SARDINEWS,
Pubblicato il 24 luglio 2010Non assegnata
Ieri e oggi a due incontri (Milano e Pordenone). Siccome ho fissato il secondo stamattina, ho avuto la bella pensata di andare da Milano a Pordenone ieri sera in macchina. Nonostante sia un buon (che dico, ottimo) pilota ho finito col fare un viaggio fantozziano perché il bollino non era rosso, era rossissimo e si camminava a passo d'uomo. Detto ciò ho letto i commenti al post precedente (in particolare mi intrigavano le osservazioni sulla Fiat). Ho letto anch'io Gallino su Repubblica e Giannini, questa mattina, sullo stesso giornale. Keynesiano, proverò i tuoi consigli di lettura (se non valogono solo per D'Alema). Per intanto, vi posto qui sotto un articolo che Giacomo Mameli (bravissimo giornalista sardo) mi ha chiesto alcune settimane fa per la sua rivista. Vedrete che non è attualissmo ma, come uso fare, metto sul blog le mie modeste produzioni. Buone cose.
"Mai come oggi servirebbe un governo in grado di governare. Invece mai come oggi il governo balbetta praticamente su tutto. La destra pimpante ha fatto posto a un’armata litigiosa. E’ una frattura di carattere, e in questo senso riguarda i leader, ma per la prima volta investe il progetto nel suo respiro più che decennale. E questa novità difficilmente si può archiviare a battute come nello stile del “capo”. Poi c’è l’opposizione. Stretta tra un’agenda che detta i tempi (la manovra, Pomigliano, le intercettazioni…) e alle prese col solito bisogno di dare un profilo a quel PD dal quale dipendono le sorti dell’alternativa. C’è chi parla di una legislatura avviata a chiudersi. Non lo so e mi asterrei dalle previsioni. Resta la necessità di trovarsi pronti nel caso di una loro implosione, per nulla scontata ma allo stato neppure irreale. E allora la domanda, la stessa da tempo, riguarda noi e come ci attrezziamo a un’accelerazione possibile. Non è solo questione organizzativa, per quanto anch’essa conti, e parecchio. E’ proprio la richiesta sul “modo” nostro di leggere il passaggio e sulle parole da usare quando, e se, la vicenda dovesse assumere una piega elettorale imprevista.
Il “modo” dunque. Sulla ferita, perché di questo si tratta, giorni fa Galli della Loggia, aprendo il Corriere della Sera, ha sparso sale in abbondanza e dopo una critica dura a chi pilota il battello (meglio tardi che mai, vero?) ha sferzato l’insieme. Cosi’, “…senza dubbio siamo un paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia. E sente di affrontare questo passaggio senza guida, abbandonato agli eventi, al giorno per giorno. Nessuno è in grado di dirgli qualcosa circa il futuro che lo aspetta, che ci aspetta. Nessuno vuole o sa parlare alla sua mente e al suo cuore. Nessuno è capace di indicargli una via e una speranza”. Sino a chiudere il cerchio con parole severissime, “ma che cos’è questo se non il compito della politica? Ecco allora il vero cuore della nostra crisi. Ciò di cui l’Italia è oggi drammaticamente e specialmente priva è la politica”. Non è il tono a colpire, l’allarme urlato, ma l’oggetto della critica, che poi ad altro non allude se non al disarmo delle culture che avrebbero la missione di guidare la nazione fuori dalle secche.
Ha ragione Galli della Loggia? Ha torto? Direi che coglie un punto quando inchioda la destra alle sue responsabilità, ma richiamando noialtri – le opposizioni – a un compito sinora largamente inevaso, pensare un paese fondato su regole e su un modello sociale e di civismo diverso dall’attuale. Non è poco. Il problema, come sempre, è passare dalla denuncia alla trama. Insomma al merito della risposta. Ed è qui, almeno a parer mio, lo snodo vero davanti a noi. In questo senso paghiamo, credo, una discussione dominata dall’emergenza. Per cui saltano le banche e c’è la priorità della crisi. Berlusconi minaccia i magistrati e ci occupiamo di giustizia. Oppure perdiamo le regionali e per settimane ci scrutiamo allo specchio. Capisco che in parte siano scelte obbligate. Resta il fatto che fatichiamo a tenere unita una storia che, invece, è molto più compatta di quanto appare. E ciò tanto più perché siamo parte di una faccenda vasta, che riguarda l’intero campo progressista in Europa e che ci interroga su cosa dovrebbe dire e fare il centrosinistra per recuperare un consenso in buona misura venuto meno.
Se guardiamo in casa nostra le differenze non sono tanto sulla fotografia: bene o male i numeri parlano e parla il colore dei governi che oggi guidano buona parte del continente. Il punto è misurarsi con le soluzioni che siamo in grado di avanzare quando parliamo dei tre temi più urgenti: la crisi della democrazia, la crescita dell’economia, la qualità e la misura della cittadinanza. Impostata cosi’, la prima considerazione riguarda i nostri avversari. In particolare lo scarto tra ciò che fanno e quello che arriva al paese. La questione non è banale perché in quello scarto c’è la chiave del loro consenso. Ora, pesa certamente la loro egemonia nel governo dei messaggi, ma c’è anche dell’altro. C’è la nostra difficoltà a dare una rappresentazione realistica di quello che sono. Non riprendo i dati sulla manovra, coi tagli lineari a Regioni ed enti locali. Ma un solo esempio può aiutare a capire: se si osserva da vicino il capitolo della spesa di questo nostro paese e ci si concentra sulle scelte della destra negli ultimi dieci anni, molte cose s’illuminano.
A cominciare dai grandi numeri: dal 2000 al 2009 la spesa pubblica complessiva dell’Italia è passata da 542 a 786 miliardi di euro (vuol dire 244 miliardi in più in soli nove anni). E’ un aumento del 45%, più del doppio dell’incremento dei prezzi nello stesso arco di tempo. Tolti i tre nostri governi (i pochi mesi di D’Alema nel 2000, l’anno pieno di Amato tra 2000 e 2001 e gli ultimi venti mesi di Prodi), il grosso di questa impennata è figlio delle loro decisioni. Con un elemento decisivo, che analizzando le voci della spesa, quella col maggiore incremento (più 59%) è la spesa per beni e servizi, cioè appalti e consulenze, esattamente l’ambito dove è esploso l’affarismo di una concezione dello Stato che ha rimosso ogni controllo sulle scelte dei poteri pubblici. Per capirci l’asse Tremonti-Bertolaso-Scajola. Bene, questi sono i numeri (dell’Istat). Le cifre di un fallimento nell’allocazione delle risorse.
Eppure di fronte a queste cifre noi abbiamo sofferto l’offensiva di un governo impegnato a promuovere il federalismo e la trasparenza nella spesa, cioè l’esatto opposto di quello che hanno fatto e che le tabelle certificano. Il risultato è qualcosa di assolutamente originale: un modello di privatizzazione dello Stato (faccio quello che voglio: variazioni di bilancio, finanziarie votate in 9 minuti dal consiglio dei Ministri, col corollario, anch’esso unico, che la prima cerchia di collaboratori intorno al premier coincide, letteralmente parlando, col suo collegio di difesa in uno schema dove a un sistema di gestione delle risorse oggettivamente rischioso – chiamiamolo pure di potere senza responsabilità – corrisponde una rete di protezione fondata sull’idea che i suoi avvocati la mattina lo difendono in tribunale e il pomeriggio dettano le leggi al Parlamento. Chiedo, non è questo è un esempio abbastanza rilevante di come la crisi della democrazia e una modifica dei meccanismi della rappresentanza si fondono con una concezione del bene pubblico del tutto alternativa alla nostra?
Perché poi in quella loro visione è chiaro che i diritti delle persone, e tutto il corredo a noi caro, delle opportunità, dei meriti, dei talenti individuali, sono destinati a perdere ogni nesso con la politica. In questo la loro è davvero una concezione avventuristica dello spazio pubblico. E però colpisce che da anni noi ci troviamo, su questo piano, a giocare la carta dell’inseguimento anziché quella di una alternativa radicale. Lo dico perché dovremmo dedicarci in primo luogo a rovesciare questa percezione e restituire al nostro campo una affidabilità sul nesso Legalità, Diritti, Cittadinanza, nella convinzione che proprio questo legame sia oggi la base di una idea più solida della crescita e l’indicatore più efficace del livello di benessere di una società. E vengo alla seconda considerazione.
Anche con quest’ultima manovra è tornato il tema delle riforme strutturali che il Paese attende da anni e senza le quali non c’è possibilità di un rilancio stabile della crescita. E’ vero: ed è la ragione di fondo che dovrebbe sostenere una alternativa credibile. Il punto è se noi per primi siamo d’accordo nel fissare le priorità di questa azione riformatrice. Prendiamo l’accesso al lavoro delle donne: non è solo una questione di ammortizzatori sociali, anche se tutti sanno che in tempo di crisi il primo vero ammortizzatore è far entrare in casa due stipendi anziché uno soltanto. E’ una chiave di lettura della bassa crescita in una prospettiva storica. Il punto è che se il tasso di occupazione femminile raggiungesse in Italia quello maschile, il nostro Pil crescerebbe intorno al venti per cento. Allora la domanda riguarda noi ed è come si fa a portare quel tema in cima agli altri per farne una leva di crescita dell’economia e di sviluppo del benessere. Sentiamo dire da anni che ci mancano le parole in grado di identificare la nostra offerta (per cui, quelli dicono “via le mani dalle tasche degli italiani” e tutti sanno di chi si parla, mentre noi non abbiamo questa forza della sintesi).
Non so se davvero questo è il problema, ma se lo fosse, dire “più donne che lavorano, più benessere per tutti” avrebbe un senso, anche perché tutto sommato saremmo i soli a dirlo con quella enfasi. Il punto è da dove ripartire – da dove riavvolgere il filo – per restituire ai beni collettivi quella centralità che non hanno più, e non nei termini soltanto di una scelta di principio, ma come garanzia di un benessere accresciuto per i singoli. E qui davvero, secondo me, tocca a noi spiegare perché una società drammaticamente ingiusta (nella distribuzione delle risorse come nella selezione delle persone…) è un handicap che si ritorce sulla vita dei più. In questo senso la composizione delle classi dirigenti del paese rivela la sua sostanza profonda, è come una tac, una radiografia che ci mette a nudo.
Le statistiche sono sempre aride, lo sappiamo, ma insomma, nell’Italia della metà degli anni ’60 si saliva in cattedra a trentacinque anni, quarant’anni dopo l’età media è salita a cinquantatre. E la tendenza è impressionante: tra i medici (i dati sono del CNEL) nel 1997 il 21% aveva meno di trentacinque anni, nel 2007 (dieci anni dopo, dunque parliamo di noi) quella percentuale era calata sotto il dodici (praticamente si è dimezzata). Lo stesso vale per i professionisti, gli imprenditori, e ovviamente per la politica. Persino la nostra nazionale che ha vinto i mondiali in Germania (altri tempi!) era, tra quelle che hanno alzato la coppa, la più vecchia degli ultimi cinquant’anni. Non ne faccio una questione di giovanilismo, categoria ai miei occhi sempre più insopportabile, ma di principio della selezione e di competitività del sistema.
Perché è evidente che se non aumenta la produttività, del lavoro e dei fattori economici, questo accade anche per una struttura del paese, e del potere, che ci impedisce ogni progressione: quando sui tempi della giustizia civile siamo al 156° posto su 181 paesi monitorati, vuol dire che la partita è largamente compromessa e che si torna a galla solo con una forte e inedita radicalità nel disegnare le riforme necessarie. La terza e ultima osservazione, che a mio avviso molto ha a che fare col lamento di Galli della Loggia, è legata al ritardo del linguaggio nel conflitto democratico attuale. E’ un tema che si può riassumere cosi’. Tra i guasti che la cultura della destra ha imposto nel tempo lungo del ventennio, c’è l’incapacità di distinguere tra i luoghi della politica, dello Stato, del formarsi delle coscienze, col risultato di un intreccio malato tra immagine, parola e potere. E’ come se non ci fossero più distinzioni, limiti, separazioni. Come se la lingua della politica fosse condannata a un esperanto elementare, pena la sua messa al bando da un contesto comunicativo accessibile a milioni di persone. Il punto è che anche noi siamo lentamente caduti prigionieri di una società indifferenziata e di una politica che ha mutuato questo schema: in parte per convinzione (nel caso loro), in parte come autodifesa (il caso nostro). L’effetto è che sono cadute le barriere: si parla nella Camera Alta come in un salotto televisivo, e la stonatura evidente, col passare del tempo, si fa sempre meno evidente.
Se posso raccontarlo con un episodio: un paio di mesi fa alla Camera, in piena seduta, la presidenza ha omaggiato degli auguri dell’Aula quattro o cinque colleghi per la loro recente paternità. Voi direte “nulla di male”. Forse No, o forse Si’, qualcosa di male c’è, perché quella non è un’assemblea di condominio, o una radio dove si filtrano le dediche, quella è la Camera legislativa, dove al massimo la personalizzazione dovrebbe coincidere col congedo verso un collega o un ex collega che non c’è più. E però, d’altra parte non ci si può stupire più che tanto se è vero che il capo del governo ha concluso il suo primo intervento parlamentare, in questa legislatura, imitando la gag di un comico sul capo dell’opposizione.
Cito dagli atti: ”Credo che se lo vorremo davvero e tutti insieme, come direbbe pacatamente e serenamente il principale esponente dello schieramento parlamentare a me avverso, se po’ fa’”. Lo stenografico riporta in calce: applausi dai gruppi del PdL e della Lega. Tutto questo è il segno di un pensiero scialbo e di una caratura della politica che insegue disperatamente il suo uditorio potenziale. Ora, va bene che siamo lontani da Hegel per cui la pubblicità dei lavori parlamentari doveva rappresentare “un grande spettacolo che educa egregiamente i cittadini”. Ma qui siamo all’opposto: a una regressione cercata e condivisa come la sola strada in grado di connettere il “popolo” e le “istituzioni”. Penso che anche questo aspetto abbia un’attinenza stretta con quella che noi chiamiamo la crisi della democrazia.
Lo dico cosi’: cosa resta della politica dopo un ventennio segnato – ne ha scritto benissimo Michele Prospero in un libro di recente uscita – da una esasperata frammentarietà del discorso, dall’abuso dei diminutivi o dei superlativi, dalla ripetizione ossessiva di parole generiche, da un intercalare dialettale come prova di radicamento sul territorio e da registri ossessivamente bassi, per cui non è più pensabile una politica che si eleva oltre la media del percepito? Ecco, cosa resta se per vent’anni questa diventa la regola? La norma? E chi paga il prezzo di questo disarmo critico? Noi o la destra? Temo che, in larga misura, questo sia un problema nostro.
E non l’ultimo dei problemi. Perché forse non è un caso che dietro questa idea ci sia poi l’ideologia della giovinezza, il culto del fare, la concretezza elevata a metro di qualità, persino la velocità in una riproposizione cialtronesca della ribellione futurista. Il punto resta un paese che perde ogni riferimento nella statualità e nelle culture politiche: e che sbanda di qua e di là, in preda al primato della leggerezza, del comico che si incarna nella politica (ancora Prospero), con delle contaminazioni che personalmente non capisco e non condivido: per dire, non riesco a farmi una ragione del fatto che tutte le settimane dei nostri autorevoli dirigenti, per dire la loro a Ballarò, debbano subire la corvé dei dieci minuti di Crozza. Che è bravissimo, ma non è un caso se noi a 35 anni di distanza ci ricordiamo di Benigni che prende in braccio Berlinguer. E ce lo ricordiamo perché accadde quella volta, in una data che è rimasta scolpita, in quell’irripetibile tramonto estivo sulla terrazza del Pincio. Se quel gesto si fosse replicato tutti i mesi a seguire, a pagare il prezzo maggiore sarebbe stato il carisma di Berlinguer. Allora la domanda è come si ricostruisce un legame sano – un nesso logico – tra il racconto della politica, il suo linguaggio. e i valori che esprime, e dunque la sua capacità di dare rappresentanza a interessi altrimenti oscurati. Riuscire a rispondere potrebbe aiutarci anche a convincere Galli della Loggia e molti con lui che l’opposizione c’è e ha un’altra idea dell’Italia che verrà."
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giannicuperlo il 24/7/2010 alle 19:34 | |
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GRAZIE PRESIDENTE.
Pubblicato il 13 luglio 2010Non assegnata
Vorrei raccontarvi perché oggi a Trieste succede qualcosa di unico e storico. Il fatto in primo luogo: per la prima volta i presidenti di Italia Slovenia e Croazia si ritroveranno assieme per una giornata di celebrazione dell’amicizia tra le tre nazioni. Nel pomeriggio si vedranno dentro la Prefettura (un bel palazzo che affaccia su Piazza Unità). Da lì si dirigeranno in Via Filzi (a pochi passi) dove il presidente sloveno, Danilo Turk, depositerà una corona ricordo sotto la lapide che ricorda l’incendio, a opera dei nazionalisti italiani, dell’Hotel Balkan il tredici luglio 1920. La tappa successiva sarà a Piazza della Borsa dove il nostro presidente deporrà a sua volta una corona in memoria degli italiani costretti all’esodo da Istria e Dalmazia all’indomani della seconda guerra mondiale. Infine, in serata, nella cornice della Piazza i tre capi di Stato assisteranno al concerto “Le vie dell’Amicizia” diretto da Riccardo Muti, non prima d’aver ascoltato i tre inni nazionali suonati uno appresso all’altro. Nel mio piccolo non ci sarò (siamo a Roma per fare il nostro lavoro), ma la cosa, anche solo mentre ne scrivo, mi procura qualche emozione. Provo a dirvene la ragione.
Il confine orientale è stato per molte ragioni il più tragico della nostra storia recente. Inutile che vi racconti cosa ha significato per quel lembo di terra la dittatura fascista e poi la guerra, la Risiera di San Sabba, l’occupazione titina della città con le foibe, l’amministrazione alleata fino al ’54 e solo dopo il ricongiungimento all’Italia. Nel mezzo l’Esodo col suo corredo di lutti e sbreghi spesso mai rimarginati. Un dopoguerra lunghissimo, infinito, estenuante. Dove le code del passato fin quasi all’altro ieri si sono ingegnate a confiscare il presente, e soprattutto l’avvenire di una comunità pacifica e laboriosa. Nonostante tutto Trieste ha reagito. E’ cambiata in profondità. Valga il fatto che stamane il presidente Napolitano inaugura la nuova sede della Sissa. Siamo diventati un luogo d’eccellenza per la ricerca e il tessuto sociale ne ha risentito in positivo. Ma il punto, mi permetto di scrivere, non è qui.
Il punto è che la mia città, forse come nessun altra in questo paese, ha vissuto su di sé la storia complicata dell’Europa e in particolare le sue divisioni profonde. Quel confine orientale, se letto così, acquista un valore del tutto particolare. Nel senso che aiuta a capire quale trama complicata in termini di mescolanza e fusione di lingue etnie religioni sia all’origine della nostra identità attuale. La verità è che la vera radice storica dell’Europa – di quello che noi intendiamo come il continente europeo – è stata sempre multietnica ed è l’averlo negato, a latitudini diverse, ad aver liberato gli istinti più protervi e primitivi. L’Europa centrorientale, in particolare, ha conosciuto questa verità. E per tante ragioni ancora ne porta i segni. Le ferite.
Vi racconto questa storiella che proviene da quella parte d’Europa. Un viaggiatore incontra un contadino vecchio e stanco e gli chiede, “Com’è stata la tua vita? Dove l’hai trascorsa e cos’hai fatto?”. E il vecchio contadino gli risponde così: “Sono nato nell’Impero asburgico. Sono andato a scuola in Cecoslovacchia, mi sono sposato in Ungheria, ho lavorato in Unione Sovietica e adesso mi godo la pensione in Ucraina”. Allora il viaggiatore di rimando, “E perché hai viaggiato così tanto?”. E il contadino risponde, “A dire il vero non mi sono mai mosso da casa”.
E’ possibile? Certo che è possibile. Il contadino è nativo dell’Ucraina transcarpatica. Dopo la prima guerra mondiale, quando l’Impero di Franz Josef si spezzò, la regione finì con l’essere il lembo marginale della nuova Cecoslovacchia, alleata all’epoca di inglesi e francesi. Poi fu la nuova Patria a disgregarsi sotto la furia nazista e toccò al revanscismo ungherese riannettersi quel pezzetto d’Ucraina. Fino al ’45 quando l’URSS fece razzia di terre e popolazioni. Poi l’epilogo nel ’91 (roba di ieri). Crolla l’impero di Mosca e la casa del nostro contadino torna sotto l’amministrazione ucraina.
E’ una storiella curiosa vero? Ma è la storia di milioni di persone che hanno attraversato il Novecento col bagaglio a mano, levandosi di qua e spostandosi di là, in un volgere di stati, amministrazioni, leggi e passaporti che aveva all’origine il marchio sciagurato e irresponsabile di ideologie tese a far coincidere stati e nazioni, in una riduzione della storia dell’Europa a fotografie statiche di un mondo costruito sui desiderata dei “vincitori” di turno anziché sulla ricchezza delle pluralità.
Quanto ha pesato quel marchio d’origine anche nelle vicende più prossime a noi! Tanto, davvero tanto. Troppo.
Sapete perché il 28 giugno è una data importante nei Balcani e soprattutto tra i Serbi? Immagino che lo sappiate comunque ve lo ricordo. Intanto il 28 giugno del 1914 a Sarajevo un nazionalista serbo che si chiamava Gavrilo Princip assassinò l’erede al trono dell’Impero austro-ungarico, l’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie di lui, Sophia Chotek. Non era un caso che l’attentato si tenesse il 28 giugno e non solo perché quello era il giorno fissato per la visita dell’ospite. Il punto è che il 28 giugno per i serbi (nazionalisti) è una data simbolica: ricorda il giorno in cui nel terreno che oggi chiamiamo Kosovo si erano scontrate l’armata serba e quella dei turchi ottomani. Era il 28 giugno 1389, l’esito del conflitto fu incerto ma da lì prese le mosse il dominio ottomano sui Balcani con la sottomissione secolare dei serbi e di altre popolazioni cristiane. Dunque non era affatto casuale che la visita dell’arciduca si svolgesse in quel dato giorno e che in quel dato giorno i nazionalisti serbi mirassero a cambiare il destino della storia d’Europa. Cosa che puntualmente avvenne.
Neppure è stato un caso che molti anni più tardi, il 28 giugno 1991, siano iniziati gli scontri nella ex - Jugoslavia tra milizie serbe e forze slovene. Erano i segnali iniziali – i prodromi hanno scritto Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti – dello scontro dichiaratamente etnico che avrebbe riproposto la barbarie nel cuore dell’Europa. Andatevi a legge se non lo avete fatto i due articoli dedicati domenica scorsa da Repubblica al quindicesimo anniversario della strage di Srebrenica (quello di spalla è di Adriano Sofri) e proverete per un istante la vergogna di essere cittadini di un’Europa silente e vile.
Ma cosa c’era in gioco nel 1914? E nel 1991? O nel 1995 in Bosnia? E cosa in parte è in gioco ancora oggi? Il cuore di tutto è la possibilità che nuovi o riciclati fondamentalismi possano riappropriarsi della storia del continente ricacciandolo – ricacciandoci – in quel vicolo cieco dal quale siamo usciti (non senza ricadute) dopo due guerre mondiali che in verità sono state due guerre civili consumate sul suolo dell’Europa. Dietro quel nazionalismo – che non è solo prerogativa serba – c’è l’idea che nel passato, anche remotissimo, vi sia per un popolo e una nazione un’età dell’oro, della purezza di lingua e religione, da riconquistare. Può darsi la sorte di un tempo lungo dove le condizioni storiche oggettive e i rapporti di forza impediscono a questa pulsione anche solo di affacciarsi, ma non è detto che in un tempo successivo – e successivo anche di decenni o di secoli – quel mostro non riaffiori col suo bagaglio di odio e follia.
Non vi stupisce di essere figli (noi tutti, intendo) di un tempo magico scandito da computer, Ipod e Ipad….e però di aver vissuto in diretta il ritorno, una manciata di anni fa, delle pulizie etniche, delle enclaves, degli stupri nazionalistici, degli assedi e dei genocidi? Non vi sembra che la forza e la grandezza dell’Europa, ben oltre la moneta e il commercio, il debito e il welfare, siano state nell’aver colto esattamente questo nucleo di verità della storia di popoli stati e nazioni e nell’aver fondato una Unione prima economica e commerciale, poi politica e monetaria, che ha come primo traguardo espungere la guerra civile dal nostro Dna e garantire a tutti i cittadini d’Europa parità di diritti, umani e civili prima di tutto?
Ecco perché oggi è una grande giornata. Per Trieste e non solo. Perché su una terra di confine, sul confine italiano per eccellenza, si consuma una giornata dell’Amicizia tra popoli che hanno nel loro passato anche delle radici contrarie a quel sentimento. Il confine. E’ una parola importante per capire chi siamo. Il confine non è solo una sbarra e una dogana. Anzi, oggi sbarre e dogane sono in buona misura scomparse. Il confine, al fondo, siamo noi.
Grazie Signor Presidente.
Buone cose
| inviato da
giannicuperlo il 13/7/2010 alle 12:34 | |
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SEMINARIO 2 LUGLIO.
Pubblicato il 2 luglio 2010Non assegnata
Direi che è stato un bel seminario. Molto ricco nella qualità dei contenuti e con parecchie ore di una discussione di merito. Troverete tutta la registrazione sul sito del centro studi del Pd non più tardi della metà della settimana prossima. Sono venuti anche alcuni amici (e compagni del blog). In particolare mi ha fatto piacere la presenza di Eli e Ritaz (che però sono state quasi sempre fuori a chiacchierare e non hanno ascoltato granché!!!!). Vi allego le due cose che ho detto io all'inizio per presentare il tutto. Buone cose
"Prima di tutto desidero ringraziare i relatori di questo nostro seminario (in particolare quanti sono venuti da fuori Roma) e voi tutti che avete accolto il nostro invito.
Sappiamo che la data non è delle più felici, ma d’accordo con Bersani abbiamo voluto comunque avviare adesso (prima della pausa estiva) questa nostra riflessione sul 150° dell’Unità d’Italia. E insieme al Forum Esteri del PD abbiamo scelto di farlo mettendo al centro del primo incontro il ruolo internazionale del paese.
Abbiamo scritto nel sottotitolo,
Dove eravamo e dove saremo. E’ una sintesi ma tutto sommato rende l’idea. Nel senso che coglie la distanza tra la funzione che l’Italia ha assolto negli ultimi cinque o sei decenni, quando è stata parte del club delle nazioni più autorevoli e potenti (in termini economici, politici e diplomatici), e le prospettive che si aprono oggi, di fronte a quella evoluzione dell’Europa e del mondo che è sotto gli occhi di tutti.
Personalmente non so dire se la foto di gruppo dell’ultimo G8 a Toronto (pochi giorni fa) è davvero destinata a essere l’ultima di una lunga serie. E’ certo però che il nostro posto in quella fotografia è destinato a cambiare. Anzi, per molte ragioni è già cambiato.
E allora è innanzitutto su questo cambiamento che noi vorremmo ragionare oggi. Sul peso che siamo destinati ad avere dentro equilibri nuovi. E sulla scelta, tutt’altro che casuale per un grande partito progressista, di definire la propria identità ripartendo, prima di tutto, dal “mondo”. E’ una scelta questa in qualche modo obbligata se consideriamo che al fondo la crisi drammatica di questi ultimi due anni, tra le sue tante conseguenze, ci ha consegnato anche la sfida di un nuovo pensiero sulle politiche pubbliche, sui margini sopportabili della diseguaglianza sociale e delle opportunità, sui diritti umani e sulle libertà.
Ed anche sullo spazio della politica in un mondo che a lungo si è affidato al primato della finanza e di un’economia affrancata da regole e controlli. Il tutto anche con una qualche subalternità della nostra parte, e con la timidezza o la rinuncia a far valere un punto di vista diverso. Proveremo a ragionare su questi argomenti nelle due sessioni che abbiamo previsto. La prima, introdotta da D’Alema e dedicata allo scenario globale e alle sue implicazioni sulla politica estera italiana. La seconda, con l’introduzione di Piero Fassino, rivolta alla collocazione del Partito Democratico dentro quel nuovo e vasto campo di forze progressiste che caratterizza oggi l’Europa e la scena internazionale. Poi, come sapete, sarà Pier Luigi Bersani intorno alle 17.30 a concludere i nostri lavori.
Detto ciò, mi perdonerete se aggiungo due parole sul percorso più complessivo che prende oggi le mosse da qui. Diciamo che anche per noi, come è ovvio, questo 150° è un evento carico di significati simbolici. Ma essendo noi il principale partito dell’opposizione viviamo l’anniversario con l’ambizione di chi vuole tentare un discorso serio sul Paese e sulle ragioni future della sua unità.
Ora, è chiaro che questa riflessione non può astrarsi da quello che ci succede attorno: quindi, in primo luogo, dalla crisi profonda della nostra economia, dei redditi, dei consumi. E legata a questa dalla strategia per sottrarre l’Italia a quel rischio di decadenza civile e culturale che ne mette in discussione – non solo a parole – lo stesso tessuto unitario. Si potrebbe dire che già qui – a questo livello – il nodo dell’Unità della Nazione e dello Stato esce dall’ambito dell’analisi storica e si reimmerge nell’attualità.
Fosse solo perché – caso unico nel panorama degli stati democratici – noi siamo governati oggi da una coalizione di cui è anima essenziale un partito fondato sul proposito di disunire l’Italia, nella convinzione che una nazione italiana in quanto tale sia stata a lungo un’ambiguità o un equivoco storico.
Naturalmente si può discutere se il Risorgimento sia stato effettivamente per noi quell’evento fondativo che fu la “grande Rivoluzione” per la Francia o la Riforma per la Germania. Ma certo, fa riflettere l’idea che nel 150° anniversario della nostra unificazione la guida del paese sia affidata a coloro che di quella unificazione contestano apertamente la natura e lo sbocco. Ed è tanto più preoccupante vedere come questo sentimento, neppure represso, attraversa sempre più di frequente l’azione stessa del governo e la sua produzione legislativa.
E allora, se impostiamo il problema in questi termini, sono molti i capitoli di una riflessione sull’Italia e sul nostro avvenire. Noi naturalmente non potremo approfondirli tutti, ma cercheremo di privilegiarne alcuni, a partire da quello decisivo che discutiamo oggi. Io indico solo i titoli degli altri filoni possibili anche perché sarà il lavoro dei prossimi mesi ad approfondirne il merito.
L’interrogativo di fondo è forse anche il più banale: e cioè che cosa è oggi l’unità dell’Italia. In cosa si sostanzia. Di fronte a un dualismo territoriale all’apparenza irreversibile, e alle prese con una evoluzione del sistema politico e della rappresentanza che ha già modificato ruolo e natura dei partiti e in generale dei principali corpi sociali intermedi. Non sono cambiamenti da poco, anche soltanto da un punto di vista culturale, o del linguaggio.
“L’Italia senza la Sicilia è inconcepibile. Qui sta la chiave di tutto”, scriveva Goethe nel suo “Viaggio in Italia”. Concetto che Mazzini avrebbe chiosato con la formula “L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”.
Lette oggi paiono quasi due espressioni eversive se guardiamo a quel rovesciamento tra questione meridionale e questione settentrionale che ha segnato culturalmente l’ultimo ventennio. E noi sappiamo che in un paese più diviso e frammentato può maturare una spinta di segno autoritario. Qualcosa per altro di connaturato a quell’impasto di populismo e antipolitica che oggi nella destra di governo si manifesta con tratti allarmanti. Il nodo, in sintesi, è la natura del “potere” oggi nella cosiddetta seconda Repubblica.
Di questo vorremmo ragionare: di come è cambiata in questi anni la nazione italiana e come stanno cambiando la qualità e l’assetto della nostra Democrazia (tema questo dotato di un respiro più ampio della sola nostra vicenda interna, ma che si presenta nel nostro paese con un profilo del tutto peculiare). Il secondo tema che affronteremo riguarderà, invece, la cultura e l’immaginario del paese. Come è venuta formandosi, in particolare nell’ultimo trentennio, un’offerta culturale che ha modificato, in profondità, la coscienza civile e lo spirito pubblico dell’Italia intesa come comunità di valori, di identità, di civismo…
In qualche modo, la destra a questo problema ha offerto una sua risposta: molto spesso regressiva…. ma il problema a questo punto riguarda noi e l’idea che si possa ricostruire un legame tra l’identità culturale del paese e la sua costituzione materiale.
A questo filone, un po’ colpevolmente accantonato in questi anni, dedicheremo il nostro secondo seminario. Infine – e ho concluso – noi pensiamo che questo 150° debba misurarsi con le radici territoriali di una memoria condivisa. In una chiave che naturalmente va proiettata in avanti: nel dopo. Per questo pensiamo a una serie di appuntamenti dove approfondire il legame tra i luoghi di una storia comune e il disegno ambizioso dell’Italia che abbiamo in mente.
Pensiamo, in particolare, al capitolo della riforma dello Stato e al suo nuovo assetto federalista. Al legame, per molti versi originale, tra economia e democrazia nel fondare nuovi diritti e nuove responsabilità dell’individuo. E, direttamente legato a questo punto, una riflessione sul contributo delle donne nella costruzione complessa della nostra identità nazionale. E infine, pensiamo al tessuto sociale di un paese che da terra di migranti si è fatto patria per milioni di nuovi cittadini.
Tutto questo fino a un evento che immaginiamo come chiusura del percorso per offrire – anche alla luce della riflessione sviluppata – una nostra lettura dell’unità italiana, delle sue prospettive politiche e culturali. Nella convinzione che non ci sia un torrente programmatico separato da un torrente storico, ma che entrambi, insieme, alimentano quel fiume della “politica” che solo è in grado di definire l’identità di una cultura e di un partito.
Ma su questo avremo modo e tempo di tornare.
Mi fermo qui, ringraziandovi ancora una volta per la vostra presenza e cedo molto volentieri la parola al presidente della fondazione Italianieuropei, Massimo D’Alema, approfittando dell’occasione per rivolgergli i migliori auguri per il suo nuovo incarico di presidente della Federazione Europea delle Fondazioni Progressiste. Grazie e buon lavoro."
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giannicuperlo il 2/7/2010 alle 22:21 | |
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INVITO PER VENERDI' 2 LUGLIO. ROMA.
Pubblicato il 29 giugno 2010Non assegnata
Se a voi farà piacere venire a me farà piacere vedervi. Buone cose
150°.
L’ITALIA IN EUROPA E NEL MONDO
Dove eravamo. Dove saremo
Seminario promosso dal Centro Studi e dal Forum Esteri del PD
ROMA VENERDÌ 2 LUGLIO 2010 ORE 10.00-18.00
SALA CONFERENZE PIAZZA MONTECITORIO 123 A
ore 10.00 Presentazione del seminario
ore 10.30 Prima sessione
TRA PRESENTE E FUTURO
La nuova funzione internazionale dell’Italia
Massimo D’Alema Presidente Fondazione Italianieuropei
Discussant:
Lucio Caracciolo Direttore Limes
Pier Andrea Chevallard Segretario Generale Camera di Commercio di Milano
Marta Dassù
Aspen Institute
Comunicazioni:
L’Italia nell’Europa dopo la crisi Pier Carlo Padoan Vicesegretario generale OCSE
L’Italia e i rapporti euro atlantici Lucia Annunziata Giornalista
Italia e Mediterraneo Renzo Guolo Docente di Sociologia, Università di Padova
Dibattito
ore 13.30 Pausa lavori e buffet
ore 14.30 Seconda sessione
LA GOVERNANCE DEMOCRATICA
L’Italia e il nuovo campo progressista
Piero Fassino Presidente Forum Esteri PD
Discussant:
Pierluigi Castagnetti
Parlamentare PD
Wolfgang Merkel Docente di Scienze Politiche, Università Humboldt, Berlino
Monica Frassoni Presidente Partito Verde Europeo
Lluis Maria De Puig Senatore spagnolo, ex Presidente del Consiglio d'Europa
Comunicazioni:
Il PD in Europa David Sassoli Presidente Delegazione PD al Parlamento Europeo
L’agenda progressista Lapo Pistelli Responsabile relazioni internazionali PD
Dibattito
ore 17.30 Conclusioni di
Pier Luigi Bersani Segretario nazionale PD
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giannicuperlo il 29/6/2010 alle 11:33 | |
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Conferenza stampa alla Camera, 23 giugno
Pubblicato il 23 giugno 2010Non assegnata

Guarda il
video della conferenza stampa "Carceri - custodia cautelare" che si è tenuta oggi alla Camera.
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PALALOTTOMATICA.
Pubblicato il 19 giugno 2010Non assegnata
Oggi bella mattinata al palasport dell’Eur. Catino pieno, saremo stati tre o quattromila. Appesi ai lati e in fronte al palco striscioni di circoli (diversi quelli romani) e città (ho visto Imola e Cesena, i lombardi, la Sicilia…). Si è iniziato senza fronzoli. Una colonna sonora di pochi minuti e un primo video col montaggio di repertori governativi (tra il vero e il fasullo delle incursioni di Corrado Guzzanti nei panni di Tremonti). Poi una serie di testimonianze. Appassionata quella dell’insegnante di Palermo, colto Gifuni che ha citato la metafora di Pasolini sul genocidio culturale. Poi don Vinicio Albanesi sul taglio agli invalidi e un operaio dell’ex Eutelia. Le cifre crude e terribilmente concrete di Errani e Chiamparino. Un operatore delle forze dell’ordine e la commozione di Stefania Pezzopane sui morti de l’Aquila. Ha chiuso Bersani con un discorso lungo, carico, netto nel giudizio sulla manovra ma pronto a dire cosa faremmo noi al posto loro. Ne troverete traccia sui giornali di domani e comunque ve lo potete rivedere sul sito di You Dem. Personalmente mi è parso il miglior Bersani di questa fase, orgoglioso e combattivo. E con quella punta polemica in più che alcuni a volte gli rimproverano di non avere. A un certo punto ha detto più o meno cosi’: ma quanti turni dovrà fare un operaio in nome di una vera cultura liberale prima di chiedere un obolo a un petroliere? (che, per inciso, con questa manovra, non versa un euro). Mi è piaciuto, ed è piaciuto a quelli che erano li’.
Di prima mattina, invece, avevo visto su La 7 la registrazione dell’intervista fatta da Antonello Piroso all’ingegner Carlo De Benedetti, la scorsa settimana, alla tre giorni sul Nord promossa da Enrico Letta. E’ un signore spiccio che non le manda a dire questo ingegnere. L’ho ascoltato con interesse. Poi alla fine ha detto che ha in animo di allargare gli interessi editoriali del gruppo acquisendo, se possibile, altre testate locali, ma solo fino al Centro (massimo l’Abruzzo, se non ricordo male), perché al Sud non conviene, non si può fare, non ci sono garanzie o comunque il concetto era questo. Forte, vero?
Il dottor Marchionne ha detto alcune cose abbastanza enormi e, a mio modestissimo parere, imbarazzanti. Ma la vera domanda (almeno per me) non è tanto sul merito, ma perché abbia scelto di dirle. E un po’ temo la risposta.
Lunedi’ alle ore 16.00 davanti alla Camera in Piazza Monte Citorio, presso il presidio dei lavoratori ex Eutelia, conferenza stampa dei deputati del Partito Democratico sulla vertenza in corso e sullo sciopero della fame intrapreso da un gruppo di lavoratori che chiedono l’immediata convocazione di un tavolo di crisi presso la presidenza del consiglio. Conto di andarci.
Forza Italia.
Buone cose
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giannicuperlo il 19/6/2010 alle 18:22 | |
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SULLA MANOVRA.
Pubblicato il 17 giugno 2010Non assegnata
Ho visto che in calce all'ultimo post avete segnalato l'articolo di Luciano Gallino uscito su Repubblica alcuni giorni fa. Effettivamente quel pezzo coglieva bene le implicazioni della vicenda di Pomigliano e penso anch'io che lo scenario che si apre da qui in avanti difficilmente si ricomporrà come se l'accordo (ad oggi separato) di Pomigliano non fissi un prima e un dopo. Intanto sulla manovra ci prepariamo alla manifestazione di sabato mattina al Palalottomatica. Mi ero ripromesso di pubblicare sul blog alcuni approfondimenti di dettaglio sul testo del governo. Lo faccio volentieri con questa nota predisposta dalla mia collega Amalia Schirru. E' la sottolineatura di una angolazione particolare, ma secondo me dice parecchio sullo spirito del tremontismo. Oggi me ne vado a Pescara a presentare il libro di Giulio Borrelli sulla Rai e sul Tg1, poi domani a Pistoia per un seminario-convegno promosso dal Pd. Sabato, mi raccomando, chi può a Roma.
Disabilità, donne, manovra economica.
"Raccolta in più di cento pagine, la manovra economica del Governo di centrodestra si ripropone di affrontare e risolvere la crisi che avvolge il nostro Paese. In realtà ci troviamo di fronte a un triste fiume di parole che non risolve, ma confonde ancora di più i cittadini e che, peggio ancora, se la prende con i più deboli. Si riparte con la solita litania sui falsi invalidi, si potenziano INPS e INAIL incrementando i fondi e trasferendo funzioni di enti importanti di ricerca come l’ISPESL - che opera nel campo della sicurezza sul lavoro, in grado di autofinanziarsi (35 milioni di euro) per più del 60% dello stanziamento che perviene dallo Stato e ha un bilancio in attivo - ma non si vanno a toccare le rendite derivanti dalle doppie abitazioni, degli yacht e delle imbarcazioni di lusso. Si bloccano gli aumenti contrattuali dei dipendenti pubblici e il loro tfr, quelli degli operatori della scuola, della sanità, delle forze dell’ordine e dei semplici militari, ma non si scava sui privilegi dei tanti baby-pensionati col doppio e triplo lavoro da liberi professionisti, i presidenti e componenti di Enti o Istituti bancari presenti anche in più consigli di amministrazione e che godono di più indennità. Il governo trucca i conti dello Stato: si parla di tagli di 25 miliardi sulle spese del bilancio pubblico senza fare mai un esame puntuale delle entrate e un preventivo delle spese vere e necessarie per la nazione come farebbe qualunque madre di famiglia numerosa che deve amministrare e soddisfare secondo giustizia i bisogni primari dei propri figli.
Allora è mai possibile che i risparmi e i sacrifici debbano partire sempre dagli ultimi? Da chi poi, come gli invalidi, non ha la possibilità di dare autonomamente voce ai propri bisogni? Io non credo che ci sia qualcuno capace di fingere l’invalidità allo scopo di ottenere un misero assegno di 225 euro, senza la presenza di una patologia certificata e senza una motivazione grave di disagio sociale, di povertà estrema e legato alle difficoltà di trovare un lavoro adeguato anche alle condizioni fisiche e psichiche della persona. Né credo che sia possibile che un ragazzo down chiamato a verifica, solo perché maggiorenne, debba essere considerato invalido al 100% e nello stesso tempo privato dell’assegno di accompagnamento come se fosse miracolosamente diventato in grado di svolgere una vita autonoma, di trovare un lavoro, di formare una famiglia.
L’art.10 che prevede la riduzione della spesa con l’aumento della percentuale dal 74 all’85 per cento per il diritto all’assegno d’invalidità, è teso ad escludere le persone con malattie gravi (disturbi psichici, cardiopatie, malati oncologici, menomazioni ad entrambi arti inferiori e/o superiori) che potrebbero certamente anche lavorare ma solo se ci fosse qualcuno disposto ad offrire loro il lavoro adeguato alle sue condizioni di salute, protetto e flessibile negli orari e nella organizzazione. Non si può infatti dimenticare che questo Governo ha tentato di bloccare le assunzioni del collocamento obbligatorio e che nessuna verifica è mai stata fatta per il rispetto della legge 68/99 da parte delle imprese e della pubblica amministrazione.
Va annotato invece che nel nostro paese a differenza degli altri paesi europei non esiste il reddito d’inserimento o una qualsiasi forma di sostegno economico capace di mettere le persone in condizioni di affrontare le situazioni più critiche della vita, quando richiede la cura e la sopravvivenza. Si preferisce invece spendere per gettonare l’attività di verifica della certificazione sanitaria e reddituale degli invalidi, piuttosto che approntare strumenti tecnici di valutazione e migliorare le modalità di accertamento, seguendo le disposizioni e classificazione internazionali dell’organizzazione mondiale della sanità. Inoltre non si possono scaricare i bisogni sociali delle persone in difficoltà ai Comuni, senza pensare ad un maggiore raccordo di funzioni e risorse dello Stato/Regione/Ente Locale, per rafforzare l’assistenza alla singola persona e realizzare un programma di continuità di prestazioni sanitarie e socio assistenziali integrata, valida e obbligatoria in tutto il territorio nazionale.
Per ridare dignità e sicurezza a chi combatte quotidianamente contro la malattia o la menomazione che, al di là della forza d’animo, costringe a richiedere sempre e comunque l’aiuto alla famiglia. Forse si vuole che questi cittadini siano sottomessi anche dal punto di vista economico e magari rinchiusi in qualche istituto, piuttosto che essere messi in condizione di vivere, dignitosamente, una vita sociale e affettiva, il più possibile autonoma. Ancora, non posso pensare all’esistenza di genitori che allegramente sottopongono i propri figli, fin dai primi anni di vita, a visite mediche per dichiararne deficienze e stato di handicap, solo per avere diritto ad un insegnante di sostegno. Questo è solo qualche esempio per far capire che su questo fronte il Governo, e in primis i Ministri Tremonti e Sacconi, è lontano anni luce dalla pur minima comprensione di cosa significhi in realtà la malattia, la disabilità, l’invalidità che costringe una persona – un cittadino con pieni diritti - ad una vita dipendente e difficile, resa più amara dai continui attacchi che questo Governo inetto e distante tributa quotidianamente.
Mi auguro che tutti gli invalidi e i loro familiari acquisiscano quella forza necessaria per far sentire la loro voce e insieme il disgusto per chi, nascosto dietro posizioni becere e ideologiche, vuole negare il diritto alla vita civile e sociale proprio per i più deboli. L’attuale manovra economica prevista dal Governo non fa altro che penalizzare questa parte della popolazione che le ultime stime calcolano in circa 2 milioni e 600 mila persone. Quando ci si riferisce allo stato sociale in termini di spesa improduttiva l’Italia dimentica di aver sottoscritto la Convenzione ONU del 2006 che sancisce i diritti dei disabili in quanto PERSONE.
E poi, come sottolineato dal Gruppo Mamme H, parlare di improduttività è totalmente errato in quanto la disabilità contribuisce a dare lavoro a numerose professionalità quali i tanti operatori sanitari, gli insegnanti, gli educatori, e perfino le aziende che producono ausili per gli invalidi, e finanche le stesse case farmaceutiche. Queste madri hanno il diritto di essere supportate nella loro battaglia quotidiana, nel loro doppio impegno di madri e di lavoratrici. Ecco perché, mentre il Governo taglia con la manovra fiscale, noi ci siamo battuti per una legge che concedesse almeno a quella parte di loro che assiste disabili gravi e gravissimi, il pensionamento e il congedo anticipato. È una goccia in mezzo al mare, una legge migliorabile certo ma che qualcuno, di fatto senza avanzare proposte utili, ha ingiustamente bollato come inefficace, vecchia.
Io ne ribadisco invece l’importanza: è una legge condivisa, frutto di uno strenuo lavoro in Commissione e in Parlamento, che giunge dopo decenni di attesa e che, seppur migliorabile e perfettibile, costituisce sicuramente un passo avanti rispetto al nulla che fino ad oggi aveva imperato. È questo un modo in definitiva per aiutare le donne, come sempre in prima linea nel lavoro di cura. Donne che sostengono le famiglie e che, anche nell’ultima manovra del Governo, vengono dimenticate: i tagli alle risorse agli enti locali, infatti , non fanno che ridurre i servizi di welfare per le famiglie, aumentando così la precarietà e l’inconsistenza delle reti di servizi attorno ad esse.
E così è anche per l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, che l’UE ci impone e che il Ministro Sacconi, la Confindustria e il Governo vedono come una giusta equiparazione di diritti e doveri tra uomini e donne. Peccato però che in Italia si sia molto lontani dall’Europa in materia di parità, di occupazione e peccato che l’innalzamento arrivi a toccare quella folta parte di popolazione che accede più tardi e più difficilmente all’occupazione, che subisce una grave disparità di salario, e che infine supporta un carico di lavoro doppio rispetto agli uomini, dato dalla cura familiare di figli, di anziani, spesso invalidi o disabili, laddove, a differenza del resto d’Europa dove invece il welfare funziona, non è a carico dell’intera comunità ma ancora una volta delle singole donne.
Anche qui, come Partito Democratico abbiamo avanzato delle proposte, la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, l’obbligo del congedo di paternità obbligatorio, l’apertura di una finestra dell’età pensionabile valida per uomini e donne. Ma il cammino è lungo, perché prima di tutto è necessario costruire un vero stato sociale che sia in grado di occuparsi dei propri cittadini più deboli, più indifesi, dai più piccoli agli anziani, ai portatori di disabilità. Oggi, con l’ennesima manovra di un Governo che taglia sui più poveri e indifesi, proteggendo invece i soliti intoccabili, questo cammino sembra ancora più irto. Per questo la nostra opposizione in Parlamento deve essere inossidabile e ferma. Ne va dei diritti di chi, non potendolo fare in prima persona, guarda a noi con fiducia per la propria, dignitosa, sussistenza."
Buone cose
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giannicuperlo il 17/6/2010 alle 14:10 | |
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19 GIUGNO: PALALOTTOMATICA A ROMA.
Pubblicato il 13 giugno 2010Non assegnata
Latitanza più lunga del solito ma ho girovagato qua e là. Sono stato a Poggibonsi dalla mia collega Susanna Cenni e a Imola (dove i giovani amministratori democratici hanno messo in piedi una bella conversazione a seguito di un video assai carino che trovate sulla rete). Poi Milano per un seminario su crescita, cittadinanza e democrazia (tra gli altri con Salvatore veca e Miguel Gotor) e Roma (dove abbiamo presentato il libretto nella sala Di Liegro della Provincia con Jean Leonard Touadi’, Enrico Letta e Nicola Zingaretti). Da li’ a Firenze per una riunione promossa dall’associazione Viviani (si occupa di urbanistica e governo del territorio), poi Genova a presentare il libro con la sindaca Marta Vincenzi, Mario Tullo e UIbaldo Benvenuti. Quindi di nuovo a Milano, ieri mattina, a ricordare Alex Iriondo a dieci anni dalla morte (Alex non è stato solo un amico caro per tanti di noi, ma un leader della politica milanese, ha guidato la federazione del Pds e poi dei Ds e ha fatto e detto cose importanti per noi e per la sua città). A Milano c’erano i suoi amici, persone care che dovrebbero fare più politica (nel senso che ne avremmo bisogno tutti), Silvia Botti, Matteo Bolocan, Gabriele Pasqui, Vittorio Biondi, Federico Ottolenghi. E’ stato bello rivederli tutti assieme. Poi il ritorno a Roma. Infine, ieri nel pomeriggio sono andato a Rebibbia per una visita al carcere e per incontrare Stefano Mazzitelli, detenuto dal 23 febbraio di quest’anno. Il dottor Mazzitelli è un uomo relativamente giovane ma inevitabilmente provato da una carcerazione preventiva ingiustificatamente lunga. Il suo fisico ne risente e non serve essere un medico o uno specialista per capire che avrebbe bisogno (e ritengo anche, il diritto) a tutte le cure necessarie fuori dal carcere. Ma sul suo caso e sul caso di altri detenuti torneremo già in settimana anche con l’ausilio di Luigi Manconi e degli amici dell’associazione Antigone. Detto ciò, incombono la manovra e la legge sulle intercettazioni. Sul merito di entrambe le cose siete ferratissimi, anche se sulla manovra ho ricevuto alcuni materiali di dettaglio preziosi (per capire meglio di cosa stiamo parlando) e domattina cerco di inserirne uno o due sul blog come contributo alla comprensione. La legge sulle intercettazioni arriverà alla Camera dove rinnoveremo l’opposizione di merito. Per chi voglia farsi un’idea di sostanza rimando alle parole di Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky (trovate tutto con facilità sulla rete). Sabato prossimo, se potete, fate in modo di venire al Palalottomatica di Roma (si inizia la mattina alle 10) per la manifestazione del Pd contro la manovra del governo: parlerà Bersani. Parleremo di Pomigliano, ovviamente, e delle altre vertenze aperte nel paese e delle quali troppo poco ci si preoccupa. Sto leggendo nei miei spostamenti l’ultimo saggio di Amartya Sen e mi permetto di segnalarvelo per la ricchezza del contenuto e la forza delle spiegazioni. Da ultimo, ieri sera la Triestina ha giocato lo spareggio col Padova per restare in serie B. Ha vinto il Padova tre a zero e noi siamo retrocessi. La mia solidarietà a Giovanni Barbo e Giovanni Damiani.
Buone cose.
| inviato da
giannicuperlo il 13/6/2010 alle 12:22 | |
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GAZA.
Pubblicato il 1 giugno 2010Non assegnata
Solitamente scrivo. Non pubblico quasi mai articoli di altri, anche perché non mi pare l'uso più adatto da fare del blog. Questa volta merita l'eccezione. L'articolo è uscito su Repubblica. Buone cose.
Un atto criminale che riaccende odio e vendette
di
David Grossman
Quanto deve sentirsi insicura, confusa e spaventata una nazione per comportarsi come ha fatto Israele! Ricorrendo a un uso esagerato della forza (malgrado aspirasse a limitare la portata della reazione dei presenti sulla nave) ha ucciso e ferito civili al di fuori delle proprie acque territoriali comportandosi come una masnada di pirati. È chiaro che queste mie parole non esprimono assolutamente consenso alle motivazioni, nascoste o evidenti - e talvolta malvagie - di alcuni dei partecipanti al convoglio diretto a Gaza. Non tutti sono pacifisti animati da intenzioni umanitarie e le dichiarazioni di alcuni di loro riguardanti la distruzione dello stato di Israele sono infami. Ma tutto questo ora è irrilevante: queste opinioni non prevedono, per quanto si sappia, la pena di morte.
L'azione compiuta da Israele ieri sera non è che la continuazione del prolungato e ignobile blocco alla striscia di Gaza, il quale, a sua volta, non è che il prosieguo naturale dell'approccio aggressivo e arrogante del governo israeliano, pronto a rendere impossibile la vita di un milione e mezzo di innocenti nella striscia di Gaza pur di ottenere la liberazione di un unico soldato tenuto prigioniero, per quanto caro e amato. Il blocco è anche la continuazione naturale di una linea politica fossilizzata e goffa che a ogni bivio decisionale e ogni qualvolta servono cervello, sensibilità e creatività, ricorre a una forza enorme, esagerata, come se questa fosse l'unica scelta possibile. E in qualche modo tutte queste stoltezze - compresa l'operazione assurda e letale di ieri notte - sembrano far parte di un processo di corruzione che si fa sempre più diffuso in Israele.
Si ha la sensazione che le strutture governative siano unte, guaste. Che forse, a causa dell'ansia provocata dalle loro azioni, dai loro errori negli ultimi decenni, dalla disperazione di sciogliere un nodo sempre più intricato, queste strutture divengano sempre più fossilizzate, sempre più refrattarie alle sfide di una realtà complessa e delicata, che perdano la freschezza, l'originalità e la creatività che un tempo le caratterizzavano, che caratterizzavano tutto Israele. Il blocco della striscia di Gaza è fallito. È fallito già da quattro anni. Non solo tale blocco è immorale, non è nemmeno efficace, non fa che peggiorare la situazione, come abbiamo potuto constatare in queste ore, e danneggia gravemente anche Israele.
I crimini dei leader di Hamas che tengono in ostaggio Gilad Shalit da quattro anni a questa parte senza che abbia ricevuto nemmeno una visita dai rappresentanti della Croce Rossa, che hanno lanciato migliaia di razzi verso i centri abitati israeliani, vanno affrontati per vie legali, con ogni mezzo giuridico a disposizione di uno stato. Il prolungato isolamento di una popolazione civile non è uno di questi mezzi. Vorrei poter credere che il trauma per la sconsiderata azione di ieri ci porti a riesaminare tutta questa idea del blocco e a liberare finalmente i palestinesi dalla loro sofferenza e Israele da questa macchia. Ma la nostra esperienza in questa regione sciagurata ci insegna che accadrà invece il contrario: che i meccanismi della violenza, della rappresaglia e il cerchio della vendetta e dell'odio ieri hanno ricominciato a girare e ancora non possiamo immaginare con quale forza. Ma più di ogni altra cosa questa folle operazione rivela fino a che punto è arrivato Israele. Non vale la pena di sprecare parole.
Chi ha occhi per vedere capisce e sente. Non c'è dubbio che entro poche ore ci sarà chi si affretterà a trasformare il senso di colpa (naturale e giustificato) di molti israeliani, in vocianti accuse a tutto il mondo. Con la vergogna, comunque, faremo un po' più fatica a venire a patti.
Traduzione dall'ebraico di A. Shomroni (01 giugno 2010)
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giannicuperlo il 1/6/2010 alle 10:55 | |
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L'UNITA'
Pubblicato il 26 maggio 2010Non assegnata
E' uscito stamane su l'Unità questo articolo-risposta al bell'intervento scritto da Umberto Contarello e pubblicato dallo stesso giornale qualche settimana fa. C'è anche quel passaggio sulla Rai che avevo anticipato nella risposta a uno dei vostri commenti al post precedente.
"Un mese fa Umberto Contarello ha scritto su questo giornale una preghiera laica. Spiegava di volere una leadership del centrosinistra autonoma nelle idee e consapevole delle parole, “una classe dirigente che riporti l’influenza della politica entro confini chiari, proporzionati, legittimi”. Da qui la suggestione per un atto di libertà: il ritiro da spazi indebitamente occupati, nella sanità, nella cultura, nella formazione. Curiosi i tempi. La lettera di Umberto precede di qualche settimana il riesplodere dell’inchiesta sulla “cricca”. Eppure in quella richiesta c’era già molto del declino del paese. Inutile consultare le statistiche. La frattura tra la società e la sua rappresentanza si accentua, però con un paradosso, che fuggono gli elettori ma crescono i candidati a conferma che la politica da strumento per cambiare la vita di tutti si è ridotta più spesso a cambiare il reddito di qualcuno. Ora, quanto pesano le regole su questa deriva? Parecchio. Per dire, se a nominare i parlamentari sono un pugno di capi, l’esito sarà bollato. Al di là della qualità dei singoli, nel nostro caso tuttora significativa, avrai istituzioni indebolite e rappresentanze fedeli a chi le ha battezzate. Ne risentirà l’anima della democrazia, il controllo sulla correttezza del potere e dei potenti. Insomma conterà meno la libera espressione di un voto ridotto a notifica e violentato nel suo principio di scelta. Detto ciò, basta come spiegazione? Direi di no. E per due ragioni. La prima ha a che fare con la natura della risposta nostra, dove per nostra s’intendono il Pd e il centrosinistra. Mettiamola così: siamo cresciuti con l’eco di una questione morale mai sanata e periodicamente riemersa. Quando l’onda si alzava e riesplodeva una rabbia dal basso, allora si manifestavano propositi di riforma. Alcuni contraddittori in sé, come oggi la legge anticorruzione della destra. Al di là del merito, ma per il conflitto di senso tra la cultura di condoni e scudi fiscali e il tentativo di arginare la piena dopo l’alluvione. Per noi è diverso. Non perché siamo puri. Anche noialtri, nel nome del realismo, abbiamo a volte lasciato maturare la malapianta nel giardino di casa, dove per malapianta va intesa la concezione del potere come fine in sé: occupare spazi, postazioni, e disseminare filiere di servitori. Per diverse ragioni corriamo il rischio di finire divorati dalla logica che diciamo di contrastare. Ragione che ha spinto opportunamente Bersani a mettere in campo proposte rigorose. Ma qui si colloca il nodo posto da Umberto. L'antico “che fare”. Dovendo sintetizzare la vedo a questo modo. Noi non possiamo più utilizzare parole usurate. Ad esempio, cosa significa ripetere come un mantra “fuori i partiti dalla Rai?”. Giunti dove siamo dovrebbe significare sottrarre la più grande azienda culturale del paese al controllo diretto e indiretto della politica. Credo voglia dire uscire dal consiglio d'amministrazione in carica e superare una volta per tutte la commissione parlamentare di vigilanza in una logica dove la natura pubblica del servizio si possa affermare di più e meglio attraverso una governance diversa. E ancora, Umberto parla di sanità e ricerca, formazione e cultura. Tradotto, come archiviare la pratica che accumula incarichi? E come stoppare il meccanismo di nomine che eludono i meriti? Ecco, qui forse l’Europa qualche aiuto ce lo può offrire. Nel senso dell’esempio. Allora, come fanno in Francia? O in Germania o dalle parti del Tamigi? Sulla cumulabilità degli stipendi basta davvero poco a capire che siamo fuori partita. Per l'altro aspetto, in alcuni casi vige la regola delle commissioni di valutazione espressione, a loro volta, delle corporazioni di riferimento. Insomma sono i rappresentanti delle categorie a filtrare le nomine. Si può obiettare che anche tale sistema non garantisce granché. Da noi le cattedre universitarie vengono assegnate con concorsi dove le commissioni sono composte da docenti, e però la cosa non solo non impedisce ma alimenta il signoraggio delle baronie. E allora? Allora forse dovremmo aggredire il toro per le corna e introdurre criteri di valutazione assai più stringenti anche sulla qualità del servizio prestato da coloro che vanno a comporre quelle commissioni. Ma infine – e veniamo al punto – o c’è una rottura di modi, procedure e cultura che investe come un uragano la società e la politica oppure il rischio è di veder rientrare dalla finestra ciò che faremo uscire con fatica dalla porta. Perché il nodo sono partiti ridotti spesso a macchine elettorali o di potere, ma dietro quelle sigle c’è una coscienza civile talvolta asservita al vassallaggio di turno e che finisce col tarpare le ali anche a chi vorrebbe contare sulle sole sue forze. Non è forse questa la pellicola indecente che ci scorre sotto agli occhi? La fonte della corruzione, nella solita vecchia miscela con le propaggini della politica, è nel vertice di società e imprese private e di amministratori o direttori di servizi pubblici che magari non hanno mai avuto una tessera di partito in tasca, ma che sul connubio tra politica e affari hanno fondato degli imperi finanziari oltre che reti di ricatto. E allora si giunge per forza alla seconda ragione e al tema che Umberto chiama della “necessità tragica del pensiero”. Voglio dire che tutto questo parlare arranca se non superiamo l’idea di una politica ridotta a sfida tra programmi e orfana di un respiro strategico, e persino storico. Se la nozione del cambiamento, della rottura, si limita entro i confini della concretezza, del primato del fare, noi perderemo di vista la frontiera dell’innovazione culturale, del conflitto delle coscienze e finiremo col sacrificare l’impegno pubblico e le sue coerenze all’orizzonte del governo. Quel governo conta, e dio solo sa quanto in un paese segnato da una crisi sociale che oggi morde, ma la battaglia per il civismo, per un’etica pubblica rinnovata e risanata, quella è materia che non si assorbe in una o più campagne elettorali e in uno o più documenti di intenti. Quella è l’anima di un progetto politico e mai come oggi può essere l’anima di un partito nuovo. Esattamente ciò che abbiamo iniziato a fare nel Pd con l'assemblea di venerdì e sabato scorsi. Ecco, questa forse è un’idea che piacerebbe anche a Contarello e a parecchi come lui."
Buone cose
| inviato da
giannicuperlo il 26/5/2010 alle 12:56 | |
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