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Il sito di Gianni Cuperlo, responsabile comunicazione politica dei Democratici di Sinistra

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VARIE.

Pubblicato il 8 febbraio 2010Non assegnata

1. Le primarie in Umbria hanno visto la partecipazione di 53mila cittadini (molti, visto il contesto, ma oltre 20mila in meno rispetto all’ottobre scorso, e anche di questo dovremo tenere conto) e il successo di Catiuscia Marini. Personalmente ne sono felice. Conosco Catiuscia da diversi anni. So che farà benissimo. E’ un bell’investimento sul futuro di quella regione oltre che una sana continuità con la migliore cultura amministrativa interpretata in questi anni da Rita Lorenzetti. Auguri a Catiuscia e alla nostra Ritaz.

2. Ieri sera su Rai 1 oltre cinque milioni di spettatori hanno seguito la prima parte della fiction dedicata a Franco Basaglia. Non posso dire di averlo conosciuto, però quando avevo sedici anni partecipai a un’assemblea dove lui era il relatore-protagonista assoluto. La cosa avvenne dentro il padiglione F dell’ex ospedale psichiatrico. C’erano parecchi giovani, alcuni operatori dei servizi e numerosi degenti o ex degenti. E’ un ricordo nitido e intenso. Se capitate da Trieste fate una deviazione dal vostro percorso e passeggiate un po’ su e giù per il parco di San Giovanni. Vi piacerà e qualcosa vi rimarrà dentro.

3. Riporto questo commento di Giulio C. lasciato in calce all’ultimo post: “Guardate che ieri è successa una cosa importante. In Sardegna c'è stata una delle più grandi manifestazioni del dopoguerra. Sicuramente la più grande degli ultimi 20 anni. Acqua viva per le vie di Cagliari. Cinquantamila persone in piazza per il lavoro. Tra rabbia rassegnazione e speranza. E' da quei 50 mila che dobbiamo ripartire. Cercando le soluzioni alle loro domande. Quello è il nostro popolo. Anche perché se non lo facciamo siamo destinati a giorni bui. Le facce scure dei lavoratori dell'Euralluminia, un'azienda che ormai sta finendo la cig senza prospettive, se non di sbarrare i cancelli definitivamente, si potrebbero trasformare in qualcos'altro. E ieri questa sensazioni si è sentita fortissima. Ha fatto anche un po' di timore. Noi del Pd sardo ieri c'eravamo, certo se qualche dirigente nazionale si fosse preso l'aereo non sarebbe stato male. Lo so in Sardegna non si vota, e il Tg1 non ha neanche parlato della manifestazione, però era fondamentale esserci. P.S. anche voi compagni del forum, cercate di mettere l'orecchio per terra, perché si rischia di capire poco quello che sta succedendo e di discutere delle solite cose. Un saluto.” Un saluto a te, Giulio, e grazie di cuore.

4. Mariagrazia, grazie anche a te per esser stata l’unica ad aver commentato il saggio di Mancuso. Per altro scrivendo cose che personalmente condivido. Andrea, non ho visto Jacona ieri sera, ma quel che scrivi stimola a saperne di più. Nel mio piccolo provvederò. Vorrei suggerirvi due letture. L’articolo di Leonardo Domenici sul portale de l’Unità e l’ultimo libro di Moni Ovadia, appena uscito da Einaudi Stile Libero, “Il conto dell’ultima cena. Il cibo, lo spirito e l’umorismo ebraico”.

Buone cose



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IN RITARDO. COME SEMPRE.

Pubblicato il 2 febbraio 2010Non assegnata

Ieri abbiamo presentato il libretto a Pisa. C’erano Paolo Fontanelli, Adriano Prosperi e Michele Battini. Bella discussione. Grazie e Keynesiano per il resoconto (gustoso), però avresti dovuto fermarmi lì fuori. Mi avrebbe fatto piacere e ti potevi mangiare una pizza con noi. Grazie comunque d’essere venuto (però non mi ero accorto di parlare veloce…..mah).

Oggi tutto il giorno in Aula per il legittimo impedimento. Stamane hanno bocciato le nostre pregiudiziali di incostituzionalità. Poi è iniziata la rassegna degli emendamenti, ma non si sono vissuti momenti di suspence, sia per la presenza massiccia della maggioranza (i banchi del governo al completo che neanche quando si discute la finanziaria….), sia per la scelta dell’Udc di sostenere il provvedimento. Casini ha spiegato in un paio di occasioni la scelta fatta ma confesso che mi sono parse argomentazioni tutt’altro che solide. In particolare ha detto che loro dopo 15 anni di tira e molla sul rapporto tra politica e giustizia hanno il coraggio di prendere il toro per le corna. Sarà. L’impressione è che nel caso specifico si siano uniti alla maggioranza nel pigliare il toro per la coda. Nel senso che questa ennesima leggina non è pensata per dettare le regole di una futura ipotetica immunità (motivata col rimando all’articolo 68 della Costituzione), ma per sanare (ovvero impedire) lo svolgimento di processi in corso, il che – va da sé – è tutt’altra cosa.

All’ora di pranzo, sul piazzale della Camera, sono arrivati i seicento operai dell’Alcoa. Avevano sulle spalle (oltre alla crisi dell’azienda) quattordici ore di traghetto da Cagliari. Stanno protestando con fermezza e civiltà. Bersani li ha incontrati e continueranno il presidio fino a stasera in attesa della conclusione del tavolo convocato a Palazzo Chigi alle 20.30. Forse la scena di oggi è la sintesi migliore dello stato di salute del paese. Noi nell’Aula a votare l’ennesimo arzigogolo scacciaguai. Gli operai di fuori a scacciare con la forza della volontà una perdita secca del posto e dello stipendio. Chi sta con chi dice tutto.

Penso che sarebbe giusto portare la tragedia iraniana al centro della scena. Penso anche che sarebbe giusto assumere delle sanzioni esplicite contro il regime di Teheran. Credo pure che sarà complicato farlo dal momento che l’Italia è in assoluto il paese dell’UE con la più alta percentuale di scambi commerciali con quel paese.

Ha scritto Lorenzo Stefani che partito democratico e ricerca della alleanze rischiano di essere un ossimoro. La sua tesi (origine di tante incomprensioni con gli elettori) è “che si usi un nome a chiara vocazione bipolare e maggioritaria per un percorso volto alla costruzione di alleanze e che fa del PD un onesto partito che si richiama alla tradizione socialdemocratica. E’ come se dopo una guerra di 15 anni (mai dichiarata ma che ha fatto un sacco di vittime compresi entrambi i leader che sostenevano l'una e l'altra idea) tra partito democratico e partito socialdemocratico si fosse arrivati al capolavoro di adottare il nome del primo per perseguire il progetto del secondo”. E’ una fotografia acuta e personalmente la trovo incalzante. Ma forse si può rispondere in positivo se superiamo l’ambiguità di una prima stagione (del Pd, intendo) segnata dall’idea che sotto le ali del nuovo partito dovessero e potessero confluire tutte le variabili del centrosinistra, dal moderatismo cattolico al radicalismo di governo. E se questo traguardo non fosse stato raggiunto falliva l’intuizione. Ma questa premessa (che poi è un modo come un altro di battezzare un bipartitismo di fatto) non poggia su dati reali. E allora? Allora, non butterei via il progetto, ma ne rivendicherei le ragioni in altro modo (ne ho scritto spesso sul blog, e ieri a Pisa ho provato a illustrarle con quale esempio….chiedete a Keynesiano o allo stesso Lorenzo Stefani). Se è così non metterei in conflitto il Pd con una strategia delle alleanze. Fosse solo perché senza il primo come senza la seconda noi non si torna a vincere.

Venerdì sera sono andato a Monza su invito del mio amico Pippo Civati. Nevicava. Mi sento in obbligo, per l’amicizia sorta tra noi, di mettervi in guardia su quanto segue. Se potete, non andate a Monza di sera alla fine di gennaio quando nevica. Nel caso proprio non possiate farne a meno, evitate di chiamare un taxi. Non vi risponderà nessuno!

Infine, ieri sul treno ho letto con curiosità il best seller di Vito Mancuso (La vita autentica, Raffaello Cortina editore). Mi faceva piacere conoscere il giudizio di chi tra voi ha avuto la stessa idea. Grazie in anticipo.

Buone cose



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OGGI.

Pubblicato il 26 gennaio 2010Non assegnata

Ha vinto Vendola. Stravinto, anzi, come certificato da giornali e tivù. E sin qui non ci piove. Il PD esce dalle primarie smentito nella linea (anche questa è la lettura più diffusa) e con una quantità di ferite da curare. Primo: ha perso il suo candidato. Secondo: una parte larga dei suoi iscritti e dei suoi dirigenti ha votato per Vendola o si è astenuto. Terzo: ha pagato il prezzo dell’alchimia delle alleanze spazzata via da un’idea meno cinica della politica. Non è poco. Diciamo che basta e avanza. Ma è tutto e solo così?

Secondo me il rilievo più severo per un partito è il secondo. L’idea che non hai compreso dove batteva il cuore della tua gente. Insomma l’essere entrato in urto col sentire del popolo che vorresti rappresentare. Se questo succede, ci sono buone ragioni per portare a revisionare il motore. Ma non è detto sia sufficiente se non si capisce come sia stato possibile arrivare a quel punto. In Puglia, solo un paio di mesi fa, la ricandidatura di Vendola appariva un azzardo. E non per la qualità della figura, ma per le resistenze di chi avrebbe dovuto sostenerlo. Di Pietro, Verdi, Socialisti….e in fondo alla lista anche l’Udc, disposta a entrare nella partita ma solo a precise condizioni, cioè con un candidato diverso frutto dell’accordo tra tutti. Vendola ha resistito. Ha spiegato che era lui la vera espressione del rinnovamento pugliese e che un veto sul suo nome avrebbe soltanto aperto le porte al ritorno del vecchio e dell’ammuffito, mentre una quota del popolo non avrebbe gradito e si sarebbe ritratta. Tanto bastava per convincerlo che a qualunque costo lui sarebbe andato avanti per la sua strada, si sarebbe ricandidato e avrebbe sfidato gli altri sul campo. Correttamente ha detto che solo il voto delle primarie (il popolo per l’appunto) avrebbe potuto giustifcare una sua esclusione a favore di un candidato diverso.

L’errore del PD? Mah, col senno di poi gli errori sono più facili da scorgere. A quel punto bisognava dire subito di sì alle primarie. Convocarle (con più tempo a disposizione per illustarne il senso, cioè le differenze politiche e di programma), e coltivare con serenità una competizione a viso aperto che non dovrebbe mai divenire, credo, una resa dei conti. Invece, si è prolungata la ricerca, spesso confusa, di un’altra soluzione. Prima col sindaco di Bari e, infine, ma siamo già ai primi di gennaio, con Francesco Boccia. Qualche giorno di tempo e poi le primarie fissate per l’altro ieri.

Dunque, le primarie. Ho già scritto (un paio di post fa) che sono uno strumento formidabile e da tutelare come i cristalli di casa. Temo anche non bastino a risolvere un paio di nodi che riguardano la politica e la sua crisi in un paese dove le ragioni del collasso civico e civile hanno radici complicate. Il punto, anche questo l’ho già detto, è che noi stiamo cercando di costruire un fronte alternativo alla destra, e lo dobbiamo fare in una condizione diversa da quella che avevamo immaginato all’atto di nascita del Partito Democratico. Lo riassumo così: per una breve stagione, e non senza risultati, noi abbiamo coltivato l’idea di un partito-coalizione. Cioè di una forza che per dimensioni e autorità fosse in grado di dettare praticamente da sola i contenuti e le regole di questa parte del campo. Credo di poter dire che quell’ambizione è stata largamente condivisa. Per la sua coerenza con uno schema bipolare. E anche per un messaggio di semplificazione del quadro politico che aveva una sua forza all’indomani della crisi dell’Unione. In questo senso le regole che ci siamo dati erano coerenti con quel modello. A partire da una lettura delle primarie vissuta un po’ come il tratto dominante del nuovo partito. Il problema nasce quando ci troviamo alle prese con uno scenario e rapporti di forza almeno in parte diversi. Perché a quel punto, delle due, l’una. O si procede diritti lungo la strada indicata, a prescindere da quello che ci succede attorno, ma col rischio di tradurre una vocazione maggioritaria in uno stato di minorità. Oppure si ragiona su come allargare i confini del centrosinistra: coltivando delle alleanze più larghe e competitive. Penso che la linea che abbiamo seguito in queste settimane, sia verso l’UDC che verso forze di ispirazione diversa, abbia avuto questa spiegazione. Personalmente la considero una motivazione seria. Il punto è che forse non abbiamo mai chiarito fino in fondo dov’è che una politica di alleanze finisce col negare la nostra vocazione maggioritaria. Insomma, la purezza del progetto. Questo è un tema serio. Si dice, “Non possiamo delegare all’UDC la rappresentanza dei moderati”. Sino alla critica più severa che sarebbe di avere consegnato nelle mani di Casini le chiavi del nostro partito. Ora, mentre trovo la seconda osservazione piuttosto offensiva, sulla prima è giusto discutere. Personalmente la vedo a questo modo. Credo ci siano contenuti e scelte dell’UDC, e non solo, che sono diverse dalle nostre. Cioè che riflettono una diversa cultura politica. Potrei fare degli esempi, ma su questo blog è superfluo (dai diritti civili al quoziente familiare, per intenderci…). Ma so anche che quelle forze – in una logica di coalizione – possono trovare la loro collocazione dentro un disegno alternativo alla destra. Se le cose stanno così il nostro problema non è imputare a noi stessi una rinuncia, che per altro non c’è, a rappresentare i moderati. Il punto casomai è aggregare su un impianto condiviso una platea, la più larga possibile, di interessi sociali, movimenti, forze politiche. In coerenza con un disegno, certo. Ma per dare gambe a un’alternativa possibile, e non solo teorica.

E qui – è giusto riconoscerlo – la vicenda della Puglia non va banalizzata. “Vince Vendola e ha perso il PD”: questo è un buon titolo di giornale. Ma non ci serve e non aiuta a guardare al dopo. Intanto, perché adesso la sfida è la stessa per noi e per Vendola: ed è vincere le elezioni. Ma, al di là di questo, non sarebbe serio trascurare il senso di quelle 200mila persone che in Puglia hanno votato e scelto. Io non credo – e l’ho appena scritto – che sia sbagliata la nostra ambizione di espandere i confini dell’alleanza. Ma dalla Puglia, e non solo, ci viene detto con chiarezza che il più grande partito dell’opposizione deve sempre combinare, fondere, una politica delle alleanze con una forte e radicale proposta di governo. E direi anche con una sua identità culturale e stile di conduzione. Questo a me pare l’altro punto. C’è una domanda, a volte confusa, di appartenenza, territorio, radicalità….che non possiamo soddisfare soltanto nell’ambito delle cose politicamente o elettoralmente ragionevoli. C’è un patto civile e sociale che noi abbiamo il compito di riscrivere con parti della società italiana offese dalla destra ma anche orfane (e da tempo) di una prospettiva di riscatto. E torniamo sempre lì: al profilo e all’identità di quel partito che abbiamo voluto fondare. Secondo me, derubricare i nodi di oggi (come fa buona parte della rassegna stampa delle ultime 48 ore) alle scelte (giuste o sbagliate) delle ultime settimane impedisce di vedere questo problema. Che sempre di più è per noi “il vero Problema”. Quello su cui concentrare le nostre energie a partire dalla campagna elettorale.

L’ultima osservazione che voglio fare è sull’immagine che ci accompagna in questo inizio d’anno e che non ha sempre tratti di brillantezza (è un eufemismo…). Credo che, in modo sereno, noi possiamo riconoscere limiti ed errori di questa fase. Parlo di errori tattici, di tono, di sostanza…..e dove ci sono stati è bene correggere. Sia mettendo le mani in casa nostra. Sia chiedendo ai nostri alleati comportamenti responsabili (ad esempio, ed è il caso dei radicali, risparmiandoci delle candidature improprie). Sia scegliendo, soprattutto sul capitolo delle Riforme di parlare con una voce unica sapendo della sensibilità che su questo piano è presente nel nostro popolo. Ma penso che, insieme, dobbiamo distinguere tra le differenze politiche, e un tentativo che è in atto di colpire il Partito Democratico e la sua credibilità. Ci sono vicende aperte che in questo senso non aiutano. Ma qui c’è la responsabilità di un gruppo dirigente, che sa affrontare i punti di crisi, ma che è anche in grado di difendere come un bene comune il senso del progetto. La mia polemica in questo caso è davvero e solo verso l’esterno (dunque non riguarda il PD in quanto tale), perché troppi sono i segni di una campagna aggressiva, e spesso violenta, rivolta al tentativo che stiamo portando avanti, pure coi limiti che ho detto. Ma una cosa, secondo me, noi dobbiamo temere come la peste: ed è il tentativo di descrivere questo nostro partito – e le sue leadership – come una realtà oramai depurata di moralità e preda di un’ansia del potere che offusca ogni cosa. Ecco, questo racconto su di noi, se non è contrastato, può produrre danni irreparabili. Perché possiamo sbagliare una posizione. O una tattica. O una candidatura. Ma per nessuna ragione noi possiamo rinunciare al prestigio del progetto e della sua classe dirigente. Questo è un pericolo tanto più serio in un passaggio così delicato dal punto di vista sociale e istituzionale. Perché dietro di noi non c’è un’altra soluzione. Dietro di noi c’è solo lo sfondamento della destra o il ripiegamento. Allora il punto non è evocare una solidarietà generica, ma capire se alla vigilia di una campagna elettorale complicata noi siamo nella condizione di difendere con fermezza le ragioni che ci hanno spinto fino qui. Penso che anche il nostro risultato elettorale di fine marzo, in qualche misura, passerà da questa nostra capacità.

PS. Una battuta finale sul blog. Ho letto (come da tre anni in qua) ogni riga che avete scritto. Della maggior parte vi ringrazio (ovviamente anche di quelle più critiche e in quanto tali degnissime di ascolto). Vedo però che nonostante i tentativi fatti sta crescendo in percentuale il numero dei commenti lasciati a monito di non so che, spesso grevi e privi di una logica che non sia l’apparente gusto della provocazione. Ormai evito anche di toglierli. A volte restano lì come sfregi sul muro. Non chiedo a nessuno di non farlo. Considero le persone responsabili a prescindere. Però ho sempre inteso il blog come un invito a casa. Del tipo, ci vediamo e facciamo quattro chiacchiere, anche su cose serie. Ora, l’imbarazzo è di vedere entrare in casa persone contro le quali non ho alcuna animosità. Semplicemente non mi sognerei di passarci assieme un pranzo o un caffè. E però la forza del mezzo, qui, è proprio nel fatto che non ti scegli gli ospiti. Per cui non ho trovato la risposta. Anzi, sul punto vi confesso che sono piuttosto confuso (evitate la battuta….”anche sul resto” perché è banale). Vabbè, mi pareva giusto raccontarvelo.

Buone cose



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SUGLI INVISIBILI E SULLA PUGLIA.

Pubblicato il 20 gennaio 2010Non assegnata

Da settimane istituzioni diverse (e tutte autorevoli) confermano i dati allarmanti sull’impatto della crisi. Parliamo delle ore di cassa integrazione, del calo dei consumi (spesso anche di quelli primari), degli effetti della congiuntura sull’espansione della povertà fino all’affanno della piccola e piccolissima imprenditoria strangolata dal cappio del credito. Da settimane l’intero corpo di queste notizie è relegato in taglio basso sulle pagine di alcune testate (neppure tutte) mentre l’agenda pubblica si concentra altrove. Non azzardo una statistica, ma immagino che le pagine quotidiane dedicate ai fatti pugliesi e ora alle bizze calabresi (e a ruota Lazio Umbria Campania…) siano di gran lunga un numero maggiore di quelle che si rivolgono alla fotografia del disagio sociale. C’è da stupirsi? Mah, sino a un certo punto. Diamanti giorni addietro ha illustrato per l’ennesima volta sulle colonne di Repubblica quali siano i meccanismi che informano, per dire, la copertura mediatica dell’emergenza sicurezza. Quel suo ragionare si può tranquillamente applicare alla sfera economica senza perdere il filo. Se segnalo una vicenda così scontata (soprattutto per chi frequenta questo blog) è soltanto per cogliere un fotogramma. Questo. Dopo alcuni mesi dove l’emergenza si faceva strada a forza di strappi estremi, ora neppure gli operai sulle gru o i precari sui tetti sfondano l’omertà di questa stagione e di questi rapporti di forza. Siamo stretti in una tenaglia, tra il prevalere della cronaca emergenziale (limitata da tempo alla sfera dell’immigrazione) e la rimozione dei protagonisti della crisi, evaporati, annullati, rimossi. Ora, la questione non è rilevante solo per una riflessione sui criteri di selezione della notizia (sul punto si sono riempiti scaffali di biblioteche). Il tema di fondo a me pare quest’altro. Se nella prima fase del malessere, lavoratori singoli o a gruppi hanno individuato forme di lotta persino esasperate nella speranza di rendere visibile il disagio e caricare in tal modo le proprie vertenze di un tratto “eversivo” rispetto alla rappresentanza di impronta classica, cosa può riservarci una fase nella quale sacche di marginalità sfocino in un sentimento di disperazione senza che nessuno se ne accorga e se ne faccia carico? Senza che nessuno le veda o le racconti? Ecco, oltre che per il rispetto e la dignità di questi cittadini, forse sarebbe bene farsi carico del problema prima di doversi misurare con contesti ingovernabili.

Domenica si vota per le primarie in Puglia. Esito giusto in una situazione che si è venuta complicando giorno dopo giorno. Ho già scritto che non mi convince il paragone frequente con le abitudini dei democratici americani. Avete presente lo schema credo. “Hillary e Obama se le sono suonate di santa ragione, colpi bassi e tutto il resto….ma poi, passato il voto, hanno marciato uniti come soldati!”. Ecco, a me pare che da noi le cose non si possano tradurre così meccanicamente. Nel senso che vanno benissimo le primarie, ma non funziona una tattica che porti i competitori e i relativi supporters a bestemmiarsi reciprocamente la famiglia che tanto poi, la mattina del lunedì, si marcerà di nuovo a braccetto. Credo sia più sensato individuare una modalità autonoma, anche nel profilo, nello stile. In Puglia, ad esempio, la questione tutto sommato ha un’evidenza politica piuttosto chiara. C’è un governatore uscente (Vendola) che conclude il suo primo mandato con un consuntivo complessivamente positivo e in alcuni ambiti eccellente. Problemi non sono mancati ma anche in relazione a quelli la maggioranza che c’era ha mostrato una buona reattività. Nei mesi scorsi lo stesso Vendola si è posto il problema (di assoluto buon senso) di un rafforzamento e allargamento della maggioranza di centrosinistra. Necessità valida in re ipsa, ma anche per la difficoltà della sfida con una destra che si presenta alle urne di marzo in condizioni meno deboli di cinque anni fa (dove, come ricorderete, il vento soffiava tutto a nostro favore tanto da registrare un sostanziale cappotto, undici a due regioni per noi). Su questa base Vendola ha scelto di coinvolgere nella sua ultima giunta un esponente dell’Udc (per la verità un ex dirigente del Pd trapiantato nell’Udc, ma la sostanza non cambia) e giustamente ha aperto per tempo un canale di comunicazione col vertice nazionale di quel partito. Purtroppo l’esito non è stato quello sperato. Casini (a torto, se posso esprimere la mia inutile opinione) ha chiuso la porta al governatore uscente e si è dichiarato, invece, disposto (lui e il suo partito) a entrare solo in una “nuova maggioranza” che tenesse conto della novità a partire dalla scelta condivisa sul futuro presidente. Nel frattempo anche altre forze (maggiori e minori) del centrosinistra hanno manifestato perplessità o un aperto dissenso verso la riconferma di Vendola (tra questi l’Italia dei Valori, i Socialisti, i Verdi) e la situazione si è ingarbugliata notevolmente. In questo quadro vi è stato chi ha detto (lo ha fatto il Pd per bocca del suo segretario regionale) che sarebbe stato bene convocare un tavolo (anzi avrebbe dovuto promuoverlo lo stesso presidente uscente) per cercare una soluzione unitaria. Sia come sia, le cose hanno preso una piega diversa. Vendola ha annunciato la sua candidatura e il Pd è entrato in uno stato febbrile dove i fatti (che non saprei riassumere in toto) hanno registrato la scesa in campo (breve ma irruente) del sindaco di Bari, polemiche assai vivaci, fino alla scelta di giocare la carta delle primarie candidando il deputato Francesco Boccia. Sul nome di Boccia vi sarebbe l’appoggio dell’Udc e delle altre forze del centrosinistra (da ultimo l’Italia dei Valori, per bocca del suo leader, ha tolto – va detto – il veto su Vendola). E si arriva così alle primarie di domenica dove si misureranno due personalità (Vendola e Boccia) ma soprattutto due proposte politiche. Quella del governatore uscente, forte del proprio operato, durissimo nel giudizio contro una pregiudiziale posta da alcuni (i centristi e non solo) sulla sua riconferma e che egli giudica come il tentativo neanche dissimulato della “casta” di cancellare con un colpo di spugna i segni della primavera pugliese in nome di altri interessi (confessabili e non). Riassumo, ma credo con onestà intellettuale. Sull’altro fronte c’è Boccia con una proposta politica diversa. Dove si rivendica il buono fatto ma si sostiene il bisogno di allargare i confini della coalizione per essere più competitivi nelle urne, per dotarsi di una maggioranza più solida nei prossimi anni, per rafforzare un quadro di alleanze locali già in essere (credo che in tre province almeno le giunte del Pd e altri vedano il concorso dell’Udc) e per rilanciare una stagione di governo della Puglia in nome di interessi e valori che sono quelli sui quali si è fondata la scommessa di un centrosinistra vincente dopo la fine dell’Unione. Questo il quadro del campo. Restano da aggiungere una nota a margine sul Pd e due battute sui competitori di domenica prossima. Per quel che attiene al nostro partito, in diversi (in assoluta buona fede) sostengono un concetto semplice. Questo: “il veto su Vendola è irricevibile. Se un partito (per altro delle dimensioni dell’Udc) pone il veto al governatore uscente, il Pd non può cedere a questo “ricatto”, perché si mostra debole e incoerente. Non è capace di difendere la sua esperienza di governo (oltre che il “suo” presidente) e finisce in un cono di subalternità. Bisognava dire una cosa semplice: noi ricandidiamo l’uscente, chi ci sta ci sta e gli altri si adegueranno, oppure se non si adegueranno andranno altrove ma noi non siamo nati per alimentare i vecchi pasticci della politica politicante”. Ho prodotto una sintesi rozza ma la sostanza è chiara. Naturalmente a questa tesi se ne contrappone un’altra (quella accennata poco sopra e a mio parere più seria). Se l’obiettivo di un partito (tutto sommato non mi pare una cosa impossibile da cogliere) è vincere le elezioni per garantire a una terra (nel caso, la Puglia) di non tornare sotto il tacco della destra peggiore, allora compito della politica e di una classe dirigente estesa è farsi carico delle condizioni necessarie a tagliare il traguardo. In questo senso allargare la coalizione (ovviamente sulla base di un progetto di governo credibile) e condividere le scelte coerenti a quello scopo è un atto di responsabilità, persino di coraggio politico, non di resa. Le personalità in questo contesto sono “parte” di un progetto comune, non il prius ma lo sviluppo di una scommessa politica ed elettorale. Non si tratta di sposare la politica delle alchimie o delle alleanze a scapito dei contenuti e delle coerenze. Posta così non va. Le alleanze sono una dimensione reale e vitale della politica. Fingere che non sia così equivale a ingannare se stessi (e una quota di elettori). Comunque sto divagando. Era solo per dire (per confermare) come davvero domenica si misurano due proposte politiche, non solo due persone, due caratteri, due profili. E questo confronto (comunque vada) è un fatto positivo perché restituisce ai cittadini pugliesi (a ch tra loro lo vorrà) il diritto di esprimersi e di contribuire a una scelta che comunque sarà, dal giorno successivo, la scelta di tutti. E finisco con i due flash personali. Conosco entrambi i candidati pugliesi. Nichi da molti più anni essendo cresciuti assieme nella Fgci. Francesco da meno tempo, essendo più giovane e provenendo da una storia diversa. Potrei dire d’essere amico di tutti e due, ma questo non conta. Vendola è un uomo di assoluta onestà e, a suo modo, coerenza. Sui giornali di ieri è stato lambito da uno schizzo delle inchieste pugliesi. Ecco, quella è una cosa semplicemente ridicola, tanto più che la “colpa” del presidente sarebbe stata di verificare col suo assessore la mancata nomina di un luminare assoluto della ricerca medica. La campagna elettorale di Nichi in questi giorni è stata elaborata da quei ragazzi geniali di Proforma (lavorano a Bari). E’ tutta giocata sul termine “Solo” e sul rimando doppio del suo significato. “Solo” contro tutti (con quel contro che diventa “con”), a testimoniare la resistenza individuale di Davide contro un Golia dei vecchi partiti (la lettura è mia). Ma anche, per dire, “Solo acqua pubblica” a segnare il merito di scelte forti. Bella campagna. Eppure quel “Solo” a pensarci bene riflette un’evoluzione che forse Vendola ha conosciuto in questi anni. L’idea che la politica in tempi di presidenzialismo palese o strisciante sia destinata (nostro malgrado) a farsi monologo anziché fraseggio. Discesa solitaria verso la porta, come quel gol storico di Maradona ai mondiali. Uno contro tutti. Uno votato dal popolo. Uno. Non so, ma c’è qualcosa che non mi convince. Quel “Solo…” è al contempo il simbolo della forza di una personalità ma anche della sua fragilità. Può darsi che lo slogan funzioni, e però tutto sommato continuo a preferire l’idea che le cose si fanno meglio “Insieme”. Ma queste sono riflessioni buttate lì. Anche Boccia è un uomo di assoluta onestà. E’ un giovane economista e ha una visione della politica che riflette quello schema richiamato sopra. Un’idea di alleanza ampia per conservare alla Puglia la speranza di un futuro in linea con le decisioni di questi anni. Ha accettato di giocare questa partita (non facile) dopo averlo fatto anche cinque anni fa, quando ha perso la sfida delle primarie con Nichi (furono, mi pare, le prime vere primarie che ci capitò di vivere). Ecco, mi fermo. Chiunque vinca domenica sarà un ottimo candidato. Ma a seconda che prevalga l’uno o l’altro si aprirà anche una fase politica diversa. E’ una bella sfida. Ed è soprattutto una bella occasione per restituire alle persone in carne e ossa voce e una piccola quota di potere. Il potere di scegliere.

L’altro ieri abbiamo presentato il libretto a Milano, Circolo della Stampa. C’erano il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, Bersani, Roberto Cornelli che è il giovane segretario del Pd di Milano e presiedeva Barbara Pollastrini. Sono venute parecchie persone (il novantanove per cento attirate dal dialogo De Bortoli-Bersani). E’ stato un bel pomeriggio però mi è mancato molto Sergio Staino.

Buone cose



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PRIMARIE SEMPRE. O NO?

Pubblicato il 13 gennaio 2010Non assegnata

Dunque le primarie. Da settimane sono al centro del contendere. Per come si fanno. Per il fatto o meno di farle. Per le ragioni che possono giustificare il non farle. Vediamo di capire e partiamo, come di dovere, dalle regole che ci siamo dati.

Lo Statuto del Pd prevede all’articolo 18 quanto segue:

“Vengono in ogni caso selezionati con il metodo delle primarie i candidati alla carica di Sindaco, Presidente di Provincia e Presidente di Regione. Qualora il Partito Democratico concorra con altri partiti alla presentazione di candidature comuni per tali cariche, valgono le norme contenute nell’articolo 20 del presente Statuto. Le modalità di selezione delle candidature per le altre cariche di livello regionale e locale vengono stabilite dagli Statuti delle Unioni regionali e delle Unioni provinciali di Trento e Bolzano”.

E allora vediamo cosa dice l’articolo 20 (quello dedicato alle primarie di coalizione):

comma 1. “Qualora il Partito Democratico stipuli accordi pre-elettorali di coalizione con altre forze politiche in ambito regionale e locale, i candidati comuni alla carica di Presidente di Regione, Presidente di Provincia o Sindaco vengono selezionati mediante elezioni primarie aperte a tutte le cittadine ed i cittadini italiani che alla data delle medesime elezioni abbiano compiuto sedici anni nonché, con i medesimi requisiti di età, le cittadine e i cittadini dell’Unione europea residenti, le cittadine e i cittadini di altri Paesi in possesso di permesso di soggiorno, i quali al momento del voto dichiarino di essere elettori della coalizione che ha indetto le primarie, e devolvano il contributo previsto dal Regolamento.”

comma 3. “Qualora, al fine di raggiungere l’accordo di coalizione, si intenda apportare modifiche ai principi espressi nel comma 1 del presente articolo o utilizzare un diverso metodo per la scelta dei candidati comuni, la deroga deve essere approvata con il voto favorevole dei tre quinti dei componenti l’Assemblea del livello territoriale corrispondente.”

Bene, fin qui le regole. Le “nostre regole”. Poi, per fortuna, nel mondo non esistiamo solo noi e può capitare, anzi capita, che in una competizione elettorale sia non soltanto logico ma assolutamente necessario stringere degli accordi con altre forze, partiti, movimenti per potersi giocare il risultato del voto con qualche speranza di successo.

L’impressione è che le regole previste dal nostro Statuto siano in buona misura l’espressione di un’idea del Pd pienamente calata nell’ambizione di un bipartitismo imperfetto. In altre parole, la volontà di dar vita a un partito sostanzialmente autosufficiente o comunque egemone nel proprio campo e tale da condizionare in forma più o meno esclusiva le scelte del centrosinistra non solo sul terreno delle persone (i candidati) ma anche delle procedure (le primarie). La realtà, purtroppo, si è rivelata meno rigida. Nel senso di non aver consentito una polarizzazione del confronto tra i due schieramenti (centrodestra e centrosinistra) tale da cancellare o ridurre drasticamente il peso di altre formazioni. Da qui, o comunque anche da qui, la necessità di lavorare in vista delle elezioni regionali di marzo a un allargamento delle alleanze.

E qui, le “nostre” regole debbono, giocoforza, misurarsi con le regole degli altri. Facciamo un esempio: noi siamo per scegliere i candidati governatori con le primarie (lo abbiamo scolpito nello Statuto). In alcune realtà succede che per vincere (o almeno per competere) vi sia il bisogno di allargare la coalizione ad altri (l’Udc, certo, ma non solo. Penso ai nostri amici radicali per dire). E facciamo conto che questi altri 8° torto o a ragione) siano contrari al ricorso alle elezioni primarie per la scelta del candidato o della candidata alla presidenza. Ecco, in questo caso che succede? Noi possiamo dire “primarie sempre sempre sempre”. Il Pd lo abbiamo fondato e costituito su questo principio di partecipazione diretta e popolare e non applicarlo ovunque equivale a tradire l’atto di nascita di noi stessi. E’ una linea, non lo nego. Che però può anche portare, in nome della difesa coerente del principio, a ridurre la potenzialità della coalizione (perdendo dei pezzi che questo impianto non condividono).

Abbiamo una via d’uscita offerta dallo Statuto (il nostro). Il comma tre dell’articolo 20: per sottrarsi alla regola delle primarie di coalizione bisogna che i due terzi dell’assemblea regionale del partito voti una correzione straordinaria della prassi prevista. E’ questo (se capisco bene) lo stato dell’arte del Pd pugliese che dovrà sciogliere esattamente questo nodo nella sua riunione del fine settimana a Bari. Ora, col massimo rispetto verso l’autonomia dei partiti regionali (quello pugliese come quello umbro o laziale), mi permetto di segnalare un nodo politico.

La mia impressione è che le primarie siano e rimangano un poderoso strumento di mobilitazione e, in taluni casi, anche di soluzione brillante per la selezione dei candidati migliori (nel senso di più competitivi) alle cariche monocratiche. Detto ciò penso anche che abbiamo affidato a questo strumento (che tale rimane: uno strumento) delle prerogative superiori alle loro effettive potenzialità. In particolare la possibilità (o la speranza) che lo strumento in sé sia il grimaldello, la chiave vincente, per risolvere o districare complicate vicende politiche. Ma la politica raramente si fa gestire delegando altrove le sue responsabilità. Conviene quasi sempre tener conto del bisogno di farsi carico dei problemi indicando delle soluzioni ragionevoli e condivise.

Vuol dire buttare a mare le primarie? No, tutt’altro, l’ho appena detto. Ma significa anche evitare di pensare che tout le monde debba uniformarsi per forza alle “nostre” regole e che, a volte, sia opportuno ricercare e concertare con altri la via d’uscita migliore per situazioni complesse. Se questo modo di ragionare appare come un ritorno del vecchio mi spiace. Perché, nel mio piccolo, penso l’opposto. Vuol dire soltanto evitare di mettere le braghe al mondo lamentandosi poi se a qualcuno il colore dell’indumento non piace. Uno sforzo di buon senso. E una gerarchia assennata degli obiettivi da perseguire, questo a me parrebbe da qui in avanti lo sforzo da fare.

Buone cose.



permalink | inviato da giannicuperlo il 13/1/2010 alle 12:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (494) | Versione per la stampa


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PER FATTO PERSONALE. LETTERA APERTA A MARCO PANNELLA.

Pubblicato il 12 gennaio 2010Non assegnata

Caro Marco,

ieri sera mentre rientravo da Firenze ho ricevuto sul mio telefonino questa tua mail:
 
“Caro Gianni, “presunta”? Vada pur bene la tua concezione chiesastica del partito ma proprio “presunta”? Mi aspetterei che per onestà intellettuale la ritiri e te ne scusi. Ciao. Marco”
 
Lì per lì, te lo confesso, sono rimasto spiazzato perché non ho davvero capito a cosa tu potessi riferiti, tanto che (magia del telefonino) ti ho inviato a strettissimo giro (due minuti dopo) una risposta che era questa:
 
“Caro Marco, tendo per indole a scusarmi “a prescindere”. Ma cosa intendi con “presunta”? Perché non so capire a cosa ti riferisca. Resta inteso che se ho detto qualcosa di errato mi correggo scusandomi, se invece (come penso) si tratta di un equivoco o di una nota falsa o di un errore ti prego di farmelo sapere così da tranquillizzarmi. A presto. Gianni”.
 
Poi, stamane, sono tornato sul blog per la lettura mattutina dei commenti e ho riletto un passaggio del mio ultimo post. Questo:
 
“Se dio viole siamo quasi alla fine del tormento sulle candidature del centrosinistra alle regionali. Da tempo domina la scena il caso pugliese e a ruota quello laziale. Ho già scritto che voterei (A Roma) Emma Bonino senza alcun problema. Anzi, con tutta la convinzione del caso. Mi sarebbe piaciuto – questo sì, lo confesso – una procedura diversa. Non la candidatura annunciata dai soli radicali (anche come reazione a una loro presunta esclusione dal tavolo di una coalizione più ampia), e noi a seguire, o a inseguire (come appare dalla cronaca delle ultime giornate). Avrei preferito un tavolo promosso dalle forze che si rifanno all’opposizione verso l’attuale governo (allargato a chi volesse starci) e la scelta di indicare un nome. Non è propriamente la stessa cosa.”
 
E così ho capito a cosa ti riferivi con quel “presunta”. Alla definizione che avevo dato della esclusione dei radicali dal tavolo del centrosinistra laziale per la scelta del candidato.
 
Potrei cavarmela sottolineando l’altra parte della frase (“voterei Emma Bonino senza alcun problema. Anzi con tutta la convinzione del caso”), ma capisco che tu sollevi una questione diversa. Ti vorrei rassicurare sul fatto che ho usato quel termine (presunta) senza alcuna malizia. Era soltanto un modo per specificare come da parte del Pd non vi fosse stata alcuna volontà pregiudiziale di escludere i radicali dal tavolo della coalizione.
 
Per precisione (e puntiglio) ho chiamato il nostro giovane segretario regionale del Lazio (Alessandro Mazzoli) che mi ha confermato il tutto. I radicali sono sempre stati invitati (a tutte le riunioni). Alla prima (in ordine di tempo) hanno partecipato mentre dalle successive si sono astenuti (nonostante l’invito regolarmente formalizzato) giustificando tale scelta con la volontà di presentare liste autonome in tutte le regioni.
 
Tutto qua. Come vedi, nessuna malizia. Anzi.
 
Detto ciò, per la stima e l’affetto che ho verso di te, scelgo comunque di scusarmi (a prescindere, appunto, lasciando da parte però la mia “presunta” concezione chiesastica del partito. Se mai l’ho avuta, caro Marco, me l’hanno tolta da tempo. E francamente, un pochino mi spiace.).
 
Un abbraccio
 
Gianni



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OGGI E IERI.

Pubblicato il 10 gennaio 2010Non assegnata

Com’è giusto che sia i giornali sono occupati per pagine intere dai fatti di Rosarno. Analisi (segnalo Scalfari e Spinelli), interviste (tra le molte quella di Epifani all’Unità), persino una spietata fotografia in versi (Sofri). Sono tutte cose da leggere e da meditare. Nell’insieme gli scontri e le aggressioni di questi giorni trovano una spiegazione nel contesto dove sono maturati. Un territorio plasmato dalla criminalità che fa e disfa le regole, uno Stato fragilissimo e spesso assente, condizioni di sfruttamento odiose (25 euro per 16 o 18 ore di lavoro, e di quelli 5 se ne vanno per il caporale o l’autista dei camion). Ci sono risposte che andrebbero date subito a partire da un minimo retributivo e contributivo per quei lavoratori insieme alla trasparenza del mercato dell’occupazione agricola contrastando malavitosi di ogni stirpe. Poi c’è l’impianto politico, la linea da seguire per prevenire situazioni così patologiche. E qui entra in scena il fallimento della destra: la loro ideologia fondata sul reprimere (a parole) e con manifesti di cinismo ideologico (leggi il reato di clandestinità) ma destinati nei fatti ad alimentare proprio quel limbo di illegalità su cui si fondano le ragioni e i profitti del crimine. Sono 15 anni che il governo attuale (nelle sue diverse versioni) recita questo copione e, dunque, anche temporalmente dovrebbe rispondere delle sue scelte perché non c’è un altro colpevole da crocifiggere. E invece? Invece la reazione in assoluto più sguaiata degli ultimi giorni è stata quella del ministro dell’Interno che dinanzi a uno sfregio tale (di umanità e buon senso) ha risolto il dolo con una piroetta della logica: paghiamo il prezzo della troppa tolleranza verso i clandestini. Punto. Insomma, laggiù da vent’anni, a quel che si capisce, si reclutano braccia da sfruttare in lavori che nessun italiano si sognerebbe più di fare. Poi questi schiavi si arrangiano a sopravvivere in lerci dormitori privi di tutto (ha spiegato uno di loro che dall’una alle quattro è inutile cercare di dormire per il troppo freddo che fa). Qualcuno (la N’drangheta) quella massa di carni la sfrutta, ci vive e ci prospera, in una incubatrice di rivolta che solo chi non vuol vedere non vede. E quando la rivolta esplode (con violenze reciproche ma innescate da un antisportivo tiro all’immigrato) il capo politico della sicurezza se ne esce invocando polso fermo contro gli ingressi illegali. Che dire? Niente. Che volete dire. Serve fare. Darsi da fare perché questo nostro paese non prosegua la sua discesa verso il basso. E’ questione culturale, di regole, di politiche, di fermezza dell’opposizione. Qui, su questi temi, credo, si deve fare il Pd.

Se dio viole siamo quasi alla fine del tormento sulle candidature del centrosinistra alle regionali. Da tempo domina la scena il caso pugliese e a ruota quello laziale. Ho già scritto che voterei (A Roma) Emma Bonino senza alcun problema. Anzi, con tutta la convinzione del caso. Mi sarebbe piaciuto – questo sì, lo confesso – una procedura diversa. Non la candidatura annunciata dai soli radicali (anche come reazione a una loro presunta esclusione dal tavolo di una coalizione più ampia), e noi a seguire, o a inseguire (come appare dalla cronaca delle ultime giornate). Avrei preferito un tavolo promosso dalle forze che si rifanno all’opposizione verso l’attuale governo (allargato a chi volesse starci) e la scelta di indicare un nome. Non è propriamente la stessa cosa. Quanto alla Puglia continuo a credere che se l’errore si consuma all’inizio, poi ne seguono altri in una logica inerziale. Potrei rimandare all’intervista fittizia a “Società Aperta”, ma finirei col ripetermi. Invece un punto va registrato. Questo. Un partito è vivo se discute, fin qui non ci piove. Il punto è se tutti quelli che discutono di sentono davvero parte di un partito (e non partiti separati che si litigano la sorte di una confederazione). Sono due cose diverse, tutto qui. E io vorrei che il Pd fosse la prima. Mentre qualche mattina sfoglio i giornali e mi sembra che siamo diventati la seconda. Ma spero di sbagliare.

Da tempo su questo piccolo blog si consuma una dialettica che rischia di smarrire il senso delle cose che si dicono (e delle posizioni che si sostengono) a vantaggio di una isteria del linguaggio foriera di toni sempre più esagerati e tutto sommato inutili. L’ultimo episodio ne ha dato ampia testimonianza. Ho cercato di spiegare diverse volte perché abbia scelto in questi anni (e ne vado fiero, se così si può dire) di non filtrare alcun commento. Credo di aver bloccato solo due interventi in tutto (uno per palesi volgarità in esso contenuto, l’altro per un attacco improprio a chi non è più in grado di replicare laddove lo avesse voluto). Finché posso continuerò ad agire nello stesso modo. Stamane, comunque, ho letto un articolo sereno ma fermo del direttore del Sole 24 Ore sulla prima pagina del Sole. Dategli un’occhiata se potete. Spiega come e perché alcuni dei guru della Rete si stiano interrogando (e seriamente) sulla natura di questo strumento e sulle modalità che possono trasformarlo da poderosa forma di partecipazione in una ristretta selezione al ribasso. Continuo a credere (e sperare) che si possa affermare la prima ipotesi. Ma sta a noi riuscirci. E non è un impegno che non comporti uno sforzo adeguato.

Ieri mattina (sabato) ho fatto una chiacchierata istruttiva col mio amico Roberto Weber a un tavolino del Caffè San Marco, in Via Battisti a Trieste. E mentre ce ne stavamo lì a discorrere di Vendola primarie e sondaggi, improvvisa davanti ci è sfilata la Mitteleuropa che si è andata a sedere al tavolino di fianco dove era attesa da un ospite straniero (dall’accento iberico direi). Tutto qui. Ma Giovanni Damiani capirà.

Buone cose



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AL VOLO.

Pubblicato il 6 gennaio 2010Non assegnata

Mica facile riprendere un filo. Si dovrebbe parlare delle regionali prossime venture ma non saprei cosa aggiungere a quel che già sapete. Leggo le notizie e gli scenari per come si succedono e attendo di capire per chi voteremo nel Lazio. Sull’ipotesi di una candidatura Zingaretti potrei rimandarvi all’intervista pubblicata nell’ultimo post (a proposito, è vero, bisogna cambiare titolo alla rivista perché “Società Aperta” esiste già…..).

Lunedì prossimo, su iniziativa del mio amico Simone Siliani, presentiamo il libretto a Firenze (Biblioteca delle Oblate, ore 18.30). Ci saranno anche Irene Tinagli e Sergio Staino.

Convincete Lorenzo a non lasciare il blog, anche perché se accadesse non ci sarebbe più il blog.

Un paio di notazioni sulla giustizia. Alla ripresa (la prossima settimana) si riparte col tormento del processo breve (adesso si chiamerà “processo certo”) e del legittimo impedimento. Sul merito di entrambe le questioni abbiamo già chiarito che voteremo contro. Sullo sfondo resta (da anni, per la verità) il nodo del rapporto tra politica e giustizia. Ho letto con grande interesse l’ultimo saggio di Luciano Violante (Magistrati, Einaudi 2009). Vi è contenuta una fotografia nitida dei problemi aperti e alcune indicazioni strategiche sulle soluzioni da perseguire. In particolare, un certo grado di conflittualità tra la sfera dei decisori e la giustizia penale caratterizza un po’ tutti i sistemi democratici. Nel nostro caso la relazione ha assunto caratteri patologici per le ragioni a voi note. Ciò che nei fatti allarma di più la politica non è però l’esito del giudizio (spesso diluito nel tempo in termini di anni) ma l’avvio delle indagini (col corredo di notizie intercettazioni e impatto sull’esterno). Se a questo si aggiunge la crescita del potere dei giudici come frutto di una crescente influenza della giurisdizione sulla vita economica e sociale della comunità, è evidente che si pone il tema di come ristabilire un equilibrio che si sarebbe venuto progressivamente alterando. Il punto è che l’attuale maggioranza vorrebbe ristabilire questo equilibrio sulla base di un primato assoluto e incontrollato della politica (per la precisione, dell’Esecutivo) a scapito dell’autonomia e indipendenza del potere giudiziario. Ma non nel senso di altri ordinamenti (ad esempio l’America) dove esistono poderosi contrappesi istituzionali. Qui da noi la destra vorrebbe solo e semplicemente un asservimento dell’apparato giudiziario alle esigenze contingenti del decisore politico, con effetti paralizzanti o peggio, esplosivi, sull’intero sistema democratico e costituzionale. Proprio per questo, però, la discussione sulle riforme acquista (almeno in teoria) un valore particolare. Perché noi siamo alle prese con un sistema che nel suo insieme oggi non funziona (iper-legificazione che produce una difficoltà o arbitrarietà nell’interpretazione della legge stessa con conseguente incertezza da parte dei cittadini non potenti sull’applicazione delle norme e sulla certezza del diritto, tempi biblici di giudizio e conflitti economici sottratti alla legittima richiesta di valutazione, evaporazione del principio di certezza della pena….). Tutto ciò richiederebbe un insieme di riforme (possibilmente concordate) e rivolte alla soluzione di problemi che concretamente rallentano o inibiscono l’esprimersi di una mappa aggiornata di diritti e di responsabilità. Su questa base noi abbiamo avanzato un quadro di ipotesi e soluzioni serie. La destra si ostina a cercare vie d’uscita contingenti e temporanee per singoli impedimenti. Da questo conflitto “di logica e di senso” converrà ripartire se vogliamo sottrarre l’intero capitolo della giustizia dal gioco di ruolo nel quale pare essersi immedesimato. Quella di Violante, comunque, è una lettura che vi consiglio e sulla quale mi riprometto di tornare.

L’anno scorso avevo letto (con angoscia) “La Strada” di Cormac McCarthy. E’ un romanzo doloroso sulla “fine” oppure sull’Inizio (se si vuole cogliere l’aspetto ottimista). Un viaggio disperato che si fa di speranza in una relazione intensa, a tratti assoluta, tra un padre e un bambino. Ne hanno fatto un film, con un cast di primordine a quanto pare, ma del film nelle sale italiane non c’è traccia perché manca un distributore disposto a sobbarcarsi l’onere del rischio (commerciale) per una pellicola definita “troppo deprimente”. Insomma, perché spendere denaro in vista di un risultato mediocre al box office? Meglio stampare 700 copie del cinepanettone natalizio e lasciare padre e figlio al loro destino (per altro segnato). Trovate echi della notizia sui giornali di oggi. Se ve la segnalo è solo per una sensazione: colpisce l’episodio certo, ma in fondo a scorrere i palinsesti delle nostre (innumerevoli) reti generaliste e digitali terrestri e satellitari….l’impressione è che non sia affatto ragionevole stupirsi perché in fondo questa logica si è già ampiamente affermata. Non solo al cinema, ma un po’ dovunque. E senza che la cultura (in senso lato) erigesse barricate. Forse per una volta non è solo colpa della politica. Forse anche a qualcun altro dovrebbero fischiare le orecchie. O no?

Infine, siccome nella vita bisogna avere il coraggio di prendere posizione, ho deciso di schierare ufficialmente il blog nel panorama del basket italiano. La nostra squadra è la Lottomatica Roma. Punto.

Buone cose



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INTERVISTA PER "SOCIETA' APERTA".

Pubblicato il 23 dicembre 2009Non assegnata

Nonostante una certa ritrosia di carattere ho accettato di fare un’intervista, e pure ampia, sollecitato dal direttore di “Società Aperta”, la nuova rivista mensile che troverete in edicola dal 12 gennaio. Ho chiesto il permesso di anticiparla sul blog.


Onorevole Cuperlo, partiamo dall’attualità. Si è riaperto il tormentone sulle riforme. Chi lo chiama dialogo, chi inciucio. Qual è la sua opinione?

Forse dovremmo distinguere tra ciò che è giusto, nel senso di ragionevole e utile al paese, e ciò che è praticabile. In una condizione di normalità, sarebbe giusto sedersi a un tavolo e verificare, qui e ora, le soluzioni possibili per una modernizzazione del nostro sistema politico-istituzionale. A partire da una nuova legge elettorale per il Parlamento al posto della sciagura attuale. E poi il superamento delle due camere sorelle, la riduzione dei parlamentari e dei costi della politica. Un equilibrio ritrovato tra Esecutivo e funzione legislativa. L’insindacabilità delle istituzioni di controllo e di garanzia per arrivare allo snodo della giustizia dove le riforme da fare sono serie e urgenti. Il punto è che noi non siamo, e da tempo, in una condizione di normalità. E questo a causa di ragioni che sono troppo note per dover essere ripetute.

Quindi è sempre colpa di Berlusconi?


Stiamo ai fatti. Se ogni volta che si solleva il sipario sulle riforme, la destra irrompe in scena e impone delle priorità figlie unicamente degli interessi del premier, a noi tocca riabbassare il sipario. Con buona pace delle priorità vere. E’ stato così l’anno scorso con la norma blocca-processi da cui, per partenogenesi, è scaturito il lodo Alfano. E’ così oggi se parliamo di processo breve o di legittimo impedimento. Quello che non funziona è l’ordine logico dei fattori. Noi partiamo dai problemi generali. Loro dal problema di Uno. E il discorso inciampa, inevitabilmente.

E allora?

E allora bisognerebbe sgombrare il campo da questa sovrapposizione. Ma chiedo: questa destra – per l’assetto che la contrddistingue e i rapporti di forza che la ispirano – è in grado di farlo?

E quale risposta si è dato?

Quella che si danno tutti. Finora No, non ha mostrato questa capacità. Il che non equivale a dire che da quella parte sono tutti uguali o la pensano tutti allo stesso modo. Vuol dire semplicemente che la via delle riforme possibili è tutta davanti a noi ma con la sbarra abbassata. Dire, come ha ripetuto Bersani, “sgomberate il campo da tutte le leggi ad personam e noi siamo pronti a discutere” non è altro che l’invito ad alzare la sbarra.

E lei pensa che accadrà a breve?

A breve lo escluderei. E non solo per le ragioni dette, ma perché, piaccia o meno, siamo entrati in una ennesima campagna elettorale che ci porterà alle regionali di fine marzo. Non mi pare che da qui al voto questo discorso sia destinato a bruciare le tappe. Dopo vedremo. Peserà anche l’esito delle elezioni. Peserà lo stato di salute della maggioranza. Peseranno l’immagine e la credibilità del Pd.

A proposito di elezioni regionali, perché tanta fatica a scegliere i candidati giusti?

Ci sono situazioni diverse. La Lombardia o la Toscana non sono il Lazio o la Puglia. Sono elezioni regionali e ogni regione ha la sua storia, antica e recente. Ricordiamoci anche da dove partiamo: da una specie di cappotto che ci fece vincere nel 2005 undici regioni in un clima assai favorevole all’Unione del tempo. Ora la competizione è diversa, più difficile certamente, ma possiamo fare bene. Di questo sono convinto. Naturalmente bisogna tenere insieme due condizioni: la costruzione di coalizioni solide e larghe con la scelta di candidature autorevoli e condivise. Sono i due pedali della nostra bicicletta. Si può anche stare in equilibrio agendo su un pedale solo ma ne risente la velocità.

Ma nel merito, in Puglia siamo allo scontro tra Vendola ed Emiliano.

Lo so, e lo considero un errore serio. Però mi faccia aggiungere prima una cosa.

Quale?

Noi abbiamo i nostri problemi, inutile negarlo. Però abbiamo anche un rispetto di fondo verso le autonomie territoriali. E’ impressionante il silenzio di tanti incalliti federalisti verso la centralizzazione delle scelte operata dalla destra. Quelli si sono riuniti intorno a un tavolo e hanno deciso “Il Veneto a noi, la Lombardia a voi…”. Semplicemente paradossale.

Torniamo alla Puglia.

Non sono pugliese e osservo con rispetto. Lì si è posto il problema di un allargamento della maggioranza uscente con una disponibilità dell’Udc che chiedeva una discontinuità nella conduzione della giunta. Anche l’Italia dei Valori, con motivazioni diverse, avanzava la stessa richiesta. Vendola poteva farsi carico della situazione e cercare uno sbocco unitario. Ha scelto, legittimamente, di agire diversamente e di confermare la sua candidatura, come si dice, “a prescindere”. A quel punto le posizioni si sono irrigidite da tutte le parti.

E come se ne esce?

Non lo so e non tocca a me dirlo. Però mi permetto una sola osservazione.

Dica.

Comincio davvero a credere che una quota di presidenzialismo deteriore sia penetrata in noi e lo considero un rischio serio, di tenuta e credibilità del centrosinistra.

A cosa si riferisce?

Al fatto che sempre più spesso, in realtà differenti e distanti a volte centinaia di chilometri, la personalizzazione della leadership finisce con l’appannare le funzioni basilari dei partiti e delle coalizioni. Tutto si riduce o si riconduce alla semplificazione di una figura dominante le cui sorti trascinano appresso i destini di forze organizzate, culture politiche, appartenenze. E’ il prevalere di un ibrido: una miscela di notabilato e visione salvifica del mandato rappresentativo. Insomma quando sento qualcuno dire “mi candido perché me lo chiede il popolo” mi domando dov’è precipitata la politica. E poi c’è un’altra cosa.

Si sfoghi pure

Noi non possiamo trasmettere un’immagine strumentale delle istituzioni. L’idea che il gioco di conquista delle cariche pubbliche abbia il primato sul rispetto delle regole che sono alla base di quelle stesse funzioni.

In altre parole?

In altre parole, questa tendenza a spostare le personalità da una carica all’altra, a volte prescindendo dalla logica istituzionale, è un danno in sé. Se ti hanno eletto sindaco o presidente di una provincia è fondamentale che tu faccia il sindaco o il presidente per l’intera durata del tuo mandato. Non è solo una questione di principio, che pure conta. Nell’Italia smembrata e slabbrata di oggi è un investimento decisivo sulla nostra credibilità, come partito e come campo di forze. Come non capire che rinunciando a questa regola, a questa prassi, noi colpiamo l’autorevolezza della politica e quindi la nostra autorevolezza?

Quindi lei è contrario a una candidatura Emiliano?

Il mio non è un discorso ad personam, ma un allarme più generale. Vedo una contraddizione cresciuta dentro di noi. Da un lato denunciamo i pericoli di un neo-populismo antipolitico, dall’altro corriamo il rischio di alimentarlo nostro malgrado. Ma ce lo chiediamo quale può essere il messaggio che arriva a decine di migliaia di persone se non invertiamo noi per primi questa visione delle istituzioni al servizio delle leadership? In fondo, siamo nati – parlo del Pd – con l’obiettivo opposto, porre nuovamente le leadership al servizio delle istituzioni e dell’interesse generale dopo un quindicennio dove in momenti diversi è parsa prevalere una concezione privatistica dello Stato.

Finiamo con la crisi. Tremonti dice che il peggio è alle spalle?

Mah. Il governo dice anche che siamo usciti prima e meglio degli altri dalla crisi più dura degli ultimi due decenni. Bisognerebbe spiegarlo agli operai di Termini Imerese o alle centinaia di migliaia di lavoratori, precari e non, che un posto lo hanno perso o rischiano di perderlo nel 2010. La sostanza è che l’Italia è il paese di coda nelle misure anti-cicliche. Abbiamo speso lo 0,2 per cento del Pil. Nulla, se comparato al 5 per cento degli Usa o al 2 per cento della media europea. Non si tratta di fare le Cassandre, ma di misurare gli effetti sociali reali di una crisi che non è conclusa. Non c’è stima o proiezione che accrediti un ritorno al reddito pro capite precedente alla crisi prima del 2013. La sola differenza tra noi e gli altri e che nel nostro caso le bolle sono state due: quella finanziaria e quella successiva, della narrazione che la maggioranza ha fatto della crisi.

E che voto darebbe all’opposizione?

Noi abbiamo messo in campo le nostre soluzioni. Sono cose note. Priorità al sostegno dei redditi medi e bassi, anche agendo sulla leva fiscale. Estensione della rete degli ammortizzatori, sapendo che il modello attuale è doppiamente inadeguato, per la sua parzialità e per una profonda iniquità dei trattamenti tra cittadini garantiti e non, concetto rilanciato dal governatore Draghi una settimana fa. Revisione degli studi di settore, ma in una logica dove in parallelo si sarebbe dovuto incentivare, anche attraverso una logica premiale, il tasso di fedeltà fiscale di intere categorie. Per tutta risposta abbiamo incassato lo scudo fiscale col corredo dell’anonimato, una finanziaria di rattoppi, il taglio dei ricercatori e la “tessera del pane” per pensionati indigenti, per altro spesso priva di copertura.

Come dire che ciascuno ha fatto il suo mestiere?

No, neppure questo è vero, perché altrove – penso alla Francia, ma non solo – anche i moderati si sono rapportati alla crisi in modo diverso. Però il problema nostro non è la destra. Noi dobbiamo fare i conti con noi stessi.

In che senso?

Nel senso che il congresso del Pd ha aperto un ciclo nuovo e incoraggiante, ma ora dobbiamo attrezzare la cultura politica dei Democratici al tempo che si prepara e questo richiede uno slancio di analisi e, aggiungo, anche il coraggio di alcune rotture.

Ad esempio?

Ad esempio, ragionando della crisi, sarebbe saggio approfondire non solo le cause di quest’ultimo collasso della finanza, ma pure le risposte che potrebbero venire dal campo progressista. Anzi, direi che l’analisi del “dopo” per un partito politico è infinitamente più stimolante dell’istantanea del “prima”.

Bersani sulla crisi ha parlato spesso, non crede?

Sì, e soprattutto ha parlato bene, muovendosi con rigore nel campo dei problemi veri, quelli del paese reale. Personalmente avevo assai apprezzato la sua scelta di recarsi, appena eletto, in una fabbrica tessile di Prato, a conferma che la crisi c’è stata, c’è e morde più di quanto si dica. Il punto è se non debba essere parte del nuovo ciclo del Pd anche una riflessione sul modello di crescita che questa crisi ha cullato e generato. Posso fare un esempio?

Prego

Due storici dell’economia – Massimo Amato e Luca Fantacci – hanno scritto un saggio molto stimolante sulla “fine della finanza”, dove distinguono senza troppi giri di parole tra il capitalismo a noi più prossimo e l’economia di mercato. La loro tesi, che io posso solo accennare, è che nel capitalismo, o ciò che noi intendiamo come tale, le crisi finanziarie sono inevitabili mentre in una efficiente economia di mercato sono inammissibili. Il punto, dicono, non è abbandonare la finanza al suo destino ma assumere la crisi in atto come l’atto finale di “una” particolare concezione della finanza. Ecco, sono riflessioni che forse meritano di essere approfondite anche da un partito che si definisce “democratico”. Ho citato questo esempio, ma si potrebbe allargare il discorso alla nozione di “cittadinanza”, di “civismo” e naturalmente di “democrazia”. Non so, magari un partito come il nostro potrebbe scoprire all’improvviso che un paio di buone idee innovative hanno una forza mobilitante non inferiore ai gazebo delle primarie. Ma il mio è solo un auspicio.

Per finire davvero, la notizia più bella e la più triste dell’anno che sta per chiudersi?
 
Oddio, questo è difficile. Posso dirle qual è stato secondo me il fatto più grave accaduto in Italia.

Me lo dica

L’omicidio di Stefano Cucchi.

Perché proprio quello?

Per tante ragioni. Di umanità, e non solo. Perché ha violato i principi di uno stato di diritto. Perché siamo il paese di Beccaria e fino a quando il garantismo – un garantismo vero, radicato nelle coscienze, invalicabile – non tornerà a imporsi come regola della convivenza noi non usciremo da una perenne emergenza democratica.

Lei ha da poco pubblicato un libro. Come vanno le vendite?

Male perché i lettori del mio blog non si impegnano abbastanza.

Grazie e auguri.

Grazie a lei.


Ecco, questa è l’intervista. Per correttezza devo dirvi che il mensile “Società Aperta” non esiste e quindi non lo troverete in edicola il 12 gennaio. Però tenuto conto che nessun giornale mi avrebbe mai fatto queste domande (e soprattutto a nessuno sarebbe mai venuto in mente di pubblicare le risposte) ho risolto la questione nel modo che avete appena letto. Grazie della cortesia che avete dimostrato arrivando fino in fondo.

Buone cose



permalink | inviato da giannicuperlo il 23/12/2009 alle 16:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (455) | Versione per la stampa


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SENZA TITOLO.

Pubblicato il 19 dicembre 2009Non assegnata

Manco mi scuso più del ritardo. Tanto non mi credereste. Comunque è stata una settimana interessante. L’altro ieri pomeriggio abbiamo chiacchierato del libretto a Via dei Giubbonari. Eli ne ha raccontato in calce al post precedente. E’ stata una conversazione rilassata e piacevole (che di questi tempi è già moltissimo). Avevo in animo di scrivere un post interamente dedicato all’evento più rilevante degli ultimi giorni: l’avvistamento di un Ufo triangolare sopra il Cremlino, ma il commento 310 ha stroncato sul nascere l’idea. E comunque fareste bene a non sottovalutare l’ipotesi (invero remota) di un attacco alieno. La cosa, a volerla scorgere dal lato giusto, potrebbe non riservare solo sorprese negative. Ma lasciamo perdere che altrimenti mi fate nero come col basket.

Dunque, ieri mattina a Padova il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha spiegato che il sistema italiano degli ammortizzatori sociali deve essere profondamente riformato, perché "circa 1 milione e 200mila lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro. A questi si affiancano 450mila lavoratori parasubordinati che non godono di alcun sussidio o che non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo". Draghi ha pure ricordato che nel terzo trimestre il Pil è salito dello 0,6%, interrompendo una sequenza di cinque cali consecutivi, e che la ripresa è stata guidata dal recupero delle esportazioni. Lo 0,6%: anche se proiettato su scala annua non c’è da stappare lo spumante. Tutto questo mentre la Camera ha licenziato una finanziaria di misure parziali o tampone, senza una strategia e un filo a darne il senso. In compenso la misura sulla dismissione, con vendita all’asta, dei beni sequestrati alla mafia è rimasta tal quale era, anche se il governo ha spiegato che ci saranno diversi filtri a prevenire che la mafia si ricompri il bentolto. Ora, su questa vicenda della crisi ho sentito da Cesare Damiano un’osservazione giusta. Noi (giustamente se osserviamo gli indicatori disponibili) abbiamo denunciato la gravità sociale della crisi (cioè l’impatto su salari stipendi pensioni e consumi). Eppure a questa drammaticità non corrisponde una mobilitazione sociale significativa. Come spiegarlo? Certo, paghiamo il dazio di una divisione delle sigle sindacali, ma non è solo questo. Immagino che alcuni tra voi avranno il riflesso di dire che una parte di responsabilità è legata alla scarsa efficacia delle opposizioni. Personalmente anche questa risposta mi suona parziale. Insisto, forse dovremmo scavare meglio non solo negli effetti della crisi ma nella composizione effettiva della società italiana dopo un decennio e più di trasformazioni radicali nell’assetto, nella struttura e nelle forme che è venuta acquisendo la sua rappresentanza (sociale e politica). Noi abbiamo su questo piano i nostri problemi (avete presente il dibattito su cosa abbia o meno sostituito la vecchia logica dei blocchi sociali…), ma al di là di noi, le spinte a frammentare, localizzare e rendere sempre più corporativi gli interessi mi sembra rappresentino un nodo tra i più seri. Il saggio di Salvatore Rossi (che vi ho proposto in una sintesi estrema) si muoveva su questa frontiera con tesi persino provocatorie (e non a caso diversi tra voi si sono sentiti provocati). Vi suggerisco una rapida navigazione nel sito Lavoce.info per approfondire alcune altre chiavi (e naturalmente il rapporto di Nens sulla diseguaglianza sociale elaborato da Maurizio Franzini e Michele Raitano e rilanciato sul blog da Keynesiano). Piaccia o meno da questo snodo dobbiamo passare.

E’ scoppiata una mezza querelle sulle frasi di D’Alema a proposito del termine “inciucio” e dell’ipotesi che la destra si voti la sua leggina salva-premier ma eviti di sfasciare l’ordinamento giudiziario. Sul merito ha ben scritto Ritaz, riportando il contesto della frasi di D’Alema nell’intervista al Corriere. Nella sostanza, nessuno (tantomeno l’ex ministro) ha detto che noi saremmo pronti a scambiare una leggina salvacondotto con altro (magari la riforma elettorale). Il concetto (in sé era un paradosso), diceva: “se proprio avete l’angoscia di bloccare “un” processo, fate una legge su quello, ma evitate uno sbrego dell’intero sistema col blocco di centinaia di migliaia di procedimenti. Poi è del tutto ovvio che noi voteremo contro, ci opporremo e saranno gli organi di controllo e garanzia (a partire dalla Consulta) a giudicare sul merito della vostra scelta”. Non voglio però eludere il nodo (vista anche la discussione avviata in queste ore e i vostri commenti alla questione). Per provare a spiegare come la vedo, riproduco qui di seguito due paginette del mio solito libretto (a proposito, lo avete comprato????? No, che non lo avete comprato. Lo so perché batto palmo a palmo le librerie e vedo copie intonse, per cui almeno vi beccate il libro a pillole sul blog!). Mi permetto la riproduzione per dire come il tema è posto da tempo (queste righe le ho scritte diversi mesi fa). Aggiungo solo che sarebbe saggio stare al merito evitando di usare termini che inevitabilmente sono destinati a falsare il senso delle cose che si dicono. Faccio un esempio. Nessuno (credo) può negare che in politica (e soprattutto nelle istituzioni) sia ragionevole misurare i rapporti di forza e ricercare le mediazioni e gli accordi necessari (in particolare quando si parla di regole che valgono per tutti). Già in altre occasioni vi ho stancato con l’elogio (splendido) di Amos Oz della parola “compromesso”. Il punto è che se un termine – ad esempio, inciucio – si carica nel tempo di una percezione negativa (anzi, micidiale), poi non funziona l’artificio retorico di definire alcuni “inciuci” positivi o necessari….meglio sarebbe lasciare la parola alla sua percezione. Però questa è una banale digressione linguistica, tornando al merito vi allego le paginette:

“Ho iniziato queste note citando il quindicennio di Berlusconi. Quindici anni sono molti. L’età giolittiana è durata meno. Meno sono durate due guerre mondiali. Invece noialtri siamo ancora qui, anno dopo anno. Con un periodare anomalo, nel senso di protagonisti più o meno identici di una vicenda dove cambiano comparse e figuranti. Di là c’è quello incapace di rispettare norme e principi. Padrone della sua metà campo. Di qua l’opposizione più o meno tonica col corredo di sensori d’opinione trasmutati in partigiani. Nel mezzo la lingua di un conflitto aspro e l’incubo di un regime screanzato. Cosa non torna? Il tempo appunto. Lo scarto tra gravità della scena e ritardo dello sbocco. Alla fine a questo volevo approdare. Alla scarsa corrispondenza tra l’altezza del tono e la natura della replica, almeno per quanto riguarda noi, la politica e l’opposizione di oggi. Mettiamola così, con una domanda. Si può per degli anni ritenere a rischio la tenuta del sistema senza trarne le conseguenze? Cioè si può parlare di un profilo autoritario del potere e argomentarne la natura senza armarsi per sventare il piano? Me lo sono chiesto spesso e in queste pagine ho cercato, coi limiti del caso, di dare uno sguardo al carattere del populismo a noi più prossimo. E allora a non convincere, almeno me, è l’idea di una normalità della politica nella eccezionalità della storia. Questa destra è davvero un pericolo per la democrazia italiana? Pensiamo sia il viatico di un asservimento di poteri sovrani al volere di un Capo non legittimato a tale ruolo? Ma se di questo si tratta una forza popolare e democratica ha il dovere di azionare leve impreviste e apparentemente incoerenti col disegno formale di un bipolarismo accademico. Perché se l’obiettivo è “liberare” il paese e le sue istituzioni da un’ipoteca destinata a travolgerne natura composizione regole, compito di chi si oppone è prima d’ogni altra cosa ristabilire l’ordine. Tradotto, vuol dire illustrare le ragioni di un’alternativa parlamentare fondata sul superamento definitivo della lunga anomalia italiana. Perché delle due l’una: o l’Italia è prigioniera – adesso, non in un futuro indefinito – di una regressione civile e democratica dagli esiti penosi, e dunque l’unica cosa da fare è dare un’alternativa allo sfascio nel nome di valori superiori, oppure quella diagnosi non corrisponde fino in fondo alle nostre convinzioni e allora si giustifica un’azione sociale e politica di più lunga lena. Scenario quest’ultimo a mio parere più convincente per diversi motivi e non ultimo per la maturità bipolare dei due principali insediamenti del consenso. A non reggere è la combinazione tra la retorica del regime e una reazione costretta nella dialettica consueta. Ecco, questo strillare in un ambiente ovattato non basta e non convince più. Anzi, l’impressione è di un danno se l’intensità della voce non si accompagna all’azione. Rimanere chiusi in questo limbo non aiuta il paese e non favorisce noi. Rafforza, questo sì, il ruolo di chi nell’amplificare la voce trova visibilità. Ma la politica non è solo megafono e a intenderla così si finisce con lo svilirla. La politica, se nel caso, agisce come un medico. Ascolta i sintomi, pronuncia diagnosi, impugna il bisturi e sa anche ricucire i tessuti. Noi adesso siamo davanti a questo bivio. Come chiudere e archiviare il quindicennio. Non lo potrà fare un talk di prima sera e neppure, da sola, l’indignazione di milioni di cittadini. Servirà anche quello. Ma infine toccherà alla politica dire cos’è diventata e come pensa di restituire a una nazione e a uno Stato la chiave del loro avvenire. In fondo avevo inteso che eravamo nati per questo. Adesso è tempo di mostrarlo in pubblico. Se sceglieremo, dunque, la costruzione paziente di un consenso maggioritario, in altre parole se decideremo di sconfiggere la destra sul piano culturale e sociale, allora bisognerà armarsi come si conviene. Ridare un filo all’elaborazione di idee e scenari. Rimpolpare gli assunti teorici e l’impianto delle soluzioni. Scomodare saperi e intellettuali. Arruolare novizi ma ben piantati nella società e nelle professioni. Caricarsi in spalla zaini attrezzati e incamminarsi con fiducia. Evitando di delegare ad altri il compito di urlare alle fiamme per l’ennesima volta. Così, tanto per scatenare l’isteria velleitaria di chi vuol spegnere l’incendio senz’acqua. Insomma, se temiamo un regime lo si combatte con furia. E lo si abbatte. Altrimenti, si torna a far politica e si creano premesse e condizioni per sovvertire nel voto popolare rapporti di forza tuttora sfavorevoli. A non reggere più, penso, è il messaggio di chi arruola partigiani senza proclamare la Resistenza. O viceversa, la consolazione di un riformismo delle regole quasi indifferente al conflitto reale. In fondo siamo nati per cambiare l’Italia. Ecco, è ora”.

Per chiudere, la cosa davvero più importante di questi giorni. Non saprei cosa scrivere che già non abbiate letto e scelgo una citazione. Questa. “Il viaggio non durò che una ventina di minuti. Poi l’autocarro si è fermato e si è vista una grande porta e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo mi ripercuote ancora nei sogni): ARBEIT MACH FREI”. (Se questo è un uomo, Primo Levi).

Buone cose



permalink | inviato da giannicuperlo il 19/12/2009 alle 15:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (224) | Versione per la stampa


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