ANCORA UNA NOTA
Pubblicato il 13 settembre 2007Non assegnata
Confesso che avevo qualche dubbio nel comporre il post precedente. E alcune delle vostre critiche erano le stesse che mi ero anticipato da solo. Una in particolare. Che senso ha, mi chiedevo, pescare arbitrariamente in un mare di commenti (quasi tutti molto euforici sull’iniziativa del V day ma certamente non tutti così esacerbati o violenti come quelli selezionati da me)? Per dire, Gianluca mi ha fatto notare una lettera della Gabanelli pubblicata sul sito di Grillo. L’avevo letta anch’io. E ho letto con cura ogni vostro commento, compresi quelli di Lorenzo che ci invita a distinguere tra le tre proposte-pretesto e il clima che la piazza di sabato ha messo in movimento. Bene. Vorrei dirvi che alla fine ho scelto di pubblicare quella selezione di commenti per un motivo. Non direi che la cosa ha molto a che fare col pericolo di un incendio innescato da poche scintille sfuggite al controllo. Non ne facevo e non ne faccio una questione di “cattivi maestri”. Dico solo che le azioni (direi ogni azione) e i linguaggi (ogni linguaggio) riflettono lo spirito (se non la cultura) di chi se ne fa promotore o interprete. E dunque quelle radicalità, l’uso retorico della minaccia, lo schiaffeggiare l’aria (e la tastiera) non necessariamente (almeno spero) sono la premessa di ceffoni ben più carnali, ma registrano un calo d’inibizione lessicale e più propriamente un calo di civismo. E’ come una perdita di vincoli condivisi. Quella cosa per cui non vai mai oltre una certa soglia perché sai (o temi) che il varcarla non renda le tue ragioni più solide ma casomai le indebolisca. Avrei potuto accompagnare la selezione dei commenti con altri sfoghi irridenti e aggressivi verso il mio amico Andrea Romano, reo d’aver scritto su La Stampa le sue legittime considerazioni sul grillismo. Ma non è stato necessario. Quel poco che volevo dire credo d’averlo detto. Naturalmente quando tono e contenuti valicano la famosa soglia, l’effetto immediato è una paralisi dello scambio (nel senso del dialogo). Ora, sarò banale e me ne scuso. Ma nella giornata del vaffa (direi nella concezione del vaffa) ogni articolazione del pensiero si smorza, s’ammoscia e tende rapidamente a scomparire. Perché è implicito nel messaggio di partenza (vaffanculo appunto) che chi promuove e chi partecipa ha rinunciato a misurarsi con le ragioni o anche solo il punto di vista dell’altro. Un dialogo può iniziare in vari modi. Del tipo, “…non la penso così”, oppure “….guarda che sbagli”. Vaffanculo non è per definizione l’inizio di uno scambio. E’ l’opposto. Di qualsivoglia reciprocità stabilisce l’esito. La conclusione definitiva. Per cui la massa vastissima dei partecipanti a quell’evento ha non solo apprezzato ma aderito con entusiasmo a una dichiarazione esplicita di rifiuto. Cosa che rende oltremodo complicato recuperare un filo comune, una traccia che aiuti non dico a comprendersi ma anche solo ascoltarsi. Le stesse proposte sulla pulizia del Parlamento non vivono “nel merito” ma nella loro forza simbolica. Ho detto in un altro post cosa io pensi delle tre soluzioni indicate. In pochissimi (anche tra voi) hanno scelto di commentare, dissociarsi, aderire. Perché (me ne rendo conto anch’io) non è quello il punto. Le tre proposte non sono proposte. Sono “temi”. Anzi un solo “tema”. Questo. “La politica (e i partiti) sono marci. Le persone peggiori animano quel sistema. Ladri, corrotti, mafiosi e soprattutto ipocriti, perché affamano il Paese che soffre (e che lavora e che fatica) mentre loro – tutti loro, destra centro sinistra – difendono i loro assurdi privilegi. Non c’è speranza di cambiarli. Vanno cacciati. Punto”. Ora, Grillo (che di questo teorema dev’essere convinto) non fa poi gran difficoltà a selezionare i casi e gli episodi e i volti che accreditano la teoria. E questo – come negarlo? – è un problema che la politica per prima dovrebbe affrontare. Allora, veniamo alla sostanza. Cresce il numero di chi ritiene che “la misura sia colma” e che l’inabilità di una classe dirigente a moralizzare se stessa per moralizzare il Paese sia talmente evidente da scatenare in moltissime persone l’ansia e il desiderio di una rottura. Di una liberazione dal giogo. In questo senso Grillo funziona da detonatore. Crea le condizioni della rivolta (o della protesta). Come, su un piano diverso, hanno fatto Stella e Rizzo col loro libro. E’ tale l’esasperazione che in tanti sono alla ricerca di uno sbocco, di una via per farsi sentire. La discussione (tra il politico e il sociologico) a questo punto potrebbe vertere su quale sia il livello effettivo di saturazione. Nel senso che alcuni possono dedurre dal fenomeno Grillo che siamo alla vigilia di una reazione popolare e diffusa. Altri magari sperano che il fenomeno (per quanto clamoroso) si riduca col tempo e contano su quella maggioranza silenziosa (ovviamente, i più) che di andare in una piazza il sabato pomeriggio per mandare a quel paese qualcuno non ci pensa affatto. Taccio (perché è scontato) che esiste anche qualche milione di persone che non ha in odio i partiti. Che un partito vota tutto sommato volentieri e che a un partito (udite udite) sceglie persino di iscriversi. Ma quest’altra massa di cristiani evidentemente non conta (o conta molto meno). Bene. Non incartiamoci neppure nella riflessione sociologica. Io non so quale sia il vero punto di rottura. Credo però che la politica (e le sue classi dirigenti) debbano affrontare la questione con un rigore di fondo. E con metodi e linguaggi e pratiche sinora poco sperimentate. Anche qui, distinguiamo. L’ho detto. Non ho alcuna stima per i membri del governo o i parlamentari che salutano la vicenda di questi giorni come un contributo alla riforma della politica. E neppure mi sembra che la soluzione sia quella di chi (stando da questa parte della barricata) alza il tono di un decibel in più. Per capirci la soluzione non è una gara a chi si muove dentro quel solco (meno soldi ai partiti, tagliamogli gli stipendi, a casa dopo due mandati, etc.). Sui costi, è vero, molto si può fare. Sprechi, privilegi, una previdenza agevolata e mille altri provvedimenti da assumere con qualche criterio di buon senso. Ma temo che non sarà quella la via risolutiva. Il canale per ricostruire nel senso comune del Paese una dignità della politica (e di chi la fa). E allora? Mah, in primo luogo conviene ricordare che questo sentimento di fondo (una sfiducia diffusa, spesso caustica) è molto, molto radicato nella storia del Paese. L’altra sera ho rivisto i primi due episodi de “I Mostri”. Nel primo Tognazzi è la maschera dell’italiano furbo e trafficone. Porta il figlio alle giostre e passa avanti fingendosi invalido di guerra. Prima di superare la coda al semaforo col trucco del fazzoletto bianco e del malato a bordo si rivolge al bambino che gli è seduto di fianco e commenta un paio di manifesti elettorali (mi pare della Dc). “Sai chi sono quelli” gli chiede. “Sono i politici. E sai dove stanno? Stanno in Parlamento. Anche se oggi si chiama Pappamento”. Era il 1964. Togliatti era morto da pochi mesi. Ma c’erano Moro e Nenni. Pertini, Ingrao, Berlinguer. Eppure….la battuta sul Pappamento c’era già. E rifletteva uno spirito. Un modo di vedere lo Stato, le regole, la politica. Nel libro di Massimo Salvadori sull’Italia divisa (Donzelli) trovate una ricostruzione straordinaria delle ragioni di quello spirito. E una descrizione accurata dei motivi che hanno consentito all’antipolitica di crescere e riprodursi (seppure con caratteri sempre rinnovati) nella vicenda storica del Paese. Ma ricordo anche uno spettacolare Totò in non so quale film che riassume stupendamente la questione con poche parole, “a proposito di politica, non ci sarebbe qualchecosina da mangiare?”. E via di questo passo. Tra commedia, satira e denuncia. Forse gli anni ottanta hanno accentuato il mood (e non senza ragione), ma ripeto, il sentimento è meno agganciato alla cronaca di una singola stagione. Personalmente credo sia velleitario pensare di sanare la ferita coi cerotti. E capisco (ma non mi entusiasma) la soluzione retorica (le persone rifiutano “questa” politica e “questi” partiti, ma la buona politica etc etc etc). Non perché sia sbagliato il concetto, ma perché non basta. Mentre noi abbiamo bisogno (il Paese ha bisogno) di una terapia più completa. Quale? Perdonate la banalità. Ma direi la solita. Se siamo qui, a questo punto, è anche perché noi abbiamo colpevolmente ritardato una riforma delle culture politiche e di governo, a partire dalla sinistra riformista. E’ perché – a differenza di quel che è accaduto alla sinistra di altri paesi d’Europa – non abbiamo utilizzato gli anni dell’opposizione per la ridefinizione del profilo politico e persino identitario della nostra offerta. Abbiamo pensato che la manovra politica avrebbe potuto (cosa che in parte è stata) compensare una timidezza nei contenuti e nelle innovazioni fondamentali per restituire forza e credibilità a un’alternativa politica. Cosicché le discussioni su lavoro e flessibilità, crescita e cittadinanza, diritti e opportunità e giù giù fino a laicità, scienza, etica del mercato e dell’impresa, fiscalità sono state lungamente “congelate” e comunque rinviate nella loro spigolosità. Una volta un giovane dirigente comunista commentò il risultato deludente del Pci al voto politico (soprattutto tra i giovani) dicendo, “la prima autocritica che dobbiamo farci riguarda i peccati che non abbiamo avuto il coraggio di compiere”. Ecco, anche per noi ci sono parecchi peccati che non abbiamo avuto il coraggio di compiere. Mentre quella traversata del deserto avrebbe consentito un più marcato ricambio. Di idee, premesse, strategie. E forse anche di persone. Lo so (e lo spero) che il Pd sia la strada giusta per colmare quel vuoto. E mi conforta vedere che il progetto avanza. Ma (l’ho detto altre volte) troppo abbiamo tardato, anche in questo caso, a declinare la questione di fondo. E a usare il processo costituente di una nuova forza per descrivere un’Italia a venire profondamente diversa (per visione del tempo, delle regole e degli individui) dal Paese che ha coltivato le vecchie culture di riferimento. Anche nella politica. Vorrei tanto che fosse così. Anche se confesso che alcuni segni (il modo in cui si discute di maggioranze variabili al Nord o la chiave prevalente sul capitolo della sicurezza) non mi convincono. Ma c’è tempo. Oddio, un po’ di tempo almeno. Che dovremmo usare non per convincere chi manda la politica a quel Paese (in senso letterale) che in fondo c’è del buono anche nella “casta”. Se pigliamo per quella via finiremo in un vicolo cieco. Forse conviene raccontare il Paese che pensiamo debba crescere. Ma questo racconto (credo) non sarà per nulla indolore. Costerà fatica e rotture. Porterà a scegliere alleati e avversari. Sarà fatto di pensieri e di un’analisi meno frettolosa e giornalistica. Meno sintetica forse. E un pochino più ragionata. C’è un bellissimo e desolato verso (l’ultimo credo) di una splendida poesia di Kavafis. Il titolo della poesia è “Aspettando i barbari”. E il verso lapidario dice così, “Loro erano comunque una soluzione”. Sarebbe meglio non aspettare il peggio. O no?
Buone cose
| inviato da
giannicuperlo il 13/9/2007 alle 18:34 | |
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