Europa". È un po' come "festa popolare", lettere minuscole, nome comune di cosa. Dentro ci metti quello che vuoi, poi non c'è Ideologo che possa decidere quali parole la gente userà per dire le cose. E non credere, Gianni, che io non sia affezionata ai simboli e ai nomi. Per
fare Europa abbiamo chiuso un giornale che aveva ottant'anni, fondato da un antifascista morto in esilio. Da Giuseppe Donati a Chiara Geloni, ultima giornalista assunta nella storia della testata: me la porto sempre un po' dentro questa cosa. Naturalmente l'Ideologo ufficiale decretò a suo tempo che un giornale nuovo non si poteva in nessun modo chiamare con un nome che neanche somigliasse a quello del giornale vecchio. Ancora non mi sono convinta che avesse ragione. Ma ogni mattina vengo qui, sono contenta, a volte ci ripenso e a volte no mentre accendo il mio computer digitando la mia password: "POPOLO".
Fai di questi pensieri l'uso che credi, compreso niente. Un abbraccio e come dici tu, buone cose. Chiara
Carissima Chiara,
i nomi sono importanti. Non ci piove. Ma come dici tu non sono tutto. Per dire io, nel mio piccolo, ho rinunciato a denominazioni alquanto pesanti, a partire dalla sigla del partito che mi sequestrò da ragazzo. Figurarsi se non credo si possa correggere l’insegna delle nostre feste. E però come sempre tutto sta nel modo. Che in questo caso non riguarda solo l’opinione dei “gestori” (i volontari che ci lavorano). Ma lo spirito che orienta la scelta di cambiare. Ora, ti elenco con pedanteria diverse motivazioni. Tutte legittime.
1. E’ nato un partito nuovo che non è composto solo da ex diessini. Che senso ha considerare le feste del vecchio partito (e del suo giornale) come l’unico totem da mantenere in piedi? Il partito è nuovo. Sia nuova anche la festa. A partire dal nome.
2. Le vecchie feste dell’Unità sono un simpatico residuo del passato. Somigliano a isole della memoria dove la sagra politica si perpetua in barba ai fatti e alla cronaca. Cambia il mondo ma lì, sotto quei tetti di lamiera (o tensostrutture dove c’è qualche soldo in più), l’esistenza scorre monotona tra mazurca e salsicce.
3. I simboli contano. E dire “festa dell’Unità” vuol dire continuità di senso e tracce con ciò che ne deriva. Significa l’Emilia rossa, i tortellini, i comunisti, Berlinguer e Benigni, le adunate settembrine, bandiere cappellini e trik&trak. Quindi non è solo questione di stile. E’ proprio che riprodurre il modello in sé cozza malamente col profilo innovativo del Pd. Che tutto può fare ma non trovarsi immerso neppure per sbaglio in una evocazione di miti che non servono più.
4. L’evento ha smesso di funzionare da tempo. Ci va meno gente. La politica fa capolino per sbaglio e se proprio uno vuole capire dove vive, quello è l’ultimo posto per farsene un’idea. Sono concentrati di militanti vecchi e incazzati (quasi sempre) ai quali tutto gli è stato levato e gli puoi levare meno che quello spazio tragicomico dove riversano ricordi rimpianti e olio di frittura.
Ciascuna di queste motivazioni ha i suoi sostenitori. Alcuni potrebbero riconoscersi in più di una. Per esempio, a naso, Cacciari mescolerebbe di buon grado la 2 e la 4 (che in effetti sono piuttosto simili). Il tuo direttore forse si limiterebbe alla 1. Una parte larga del vertice del Pd penso sia d’accordo nella sostanza con la 3. E non dubito vi sia chi volentieri aggiungerebbe un punto 5 o 6. Poi naturalmente c’è anche la frontiera opposta, che non esprime per forza un’indole conservatrice. Ho letto che il segretario del Pd di Bologna annuncia una linea continuista, “perché i volontari lo vogliono”. Quindi è probabile che abbia ragione tu. Le feste si faranno, come sempre. E si chiameranno come chi le farà sceglierà di chiamarle. Quella nazionale (quest’anno a Firenze) sarà semplicemente la “Festa Democratica” anche come tributo al nuovo partito che è nato. Per il resto vedremo.
Ma adesso ti dico come la vedo io. E mi perdonerai se lo farò richiamandomi al più autorevole riferimento su una materia di suo oggettivamente delicata (per le implicazioni politiche e simboliche accennate sopra). Dunque dal mio punto di vista non si può discutere e ragionare (almeno io non posso farlo) di feste dell’Unità se non riferendosi a lui. Uccio Trocca. Operaio specializzato ai cantieri di Monfalcone. Militante comunista di Trieste. Oggi pensionato attivo e volontario prezioso nel lavoro del Pd di quella città. Uno, come diversi di noialtri, transitato nonostante tutto dal Pci al Pds ai Ds al Pd. Il mio primo contatto con lui risale a metà giugno del 1976. Io avevo appena finito la quarta ginnasio e mi ero iscritto da due giorni alla Fgci. Lui lavorava già. Si allestiva la festa provinciale de l’Unità e per la prima volta lo si faceva alla Fiera di Trieste, di fianco all’ippodromo di Montebello. Che per noi era come esordire nel salotto buono. Dunque Uccio stava montando la sua ennesima struttura di tubi innocenti, credo per reggere una interminabile serie di pannelli in compensato decorati con l’effige di un militante con bandiera rossa. Puro realismo socialista. Gli chiesi se aveva bisogno di una mano e mi rispose, col tono che usa tuttora, che non aveva bisogno di niente e di nessuno (testuale sarebbe “no go bisogno de gnente mi”….ma l’intonazione portava con sé anche un implicito “ma va in mona e no romperme le bale”). Da quel giorno vorrei dire che è nato tra noi un sodalizio indistruttibile. Lui per anni ha montato e smontato feste, fatto la guardia di notte, scortato dirigenti di tutti i tipi fino a occuparsi in anni più recenti di organizzazione e tesseramento. Io nel frattempo sono cresciuto e a Trieste ci andavo meno spesso. Ma sto divagando. Ora, il punto qual è? Te lo dico così. Uccio e tanta gente come lui sa benissimo quando bisogna cambiare nome alle cose. Lo sa per quell’impasto strepitoso di curiosità e passione civile e di saggezza pratica e di interesse e cultura politica che lo ha accompagnato per una vita. Se non siamo rimasti sepolti sotto le macerie del Muro è merito di Occhetto certo. Ma credimi che più dei salotti o della redazione di Repubblica noi ci siamo salvati perché tanta gente così ha capito che stare fermi voleva dire annullare se stessi e la possibilità di ripartire. A persone come Uccio (ma quanti ce ne sono sparsi un po’ dovunque?) cambiare nomi simboli e bandiere pesa. Ma se tanto tanto capiscono che è giusto farlo te li trovi col trapano in mano a smontare la targa prima che tu abbia detto bah. Perché sanno che la politica è forza delle parole e delle scelte. Ma è prima di tutto consenso, popolarità, radici. Per quel che li conosco l’unica cosa che fa loro girare le scatole è quando scende uno dal pero (un sociologo, un esperto di marketing, un dirigente di stagione…) e dice “quella storia lì è una roba vecchia. E adesso si cambia, perché sì”. Punto. Ecco, quello che non possono mandar giù è l’idea che cambiare serva a ripulire il tavolo degli avanzi. Come quando si sparecchia e alla fine con lo straccio si raccolgono le briciole da buttare in pattumiera. Se questo mare di persone capisce che c’è qualcuno che li ritiene un residuo del pasto (o del passato), allora reagiscono. E male. Perché da una vita danno credito (a volte più a volte meno) a chi li dirige ma su una cosa non fanno sconti. Che è la difesa della loro storia. Piccola o grande che sia. C’è da cambiare l’insegna delle feste? Basta spiegarlo bene e magari deciderlo insieme. Te lo ripeto, saranno i primi a salire sulla scala per fissare il nuovo striscione. La sola cosa che non è giusto fare è fargli trovare il nuovo striscione già montato. Perché vorrebbe dire farli sentire ospiti. Ospiti di quella che invece, e per fortuna, considerano ancora casa loro. Tutto qui. Est modus in rebus, dicevano gli antenati. Funziona pure adesso. Cara Chiara ci vedremo a Firenze alla Festa democratica e ti inviterò a mangiare i tortellini. Sono certo anch’io che saranno quelli di sempre. Buone cose. Gianni
| inviato da
giannicuperlo il 1/6/2008 alle 10:14 | |
Segnala su Facebook