Alfredo Morganti e Giorgio Piccarreta sono (o sono stati) due frequentatori di questo spazio. Poi hanno deciso di dar vita a un blog (l_antonio), ricco e pieno di spunti (ben più di questo). Da poco hanno selezionato e raccolto una parte dei loro post in un libro. Proprio un libro classico, con la copertina, l’indice, le pagine. Libro autoprodotto, si sarebbe detto una volta. Operazione favorita da “Il mio libro”. Mi hanno chiesto di scrivere una prefazione. L’ho fatto volentieri. In corso d’opera è divenuta una postfazione, ma sono dettagli. La pubblico qua sotto avvisando che non si tratta di un testo breve. I vostri commenti saranno più che graditi. UNA POSTFAZIONE? NON PROPRIO. Me la potrei cavare così: le pagine a seguire sono frutto di una contaminazione felice. Nascono sopra un blog. Per un blog sono state pensate e scritte ma trovano nella più classica delle trasmissioni – un libro – la loro sintesi. Però questo lo spiegano meglio gli autori nella loro introduzione. E allora potrei agganciarmi al capitolo sempreverde del linguaggio. Qua si parla di politica. Non solo certo, ma soprattutto di politica, il che dimostra il primato del pensiero sulla semplificazione dominante. I pigri possono andare all’indice finale – quello per tag – e farsi un viaggio pilotato nel flusso di coscienza degli autori. Non è detto sia il modo meno efficace per orientarsi. Insomma, pensando a come leggere quattro anni di un bel diario intellettuale (ecco, così lo chiamerei: un diario intellettuale), mi sono chiesto quale poteva essere l’angolo visuale più pertinente. E alla fine ho deciso. Siccome Alfredo e Giorgio amano la politica, e ne capiscono, meglio seguirli nella loro passione. Quindi niente prefazione, almeno del tipo classico. Proviamo a dialogare, a ragionare. Come fossimo su un blog. Insomma, questo è il mio post per un volume di post. Dunque, lasciate che la prenda alla lontana. Il 14 dicembre dell’anno scorso ha segnato un punto di svolta nella legislatura. Molte delle cose accadute dopo, comprese alcune vicende di queste settimane, originano da quella data. Si votavano alla Camera le mozioni di sfiducia al governo e sulla carta, sino a poche ore dalla chiama, il destino della maggioranza era ipotecato. Poi la svolta. Voti raccattati in extremis, un paio di piroette remunerate e il governo ha scollinato, mettendo a sedere l’opposizione. Imprevisti. Ma la combinazione degli eventi, e delle parole, e di alcuni lampi vissuti dalla città (Roma), oltre alle chiavi di commento nei giorni a seguire, hanno detto molto su quella giornata e sul suo significato. Lasciatemi fare due premesse. La prima è questa. Ricordate Gli Onorevoli, il vecchio cult di Bruno Corbucci? Era il ‘63 e tutti, ma proprio tutti, hanno stampato in mente il mantra condominiale di Totò (“VotantonioVotantonio…”). Lo spezzone interessante però è un altro: un paio di faccendieri intortano La Trippa (Antonio) con la spiega su come va il mondo tra promesse e appalti. La battuta d’avvio è formidabile: “In Parlamento tre voti possono essere sufficienti per salvare un governo. Ora noi applichiamo il do ut des…” Pare doppiata ieri per il gusto dello sfottò. Invece è originale. Tanto per dire che il reclutamento ha conosciuto un certo rodaggio per cui la questione non sta nella sorpresa, e neppure nel racconto del malcostume. Cose note, e di più. La faccenda, per noi, è cogliere la differenza tra il prima e un dopo. Capire quali fossero a suo tempo gli anticorpi per le storture del civismo più accattone. Poi, uno può anche pensarla all’incontrario, coi manigoldi destinati sempre a farla franca, da prima di Totò fino alle cricche e passando per il Pio Albergo Trivulzio. Personalmente non lo credo. Continuo a immaginarmi una trama di scambi talvolta indecenti dove la politica, con le sue prassi, ha comunque salvaguardato l’insieme: le regole della Costituzione, il conciliare interessi in conflitto e, in fondo, il maturare stesso della Nazione. Non quisquilie. Per la seconda premessa si cambia genere. Radicalmente. Forse l’accostamento col comico è blasfemo. Forse no. La citazione è nell’epistolario dalla prigionia del presidente Moro, per come ci è stato restituito dallo storico Gotor. In uno degli scritti Moro si rivolge al figlio. Così: “Voglio solo dire, senza contrastare la tua vocazione, che vi sono in politica fattori irrazionali che creano situazioni difficilissime. È meglio essere prudenti e difendersi dall’incomprensione. Sarei più tranquillo per te…..se non ti avviassi su questa strada. Io volentieri tornerei indietro…” Chissà se lo avrebbe fatto. Moro, intendo. Se riacquistando libertà e affetti avrebbe mantenuto quella certezza. Domanda assurda, e in fondo inutile. A noi resta la durezza del parere. Fattori irrazionali li chiama il presidente della Dc, e destinati a creare situazioni difficili. E da lì l’ammonimento al giovane. L’appello a star lontano da quella strada, al punto da confessare che potendo – ma egli sa di non potere, e ciò finisce coll’esaltare il proposito perché ne certifica l’atto di pura testimonianza – avrebbe fatto lo stesso. Due impotenze. Due tra le tante di una memoria sconfinata. Istantanee di una politica vietata. Proibita. Irrazionale al meglio. Patologica nel senso comune. E allora l’ultimo passaggio formale – il voto del 14 dicembre – al di là dell’esito, ci riconsegna un paio di problemi vecchi più di noi. Il primo è la natura della politica in un paese pervaso di anomalie. La sua agibilità. La possibilità di accedervi senza smarrire il senso di sé. Non è solo questione di moralità, che pure conta e parecchio. È la domanda su cosa la vita politica sia divenuta nel tempo medio dell’ultimo ventennio, quello dominato, e forse anche domato, dall’ego scomposto del capo della destra italiana. Oltre la tattica parlamentare e i mezzi poco ortodossi per salvare un’anatra azzoppata resta incompiuto l’argomento su cosa sia oramai da considerare ortodosso e cosa no. Comprare i voti, certo, questo non è conforme. Ma quel mercato segna l’inizio o la conclusione della trama? Insomma, è causa o effetto della politica malata? La risposta pesa. Perché se lo riteniamo causa basterà cacciare i mercanti dal tempio. Non sarà facile ma neanche impossibile e, tutto sommato, con l’ultimo voto amministrativo – da Milano a Cagliari passando per Trieste – abbiamo iniziato a farlo. Viceversa, se lo giudichiamo effetto, bisogna risalire il fiume per comprendere dove nasce l’inquinamento. In quale punto del suo corso l’acqua da pura si fa imbevibile. E allora partiamo da qui. Dalla più consunta delle questioni, quella morale, e dalla più divaricante delle stagioni tra persona e politica. Almeno nei tempi recenti. E partiamo citando il Guicciardini citato a sua volta da Roberta De Monticelli: “Pregate Dio sempre di trovarvi dove si vince, perché vi è data laude di quelle cose ancora di che non avete parte alcuna”. Eccoci serviti. Siamo noi, gli Italiani. Guicciardini, del resto, aveva lo sguardo lungo. Leggere per credere: “Nega pure sempre quello che tu non vuoi che si sappia, o afferma quello che tu vuoi che si creda, ancora che in contrario siano molti riscontri e quasi certezza, lo affermare o negare gagliardamente mette spesso a partito el cervello di chi ti ode”. Troppo facile applicare le massime al presente. Perché qui a stare dove si vince e dire l’opposto di ciò che si crede è palestra quotidiana. Però dietro il rimando c’è il rischio dell’affresco classico: paese senza “onore” e poco sensibile al culto della stima altrui. Da Stendhal a Leopardi, concetti logorati dall’uso. La novità, casomai, è nella miscela tra decadenza statuale e rappresentanza screditata. Poco rispetto per il pubblico e un profilo barbaro del professionismo politico. In una sintesi: sono svaniti il prestigio delle istituzioni e l’autorevolezza dell’autorità. Deriva drammatica, da arginare e contenere pensando subito alla bonifica necessaria. Cosa non facile. Prendiamo la compravendita dei voti alla Camera. Hai voglia a sgolarti nella querela. La prova empirica pagherà di più, e milioni ne trarranno conferma per il giudizio accennato. D’altra parte, come stupirsi? La logica mercantile ha plasmato lo spirito del tempo e se tutto si commercia allora si commercia di tutto. Punto. Vero pure che a destra non si sono fatti scrupoli e hanno inquinato la falda senza curarsi della ricaduta a valle. Ma è solo la destra? Solo da lì è venuta l’intossicazione? Vediamo. Da tempo lamentiamo una nostra – degli altri si occupino gli altri – perdita di autorità. Sarebbe da argomentare meglio, ma stiamo alla sostanza. Sempre più spesso il problema per noi non sorge dal merito del detto ma dal fatto che a dirlo siamo noi. È una crisi di fiducia. Uno può concordare con l’argomento ma la fonte valica il contenuto e ne profila l’impatto. A questo clima contribuisce la qualità del ceto politico e le modalità di selezione, ma sarebbe un errore arrestarsi qui. C’è dell’altro e quest’altro, per affluenti diversi, conduce a due tratti del tempo. Li ho visti riassunti così, e mi pare un compendio efficace: il trionfo dell’immaturità e il bando di due generazioni. Ora, entrambi hanno molto a che fare con la politica e in generale con la sfera pubblica. E allora osserviamoli da vicino. Per la prima volta, a memoria diretta, la classe di popolo più energica e vitale, quella compresa tra i venti e i quarant’anni, è privata della decisione su di sé. Paradosso di un tempo in cui la vita adulta rifiuta l’ingaggio di ruoli e responsabilità destinati a convertire l’età in fenomeni sociali. La ricaduta di questa incompiuta è una classe dirigente gonfia di titoli e vuota di peso, protesa com’è a impossessarsi dei profili culturali, linguistici, e persino estetici e corporei della giovinezza. A pensarci, è incredibile come il giovanilismo depurato di senso abbia penetrato la scorza di solide culture civili, compresa la nostra. La cosa in parte si motiva con la pressione della “società bloccata” e di una mobilità assente. In questo le gerontocrazie, trasversali a istituzioni e sotto-comunità, hanno saturato il clima. Ma dietro la ragione sacrosanta del rinnovamento si è scoperto il mito della semplificazione, a cominciare dal principio di responsabilità. Lo sbocco? Società frenate non più solo nel ricambio ma nel diritto a maturare. Non una comunità, a quel punto, ma la sua caricatura, dove l’essere giovane da stagione di transito si è fatta condizione durevole di uno scambio infelice tra obblighi e privilegio, diritti e immunità. Letta così la giornata del 14 dicembre era un presepe vivente, con le statuette dislocate e i ruoli assegnati all’incontrario. Fuori, una massa di giovani reali (degli episodi di violenza converrà dire a parte) carichi della rabbia di chi si vede occluso l’accesso all’età consapevole. Dentro il Palazzo – uno dei Palazzi – una quota di adulti anagrafici sgombri da ogni appesantimento del ruolo. Liberi di volteggiare tra una dichiarazione e un voto, maturi e pingui nel corpo ma senza coerenza di linguaggio. Lieti di agire come frammenti fuori dell’appartenenza a qualcosa: un partito, un pensiero, un corredo di norme da osservare in coscienza e di cui rispondere agli altri. Insomma all'esterno, per le vie, giovani rapinati del diritto a invecchiare. Dentro, adulti che ripudiano la maturità. E al centro l’uomo che il mito della giovinezza ha sublimato. Il vate di replicanti chiamati per nome a percorrere i venti metri dello stretto corridoio alle spalle del Capo, con la speranza che Lui si degni di rivolgere loro uno sguardo, una mano aperta o una benedizione, fasulla come tutto il resto. Si potrebbe liquidare la scena spolverando il solito particulare e la fragilità dell’autonomia del soggetto in ordine alla morale, tra i frutti maturi della coscienza illuminista e saldo teorico della modernità. Ma sarebbe una consolazione. Per giunta magra, come si usa dire. La crisi della politica – ed eccoci al punto – ha certo molto di culturale, nel senso dei costumi in uso e delle logiche a loro sostegno, ma è soprattutto dirompente sul piano sociale e nella frattura destinata a prodursi. Perché una volta sviluppato il fotogramma del giorno atteso – il 14 dicembre – e inquadrati i volti del mondo di fuori (gli studenti) e di quello di dentro (la politica), non si può ignorare la realtà. Chi sta dentro non rappresenta il fuori, e sin qui non è la prima volta. La novità è un’altra: chi sta fuori rivendica quel limite – “non ci rappresenta nessuno” è uno degli slogan – come prova non dell’autonomia dei movimenti (roba antica), ma della distanza dai referenti classici di ogni protesta. Incidenti e violenze, temo, si collocano a questo livello e non a quello, certo più rincuorante, dell’infiltrazione in un corpo respingente. Anche qui, non perché a migliaia scagliassero tavolini addosso alle divise. Ma perché a migliaia consideravano gli agenti un filtro, forse inevitabile, tra loro e il nulla: “Non ci rappresenta nessuno”, per l’appunto. Il che alimentava un sentimento diffuso non ostile alle forze dell’ordine ma a “classi dirigenti” responsabili perché totalmente irresponsabili. Colpevoli agli occhi di milioni di persone – giovani ma non solo, non si è giovani a quarant’anni – perché letteralmente immature. In questo senso l’aspetto tragico della giornata non è stato il lancio dei sassi ma l’applauso dei molti. Lì matura un consenso da ricongiungere presto a una sfera pubblica di nuovo accessibile. E, insisto, consapevole. Qualcosa che si è rivisto nella piazza madrilena degli indignados. D’altra parte, quanto può durare – dico, proprio sotto il profilo del calendario – la cancellazione dalla cittadinanza di un pezzo di società (quantificato, più o meno, in una trentina di milioni di soggetti)? Mesi? Anni? Un ventennio? Quanto può sopportare una comunità disorganizzata, ché tale è quel popolo energico ma frantumato, lo sfregio dei diritti primari, alla dignità del lavoro, a un reddito, alla mobilità? I segnali del resto d’Europa o qualche avvisaglia da oltre Atlantico o dalle piazze madrilene sull’impatto della fine del ceto medio, dovrebbero azionare l’allarme. Insomma se, giunto a una certa tensione, l’elastico del ricatto dovesse spezzarsi, cosa può accadere che noi oggi non conteggiamo tra gli scenari possibili? E ancora. La dimensione di questo movimento – ma lo stesso vale per un segmento del mercato del lavoro a partire da quello operaio – agisce tuttora nello spirito rivendicativo. Le richieste hanno origine definita e sbocchi materiali. Si polemizza con la riforma dell’università o si contesta la piattaforma Marchionne. Ma cosa potrebbe implicare l’insorgere di una coscienza politica se depurata, com’è ora, da ogni riferimento nelle istituzioni? Se quel popolo di senza diritti, impediti nell’accesso all’universo adulto, dotasse il conflitto esploso di una cornice non più solo sindacale, quali effetti si avrebbero nell’equilibrio scassato della pratica di governo? Ecco perché l’impressione è di camminare su una santabarbara. Un accumulo senza eguali di rabbia taciuta e un vuoto di rappresentanza destinati ad acuire quel moto sin oltre i limiti resistibili. Con conseguenze impreviste. Ora, se la cosa dovesse accadere non sarà irrilevante come gli attori politici si offriranno al cospetto. Con quale autorità, quale linguaggio, profilo e collocazione. Se l’insieme della classe dirigente fosse travolta – anche solo nell’immagine – da una percezione di immaturità o se la sua parte migliore cercasse riparo dalla grandine imboccando la strada del messianesimo (un uomo solo a incarnare il “bene” come reazione all’uomo solo tribuno del “male”), l’esito sarebbe dato. Perderemmo tutto in un colpo: lo Stato, le regole, la leadership. La nostra reputazione. Il nodo è attrezzare una risposta. E ciò richiede antagonismo al divorzio di rappresentanza e responsabilità. Radicalità nel rovesciare culture inadeguate a dar conto della crisi di economia, democrazia e unità della nazione. Variazione del linguaggio per imporre interessi disancorati dal vecchio classismo. Sembra un dettato, e magari lo è, nel senso della formula. Ma una cosa appare chiara: tutto ciò è oggi il compito della sinistra. Democratica, progressista, laica, plurale nelle sue ispirazioni, e anche tollerante, aperta, ambientalista, europea, moderna e responsabile….e bla e bla….ma la sinistra nella sua materialità. Perché senza questo non si salva il paese né se ne risolleva l’anima. Purtroppo, esattamente qui si è manifestata a lungo la difficoltà del Partito Democratico. Il suo affermarsi per rimozione. Cercare lo slancio in ciò che non si è più o non si è mai stati. Aprendo così una via di fuga dal secondo problema lasciato in eredità dal giorno della sfiducia: come si ricolloca questo partito al centro della scena? E cosa significa, nel concreto, ripartire dall’Italia che c’è? Inutile riavvolgere il film. Basteranno dei flash. La nostra è crescita bloccata. Le proiezioni parlano dell’uno per cento su base annua, praticamente nulla. Il debito pubblico viaggia attorno al 121 per cento del Pil. Se il governo sgoverna, quindi, è anche per mancanza di risorse. Non c’è un soldo in più da destinare al sapere o a infrastrutture o a uno straccio di politiche per lo sviluppo. In questa dimensione le sorti del citato popolo senza diritti paiono bollate. Bastano due calcoli sulla previdenza simulata di un trentenne a tempo determinato per intuire il dramma di un futuro prossimo. Il combinato dell’oggi con la prospettiva media nutre la rabbia. In questo, la precarietà è il sedimento esplosivo, la crisi può funzionare da miccia. Sullo sfondo lo Stato centrale è a rischio bancarotta. Se la crescita resta inchiodata poco sopra lo zero non avremo solo tagli a trasferimenti e servizi, ma un problema di contabilità nella spesa per interessi sul debito. Questo al di là delle manovre speculative e dei rischi di instabilità. Per la verità, non c’è più nulla di stabile in un modello dove risparmio privato e welfare domestico sostengono il minimo vitale di una metà abbondante delle famiglie, ma in assenza di strategie sulla ripresa economica, sulla coesione e il rilancio del sistema-paese. Piaccia o meno, l’emergenza è nelle cose. Negli indicatori e nella sfiducia. Col corredo di retoriche secessioniste storicamente ridicole ma nocivamente attive. In questo il 150° ha il sapore del paradosso, con l’anima del governo – la Lega – fondata sul proposito di disunire l’Italia. E non come artificio oratorio ma nella persuasione di una nazione partorita per equivoco. Naturalmente si può discutere se il Risorgimento sia stato per noi un evento fondativo paragonabile alla “grande Rivoluzione” per la Francia o alla Riforma per la Germania. Ma certo, nell’anniversario dell’unificazione fa riflettere una guida del paese affidata a quanti di quella unificazione contestano natura e sbocco. Tutto ciò, per altro, impone al capo dello Stato un ruolo di supplenza e ne fa la calamita di resistenze sparse, mentre la protervia dei soli padani alimenta rigurgiti borbonici e finisce col demolire quel tanto di “unità culturale” edificato nel tempo. Letta così la saldatura tra crisi economica, della democrazia e della cultura si presenta, nel caso nostro, con tratti particolari e fa dell’Italia crepuscolare di Arcore il prototipo di un intrico pericoloso. Perché combiniamo il collasso della politica, la marginalità di economie residuali e una regressione del civismo alimentata, come in altri momenti, dal sovversivismo dall’alto, il più cinico per natura. Quanto poi ai tentativi di introdurre correzioni drastiche nell’assetto attuale, spiace dirlo, ma per il momento essi vengono in prevalenza dal fronte opposto. Fronte culturale, in questo caso. Se parliamo di relazioni industriali, il pensiero vola alla Fiat e a una visione del macro-mercato scandito dalla competizione al rialzo sul prodotto, ma come rimbalzo della soppressione di diritti nel lavoro. Simboliche le reazioni del nostro campo, anche per la formula prescelta. Di là si mette in pista un modello sociale del tutto insolito. Una costruzione fondata non solo su compatibilità di ciclo e orari ma principi e ruoli. Di qua la replica è nel metodo: “dobbiamo raccogliere la sfida lanciata”. Altri sfidano, noi raccogliamo. Bisognerebbe rovesciare i ruoli. La sostanza, comunque, è semplice. Il modello di crescita del trentennio, proteso verso il massimo profitto privato con una subalternità di regole e politiche, per mille e più ragioni, tutte catalogate in ampi scaffali, si è risolto in una catena di rischi sociali ingovernabili, nell’ineguaglianza assurta a valore e in una cittadinanza ristretta con la capriola della società dei due terzi. Per la sinistra affrontare la crisi equivale a dettare i contorni di un modello diverso sapendo che solo una crescita sostenuta nel tempo è in condizione di agire sul deficit senza deprimere lavoro, ricchezza, diritti. Ogni scorciatoia rispetto al traguardo ci espone a incursioni della cultura avversaria, nel senso che la crisi ha forse stroncato il consenso verso il capitalismo di rapina, ma quei valori in assenza di alternative tendono a riproporsi. Meno tasse, poco Stato, fino a condoni e tagli lineari: la destra non possiede una sola micro-idea da spendere nel confronto. Ma ciò non le impedisce di profittarsi del vuoto riciclando la vecchia dottrina, per quanto scaduta. La battaglia dunque – ma serve ancora ripeterlo? – è intellettuale. Di visione: della società, della persona, della responsabilità di ciascuno. E il patto – repubblicano, democratico, sociale – deve, nel nostro caso, tener conto di tutto. Dell’unico orizzonte praticabile per soluzioni di sistema, vale a dire l’Europa. Del compito di rifondare lo Stato dopo la Vandea. Del bisogno di restituire potenza alla politica dopo le umiliazioni patite. Della speranza di spegnere la miccia prima della fiammata. Chi azzarda l’ipotesi di una soluzione per fasi – prima lo Stato e poi vedremo. O, prima il lavoro e dopo le regole – semplicemente sbaglia l’azzardo. Il paese è in panne. Tanto popolo pure. La politica fatica, anche se i segnali di Milano, Cagliari o Napoli dicono che un po’ di vento si è alzato. Ma è la democrazia ad apparire meno attrezzata di prima. Molto pare congiurare contro. E invece le potenzialità sono lì, enormi. Ma vanno colte riscoprendo prima di ogni altra cosa un sano coraggio del dire. E del pensare. Torno al punto o alla premessa. Come si ricostruisce la credibilità dell’offerta politica? La sensazione, scorrendo l’album degli ultimi anni come fa questa raccolta, è in una risposta binaria. Non che il tema non fosse posto e percepito. Tutt’altro. Ma la replica si è mossa lungo due binari: l’affanno programmatico e l’investimento sul carisma come sintesi contemporanea dei valori incarnati in proposta. A destra questo modello ha conosciuto la sua epifania. A sinistra si è operato di riflesso specchiandosi nello schema senza goderne la paternità. Nella sostanza, le differenze si sono accorciate e già questa è parsa una stramberia: criticavamo l’avversario sino a scomodare l’antropologia, ma flirtavamo con alcuni dei suoi tratti, e non sempre i migliori. Anche per questo l’intera vicenda del Partito Democratico è parsa a lungo dilaniata tra l’ambizione e il vissuto. Limite non solo nostro. Per dire, la sinistra radicale o la gamba centrista e le scaglie nate per dissociazione dopo l’aborto del bipartitismo hanno pagato un prezzo simile. La valanga è scesa a valle, come da natura, e senza risparmiare alberi e cespugli. Anche da questa parte, quindi, le energie, spesso le eccellenze ma in generale i grandi numeri, si sono aggrappate al mito del fare e alla fede nel leader. Programmi e Primarie. Da molto tempo, navighiamo tra questi due scogli, scegliendo di volta in volta l’approdo più ravvicinato. Dunque, due binari: fare e decidere. Pillole di buon governo e abilità di comando. Programmi e Primarie, appunto. Tutte le nostre leadership, a iniziare dalla metà degli anni ‘90, si sono inchinate alla sintesi. Tutte. Chi lo ha fatto con maggior garbo e chi con furore. Ma la sostanza non è mutata. Il tratto comune a stagioni successive – vale rammentarne l’ordine: D’Alema Prodi Rutelli Veltroni Fassino Franceschini (Amato non è una dimenticanza ma è parentesi a sé, mentre per le ragioni anzidette si può aggiungere il governatore pugliese) – è stato nel giudizio di fondo sulla irriformabilità del partito politico. Il termine è urtante e ostico a dire, lo so. Non piace irriformabilità? Vale anche fallimento, cessazione, cancellazione. Conta la sostanza. Le leadership del centrosinistra – almeno fino a Bersani ed è stato il suo dissociarsi esplicito da quella premessa, credo, una ragione del successo alle primarie – hanno teorizzato e praticato il superamento della motivazione individuale nell’accesso alla politica. Non ho scritto della forma organizzata perché sarebbe una bugia. Anzi. Noi abbiamo alimentato la partecipazione, ma nella dinamica pressoché esclusiva dell’acquisizione del consenso dentro il combinato tra primato personale e azioni simboliche perseguito dalla destra. Per quanto ci riguarda, da oltre un decennio le energie vitali della politica sono blindate nella lotta per il sostegno delle leadership, a ogni livello. Nel vissuto diffuso, circoli e sezioni si sono riciclati in comitati elettorali. Le primarie sono oramai la principale se non esclusiva opportunità di richiamo. E la cosa, in parte, giustifica la reazione indignata quando se ne evoca il tagliando. Ma c’è un nodo. Anzi un groviglio di nodi. E tutti si connettono alla stessa questione: quali conseguenze ha prodotto nel medio tempo la certificazione della morte dei partiti? Certificazione – ripeto – solo allusa da alcuni e oggi rivendicata addirittura da alcuni come terapia? Non serve farla lunga. La conseguenza fondamentale sta nel legame tra quelle forme strutturate di presenza nella comunità – i partiti come sintesi di pensiero, rappresentanza, interessi – e la maturità del sistema-paese. Nella vicenda repubblicana, i partiti non sono stati solo poli di partigianeria, ma culla di responsabilità. Teorizzarne la fine – non la riforma, la fine – ha lasciato libero un terreno determinante nella formazione dello spirito civico e in quel vuoto hanno agito, com’era inevitabile, le reti corte (famiglia e territorio) e la nuova trama della cultura diffusa. L’effetto è sotto gli occhi. Sono evaporati legami profondi. Si è scomposta la dimensione degli obblighi. La tensione verso il cambiamento ha privilegiato i simboli carismatici in una perdita di fiducia verso l’autonomia delle persone e accentuando i fantasmi di quelle soluzioni autoritarie che Gramsci, ripreso da Michele Prospero, in un bell’articolo su Il Manifesto, imputava alla mancanza di grandi partiti la conseguenza di una “scarsità di uomini di Stato”, una “miseria nella vita parlamentare”, la “facilità di disgregare i partiti corrompendone […] i pochi uomini indispensabili”. Profezie. Insomma, uccidere partiti, che per altro si erano largamente feriti da sé, ha liberato istinti sopiti. Egoismi annosi. Non perché la delega alle vecchie classi dirigenti esaurisse la natura dei problemi. Fosse stato così non avremmo ereditato il peso delle loro magagne. Il punto è ricostruire una politica attratta dai legami sociali e collocare la tutela degli interessi, anche quando frammentati, dentro una cornice di regole e principi statutari della politica stessa e dello Stato. Se cancelli questo orizzonte suoni la libera uscita. E lasci che il desiderio – anche nel suo abito individuale – si travesta da legge. Oppure svuoti la norma dell’anima e delle ambizioni culturali che le sono proprie. Tematiche quest’ultime presenti, e riccamente, nel carteggio tra Massimo Recalcati, Giuseppe de Rita e Ida Dominijanni, ospitato anch’esso su Il Manifesto. Bene, ma allora? Allora si tratta – diciamo, si tratterebbe – di sollevare il velo su questioni lungamente accantonate. Dalla politica s’intende. A iniziare da cosa può ridare speranza alla comunità e spessore carismatico alle identità collettive. Se non piace chiamarle partiti si usi pure un’altra chiave. Conta l’essenza, il nesso tra una cultura sul mondo e la dimensione organizzata del consenso. Già in questo vi sarebbe la novità dell’accostamento tra l’aggettivo e il sostantivo. Carismatico il primo, l’aggettivo. Usato negli anni vicini come qualifica esclusivamente soggettiva: un leader carismatico, una personalità carismatica. Mai un partito carismatico, un simbolo, una identità collettiva. A memoria non saprei risalire a una simbologia del genere. Però certo, c’era qualcosa di carismatico nella falce e martello, come nello scudo crociato. E persino quel garibaldino di Craxi promosse il garofano a simbolo di una decadenza travestita di modernismo. Oggi non più. Oggi i simboli dei partiti sono freddi come ghiaccioli. Lo stesso loro cromatismo fuoriesce dal rebus delle telecamere e i fondali degli eventi, come i simboli, replicano scenari televisivi. Da anni nelle adunate di partiti e movimenti l’illuminazione dei palchi fa da pendant col buio delle platee. Non è solo la teatralità dell’istante. Quella esisteva anche prima. È la scenografia di un racconto dove il Capo va esaltato e per farlo si devono abbassare i riflettori sul resto. In questo, ascesa e discesa da ponteggi o pedane dei riti collettivi è divenuta una retorica a sé. “I politici giù dal palco”, strillano i movimenti stagionali. “Sul palco solo il Segretario”, replicano i partiti. Vi è quasi paura per la prossemica di un progetto condiviso. L’opposto di quelle incredibile tribune a venti scaloni, erette da carpentieri militanti, dove sedevano le gerarchie delle forze costituenti. Con una regia non meno rigorosa negli accostamenti delle presidenze, e dove salire o scendere di un filare poteva segnare destini e fulminare carriere. Ma il colpo d’occhio, perbacco! Il colpo d’occhio restituiva il carattere dell’insieme. Era un partito che si offriva. Qualcosa di simile alla fotografia di classe nell’album conservato a casa dei genitori. Adesso niente album e niente fotografia. Peccato. Dicevo, sollevare il velo. E restituire prestigio al collettivo. Un’impresa! Ma l’impresa, per nutrire speranze, ha da rifiutare l’idea della politica rinvigorita per la minore intensità del suo desiderio. Non è quella la strada. Non lo è mai stata. Nel riscatto dal bisogno si è rivelata la potenza di nuove classi. Al fantasma della libertà si sono rivolti i popoli. Le trasformazioni originano sempre da spinte e ambizioni impensabili nell’antefatto. Poi, certo, i mutamenti del ciclo economico inducono quelle domande, in qualche misura le plasmano come nel passaggio al tempo dell’industria e poi del terziario o dell’information technology. Il punto è considerare la politica, quasi per definizione, parte del processo. Non può limitarsi ad accompagnarne i fatti e arrestarsi dinanzi alla complessità. Perché la politica non può mai abdicare. Se lo fa e si ritrae legittima la sua assenza e prima o poi pagherà il prezzo del suo disprezzo. Al di là dell’onestà o meno dei suoi membri, apparirà semplicemente inutile. Ora, accolta la valutazione – la politica serve se si misura col reale – quale immensa fragilità di senso e di scopo c’è in una sinistra chiamata a dar conto di nuovi conflitti in ordine alla libertà o alla dignità, ma nuda nel dichiarare la sua impotenza perché tormentata da una soglia invalicabile oltre la quale vige il primato della coscienza? Mica parliamo delle solite cose, temi etici e roba simile. Prendiamo il tema economico per eccellenza: la crescita. Su questo piano vivremo un processo meno lineare rispetto al passato. L’ordine dei fattori – scoperte, nascita di industrie, screening e consumi – potrà conoscere accelerazioni brusche e arretramenti non meno rapidi. Ma ho ricordato sopra come per uscire dalla crisi peggiore del secolo servirà un progresso non effimero. E allora? Come siamo destinati a procedere? Dovremo per forza, da qui in avanti, campare stretti nella morsa tra minori diritti o nessun diritto, come ci spiegano i campioni del razionalismo moderno? Forse nel nostro caso si può dire così: la destra in questi anni ha gestito i grandi beni comuni senza mai abbandonare l’idea di una arretratezza inguaribile della “nazione italiana”, del nostro modo di gestire la dimensione pubblica, il rapporto tra pubblico e privato, fino al capitolo del rispetto delle regole, inteso come sano vecchio civismo o senso dello Stato. La sottolineatura serve per il ragionamento a seguire. Di fronte alla crisi attuale si può reagire con il modello fondato sulla stretta dei bilanci pubblici anche a rischio di alimentare la recessione. È un timore (quello della recessione) condiviso per esempio da Obama il quale tuttavia deve far fronte in casa a chi pensa di curare le grandi crisi esattamente a questo modo. A parole poi gli stessi fanno di quella austerità la premessa di una nuova crescita, ma non sanno dire bene cosa voglia significare. La realtà è più semplice: nella crisi collassa un particolare modo di intendere il valore dei grandi beni pubblici, lavoro e sapere, territorio, paesaggio, cultura, energia, risorse…e se non si coglie questa frattura – politica, sociale e culturale – non si mira al cuore del problema e della svolta possibile. Proviamo a dirlo meglio. Come sappiamo tutti, il vecchio modello della crescita si è fondato su due presupposti abbastanza immodificabili. Da un lato la promessa di una riduzione fiscale, intesa come sola leva di crescita e benessere. Dall’altro una politica monetaria espansiva: doveva circolare molto denaro perché questa era la garanzia di consumi crescenti con benefici a cascata. Era una magia, se preferite, una partita di giro, ma insomma la conseguenza c’è stata: molti – troppi – hanno vissuto a lungo sopra le loro possibilità e oggi l’Occidente paga il conto. In termini di licenziamenti, tagli ai salari, pensioni più leggere. O anche col ricatto del dottor Marchionne. Bene, pensare a questo clima come al più propizio per far spendere soldi alla gente è un po’ una favola. Da parte loro le imprese, almeno alcune, non investono per paura: perché la capacità produttiva destinata a restare inutilizzata cresce mentre le prospettive della domanda non sono incoraggianti. Ecco perché la scelta dell’austerità può innescare una nuova depressione: oppure una stagnazione di tipo giapponese, vale a dire ventennale. In questo caso anche l’obbiettivo di ridurre il deficit fallirebbe a causa della riduzione delle entrate (per inciso, oggi il debito pubblico di Tokio supera il 200 per cento del Pil). Insomma, la via dell’austerità è sbagliata: perché a parole punta a ridurre i deficit pubblici così da rilanciare consumi e investimenti, ma lascia completamente all’oscuro la domanda sul tipo di sviluppo che si immagina per il dopo. Ma questa è la vera domanda recapitata dalla crisi, e oggi la vera opportunità per noi se vogliamo dare sostanza alla “nostra” alternativa rispetto alle scelte degli ultimi cinque o sei lustri. Fissate le coordinate, noi dovremmo dire una cosa semplice: lo sviluppo concepito sin qui ha prodotto squilibri enormi nell’economia mondiale, con un eccesso produttivo nei beni di consumo, ma un difetto pauroso in altri campi (i beni pubblici di cui sopra). Insomma nei fatti la rivoluzione tecnologica è stata orientata verso i consumi del primo tipo e si è ignorata la seconda gamba. Però oggi quella seconda gamba è anche la sola in grado di restituire alla crescita una prospettiva non effimera e di farci riscoprire il valore dei beni comuni. In altre parole il solo sostegno quantitativo alla domanda non risolve il problema degli squilibri, anzi può persino alimentarli. Pensiamo alla bolla tecnologica del 2000, dopo la quale Bush ha utilizzato il deficit pubblico e una politica monetaria espansiva per combattere quella recessione, ma sempre dentro il modello che la bolla stessa aveva originato. E infatti pochi anni dopo se ne è generata un’altra, persino più grave. Non si scappa: serve una nuova ipotesi di sviluppo e servirebbero altre politiche industriali. Approccio comune a tutti i paesi avanzati. Allora è giusto puntare sul risparmio, ma il problema è convertire le maggiori risorse finanziarie in investimenti coerenti con questo diverso schema di crescita. Quindi spetta agli Stati e ai governi (nel nostro caso a un partito democratico, temporaneamente all’opposizione) avere una visione adeguata. E parole e pensieri coerenti. Non è questione di “narrazione”, come spiegano bene i nostri autori. Se mi appassiona la narrazione mi iscrivo alla scuola Holden di Baricco, non a un partito. Tradotto, se abbiamo subito una dura sconfitta culturale perché hanno prevalso a lungo le idee dei nostri avversari, non sarà l’evocazione di nuovi racconti a rovesciare i rapporti di forza. Ma la tessitura paziente di una trama di pensieri. Nel nostro caso la sfida è mobilitare le risorse pubbliche e private verso una modernizzazione possibile: delle strutture, del territorio, ma anche dei consumi, dei costumi, dello spirito pubblico in un paese violentato. La destra non ha i fondamenti per aggredire un problema simile. Loro non sono più la soluzione, adesso sono il problema. Noi, per parte nostra, dobbiamo sapere che una svolta del genere pretende uno strappo col pensiero economico più diffuso. Ed è giusto così, perché ogni modello di sviluppo incorpora un suo sistema di valori. Quello della destra – sia detto con onestà – è stato un sistema di valori formidabile. Lo si capisce leggendo l’audizione di Alain Greenspan (il longevo e potentissimo capo della Fed americana) davanti ai deputati del Congresso. Siamo nel 2008 quando la peggiore crisi del secolo oramai è roba manifesta. Lì, in mezzo a quei deputati afflitti, uno tra gli uomini con le maggiori responsabilità sul disastro parla in sincerità. E lo fa così: “Ho trovato una falla. Non so quanto grave o duratura. Ma il solo fatto che esista mi ha sconvolto”. Allora un deputato gli chiede: “In altre parole lei ha scoperto che la sua visione del mondo, la sua ideologia, non era giusta, che non funzionava?” E Greenspan: “Precisamente. Proprio così. È esattamente questo che mi ha colpito. Perché sono andato avanti per più di 40 anni nella certezza assoluta che funzionasse benissimo”. Viva la faccia, ma questo è successo. È crollato un modello sociale fondato su valori di granito. In quel pensiero unico le figure centrali sono divenute consumatori e proprietari (la Thatcher brindò quando il numero degli azionisti superò gli iscritti ai sindacati). Ma poiché la maggior parte della popolazione non era in grado di concorrere a quella corsa le diseguaglianze sono aumentate e noi oggi facciamo i conti con società più ingiuste, più insicure. Nel complesso più infelici. Dove dai venti ai quarant’anni sei uno avulso. In ogni senso. E il tutto avviene in un mondo dove quella ideologia, piaccia o meno, ha già mutato molte cose in profondità. Per esempio, nei rapporti di forza e in una dimensione non banale come per secoli è stata la centralità dell’Occidente. Mica poco. E non è solo quello, che pure basterebbe e d’avanzo. Ma pensiamo alla relazione tra storia della vita e dell’intelligenza. Le premesse della nostra esistenza sono destinate a modifiche crescenti, e cultura e scienza potrebbero assumere un ruolo inedito. Chiedo: si può immaginare – anche solo immaginare – che un processo tale non investa la politica nella sua responsabilità? Di questo si parla: crescita, persona, libertà e autonomia, ragione, responsabilità. Forse avremmo dovuto ascoltare meglio l’ammonimento recente (14 agosto 2010) di un uomo prezioso come Tommaso Padoa Schioppa: Instabilità e incertezza non nascono da disaccordi in campi, pur importantissimi, di politica ordinaria: scuola, disoccupazione, servizi pubblici, sicurezza dei cittadini. Ancor meno, però, nascono da un semplice scontro di personalità e di potere. Le questioni da cui nascono sono più, non meno, fondamentali della politica ordinaria: contrappongono diverse concezioni dello Stato, della politica, della legalità[….] Al contrario delle deboli scosse di assestamento che dopo il 1948 hanno accorciato la vita dei governi della Prima Repubblica lasciando intatte strutture del potere e direttrici di fondo, qui si muovono faglie profonde: la legalità, lo Stato di diritto, l’architettura dello Stato, il funzionamento delle istituzioni e della democrazia. In estrema sintesi, la vicenda della modernità, almeno in Europa, è scandita dalla diffusione crescente delle scelte riconducibili alla libertà di ciascuno, oltre un fondamento convenzionale, economico, giuridico o religioso delle istituzioni e dei costumi. Il primato della coscienza nella dimensione sociale. La gamma e mappa dei diritti inalienabili proviene esattamente da qui. Dalle convenzioni di una civiltà fondata sulla ragione condivisa del “giusto” entro i confini pubblici dello Stato e della socialità. Letto così, il legame tra maturità e modernità prefigura una piena assunzione di responsabilità da parte della persona e il superamento di una vita associata condizionata da regole maturate altrove, in cielo, in chiesa, in un potere monocratico. Mi piace pensare che vi fosse questo retropensiero in quella dignitosa rivendicazione di Romano Prodi quando egli si definì con piglio “un cattolico adulto”. Perché in quella formula, semplice ma sincera, il nesso tra età adulta e maturità tornava come chiave d’accesso all’autonomia di una classe dirigente. E ovviamente di un ceto politico. Autonomia, laicità, verità, umanità e universalità: sono i cinque termini usati da Todorov per ridurre a sintesi l’Illuminismo. Possiamo privarci anche solo di uno di essi? Ecco perché è un problema nostro rovesciare lo schema e capire che una socialità diversa e un distinto senso della comunità ci impongono di forgiare una crescita orientata al futuro, capace di chiedere alle persone di migliorare la loro esistenza e realizzare le loro capacità. Nel lavoro, nelle scelte di vita, nel civismo, nella responsabilità verso gli altri, nella dignità di ciascuno come premessa della dignità di tutti. Parecchi anni fa Enrico Berlinguer propose un cambiamento del ciclo di sviluppo, ma sbagliò il nome. Non va bene la parola austerità, il messaggio non può essere una riduzione dei consumi, per stare peggio. Non accetterebbe nessuno. Il punto è convincere i più di una “nostra” leva poderosa per un benessere maggiore: l’investimento senza precedenti in beni sociali e di tutti (scintilla che i recenti referendum hanno molto più che acceso). A partire dall’autonomia e dalla responsabilità di ogni cittadino. Forse ci troviamo esattamente qui: davanti a un bivio. Bisogna scegliere dove andare, e per fare cosa. Personalmente sono convinto che meriti andare lungo il sentiero di una riforma profonda del paese: nel senso di descrivere una ripresa economica, una riscossa civica e un risorgimento culturale. Potrà porsi il Pd alla guida del gruppo? Direi che se non lo facciamo noi non potrà farlo nessuno. Ma servirà qualcosa di più della semplice correzione dei toni. Non basterà moderare la vis polemica degli uni verso gli altri, e neppure appagherà gli animi una difesa strenua delle primarie. Meno di tutto credo, ci aiuterà lo spirito volitivo del voler fondere o amalgamare culture contrapposte senza scegliere. Avremo bisogno di coraggio, radici e radicalità, mitezza. Una miscela strana, lo so. Ma spesso è con le cose strane che si vince. E avremo bisogno di persone pensanti, che ragionano e sanno ascoltare. Come questi due miei amici che hanno fatto di un blog un ricchissimo libro. O di un libro (in potenza) uno splendido blog. Ma insomma, ci siamo capiti, alla fine è la stessa cosa. Buone cose