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150°.

Oggi al teatro Eliseo di Roma abbiamo tenuto un evento sul 150° dell'unità italiana. E' stata una giornata lunga ma nel complesso piena di spunti. Hanno Parlato Nicola Zingaretti, Aldo Cazzullo, Franco Cassano, Gianni Toniolo, Carmen Leccardi, Francesca Coin, Gad Lerner, Stefano Zamagni, Magda Culotta, Ouejdane Mejri, Agostino Giovagnoli, Lucio Caracciolo, Pierre Carniti. Sono intervenuti David Riondino e Gianmaria Testa. Ha concluso Bersani e ha condotto il tutto, benissimo, Alessandra Longo. Anch'io ho fatto un intervento che allego qui sotto. Buone cose.

"Grazie a tutti voi per essere venuti. E grazie ad Alessandra Longo che ci aiuterà a condurre questa giornata. Dovendo spiegare perché siamo qui, direi che la ragione è la stessa che ci ha portato a organizzare decine di iniziative su un anniversario che l’Italia celebra in un clima particolare. Segnato da una partecipazione di popolo che ha sorpreso molti. E insieme dall’imbarazzo con cui una parte della maggioranza ha vissuto anche i momenti più solenni.

Viene da dire, peccato! Peccato per tante ragioni, ma una su tutte: perché un paese è più forte se – al di là delle divisioni – sa riconoscere una trama condivisa del suo passato. Per fortuna una risposta autorevole in questo senso è venuta dal Presidente Napolitano. Lo ha fatto nell’Aula della Camera, il 17 marzo, con un discorso di rilievo storico. E lo ha fatto in tutti questi mesi, percorrendo l’Italia e caricandosi sulle spalle l’orgoglio di un paese ferito persino nella dignità, ma che nella sua maggioranza è consapevole dei problemi aperti e sta maturando la necessità di una stagione nuova.

Ecco, di questo vorremmo ragionare oggi. Di come la grande avventura che è stata l’unificazione dell’Italia può proiettarsi in avanti. In fondo la domanda, almeno per noi che siamo il principale partito del centrosinistra, è semplice: ed è in quale misura quella storia è oggi una guida per costruire il dopo.

A scuola leggevamo quella frase che Manzoni mette in bocca a don Ferrante: “Cos'è mai la storia senza la politica? Una guida che cammina e cammina, con nessuno dietro che impari la strada, e per conseguenza butta via i suoi passi”. Mentre “la politica senza la storia è uno che cammina senza guida”.

Diciamo che mai come adesso a noi servono entrambe le cose: la storia e la politica. La prima con i suoi ammonimenti. L’altra, con la forza delle idee e del coraggio. Per cui conviene partire da qui: da quello che c’è stato prima di noi, da dove siamo giunti e dalla speranza di una svolta. Lo faremo con l’aiuto di personalità diverse: per formazione, cultura, sensibilità. Io le voglio ringraziare tutte perché ascolteremo da loro cose preziose, ma è dovere di un grande partito dire cosa significa per noi investire sull'unità del paese. Non serve ripetere qui quali sono i rischi di una decadenza complessiva.

L'intera vicenda repubblicana non è stata semplice o lineare. Ha conosciuto momenti di tensione e persino di tragedia. Ma oggi facciamo i conti con qualcosa di diverso. Perché l'attacco alle istituzioni, allo stesso costume civile, fino alla minaccia irresponsabile di condurre l’Italia fuori dall’Europa vengono dall’interno del governo. Più precisamente, dal suo vertice. “Sovversivismo delle classi dirigenti” lo definiva Gramsci. Non serve scavare. Sono cose note e gravi.

Il compito nostro – e viene anche da qui la tessitura delle alleanze – è bloccare questa deriva prima che possa spiantare le radici stesse del patto repubblicano. In questo senso colpisce che negli ultimi mesi gli scaffali delle librerie si siano riempiti di titoli sull'evento fondativo dell’Italia unita. Ma insieme, purtroppo, alle cronache aggiornate sugli scandali della destra al governo. Come se fossimo stretti tra il Risorgimento di ieri e il Regime di oggi.

Anche per questo noi sentiamo il dovere di sollevare la questione vera: che è quale Italia lasceremo a chi è ancora chino sui libri. Mettiamola così: al di là dei guasti causati dal governo che c’è e dal suo proprietario, a noi – al centrosinistra – tocca scavare le fondamenta sulle quali dovrà poggiare un cambiamento profondo. Sarà un'opera complessa di ricostruzione intellettuale, politica e morale. Bisognerà riscrivere le regole del convivere. Dare nomi nuovi a una gamma di libertà e responsabilità che, solo se assunte nel loro insieme, garantiscono una società aperta, una dottrina e opportunità per i singoli.

Ma soprattutto bisognerà riportare la fiducia in una comunità divisa. Dove cresce il rifiuto verso ogni rappresentanza, anticamera questa di un distacco possibile dalla democrazia. Non ci rappresenta nessuno gridavano gli studenti nell'autunno scorso. Da quell'ammonimento, con umiltà, bisogna ripartire. Soprattutto se è vero – e noi pensiamo sia vero – che una nazione la tieni unita quando sei in grado di vederla e capirla – di rappresentarla appunto – nella sua ricchezza e complessità.

Per farlo nel modo giusto dobbiamo guardare il paese negli occhi. E riconoscere che – tolte alcune eccellenze come è stato per il risanamento o per la moneta – ogni tentativo di dare alla Seconda Repubblica un assetto stabile e condiviso, è fallito. Da ultimo, anche l'ambizione di ripensare lo Stato lungo la matrice del federalismo ha lasciato il campo a ricatti territoriali e simboli regressivi. La verità, quindi, è che affrontiamo una crisi difficilissima senza un governo e una classe dirigente degni. Al punto che persino ciò che la storia ci consegna sotto forma di aneddoto, la cronaca ci restituisce come farsa.

Massimo D’Azeglio, alla vigilia dei moti del ’48, spiegò che lo scopo era “scuotere gli italiani e chiamare la loro attenzione sopra affari un po’ più importanti che non fossero le scritture di ballerine e cantanti”. Non poteva immaginare che un secolo e mezzo più tardi della questione si sarebbe occupato direttamente il capo del governo!

Se siamo arrivati qui, però, è anche perché l'ultimo ventennio non ha risolto ma aggravato i nostri ritardi di fondo: in parte gli stessi che avevano spinto alla fine del primo ciclo repubblicano. Dalla crisi del patto fiscale alle due Italie, a territori sfruttati e abbandonati nel momento del bisogno come da ultimo è accaduto a l’Aquila. E tutto questo sino alla responsabilità maggiore, che è l’espulsione delle ultime due o tre generazioni da una gara regolare tra i meriti di ciascuno e i principi del mercato e della società. Sullo sfondo ci sono le cifre del lavoro femminile, di una povertà che lambisce settori ampi del ceto medio. Mentre le mafie scalano la penisola insediandosi nel cuore padano. E l'etica del lavoro viene appaltata all'efficienza, troppo spesso in cambio dell’orgoglio di chi lavora.

Sono i nostri temi. Quelli di un conflitto sociale che non è scomparso, tutt’altro, ma è cambiato. In buona misura, è divenuto un conflitto “orizzontale”, dei poveri contro i più poveri. In società che si sono fatte mano a mano più lunghe, dove la distanza tra i “primi” e gli “ultimi” o i “penultimi” è tale da rendere difficile parlare di diseguaglianza trattandosi di vite destinate a non incrociarsi mai. Con un vertice ristretto di grandi privilegi e una base sempre più larga, e giovane, di vite precarie. Come spezzate sul nascere.

Anche in questo la cultura della destra ha prodotto un danno profondo: perché dopo decenni ha modificato il giudizio morale sulla diseguaglianza. Non l’ha più considerata un disvalore. Al contrario, ne ha fatto lo strumento di governo per società via via più ingiuste, più insicure e in fondo meno paghe. Nel caso nostro, poi, quella cultura si è sposata con una privatizzazione dello Stato – faccio le leggi che mi servono in nome del popolo che mi ha scelto: una aberrazione dell’idea di democrazia – e il tutto accompagnato da un’ideologia del sangue e del suolo che ha mirato alla disunità dello Stato. E che si spinge ora, senza più freni inibitori, a minacciare gli spari sui migranti.

“Ci sono popoli – diceva Croce – che hanno tratto forza di rinnovamento dalla nausea di se stessi, cioè del loro passato”. Se ci voltiamo per un attimo, e alle cose accennate aggiungiamo l’opportunismo della classe dirigente più interna alle logiche di potere, una questione morale difficile anche solo da commentare e gli sbreghi ripetuti sulla giustizia – l’ultimo pochi giorni fa – quel monito di Croce oggi vale per noi e per un paese offeso. Come vale per noi – ora che la stagione della destra mostra il suo vero volto – la discussione che si fece sulle responsabilità delle classi dirigenti prima e durante il fascismo.

Perché, certo, le colpe ricaddero su quel regime odioso, ma in molti – nella cultura, nell’economia, nelle classi dirigenti diffuse – permisero al fascismo di dominare la nazione con un sistema di potere spinto verso l’arbitrio di uno solo. Li si consumò l’abdicazione mentale e morale di un paese intero, a cui in pochi, almeno all’inizio, ebbero il coraggio di opporsi. C’è qualcosa in quella vicenda che riguarda il presente. Ma tanto più se le cose stanno cosi, la sola reazione possibile è battersi per un'Italia radicalmente diversa! E in verità un'Italia diversa si sta battendo. Con passione.

Ho citato gli studenti, ma pensiamo alle piazze delle donne il 13 febbraio. Agli operai o ai precari, scesi nelle strade sabato scorso per un salario ma soprattutto per una dignità. Sta crescendo – questo mi pare il punto – una diversa consapevolezza anche da parte di singole personalità. Qualcosa che sta anche a noi trasformare in una concreta alternativa politica e culturale. E allora per quanto ci riguarda la celebrazione è tutta racchiusa dentro questa cornice. Guardare alla storia dell'Italia con lo spirito di chi non si sottrae a un compito preciso, che è rifondare il Paese dopo una stagione di vuoto. Un vuoto di pensiero, di riforme, di virtù civiche.

In fondo, se la condizione dell'Italia è questa, forse siamo davanti a ostacoli non diversi da quelli che le culture politiche e le grandi forze sociali affrontarono nell'immediato dopoguerra. Allora l’Italia usciva da una lunga dittatura. Per cui è giusto distinguere. Ma dopo il fascismo fu un obbligo per quelle forze far fronte a interrogativi in parte simili ai nostri: quale assetto dare al nuovo Stato? E quale modello di economia privilegiare? Quale forma di democrazia poteva rappresentarci meglio? E quale idea di uguaglianza era destinata ad affermarsi? Certo, a noi è risparmiata la scelta tra Repubblica e Monarchia. E neppure siamo chiamati a una mediazione con la Chiesa, se non nella forma di una riaffermazione della laicità dello Stato e dell’autonomia della politica.

Questo però non ci alleggerisce dalla vera responsabilità: che è costruire l'Italia nuova dentro il mondo che si va imponendo. Ma l’Italia nuova appunto. E allora non basta un partito della sola crescita, o del lavoro o del welfare. Servono tutte queste cose assieme ma la premessa è radicare un grande partito della Democrazia capace di tenere unito il paese. Ora e per gli anni a venire.

Perché questo è il tema. Poi, certo che esiste una questione meridionale mai risolta, e certo che questa destra a trazione nordista ha piegato in modo strumentale la nuova questione settentrionale, ma il nodo vero è capire che siamo tutti alle prese con una sola enorme questione nazionale. La stessa per cui oggi il Sud non è un dazio ma l’opportunità unica per rendere più solida la crescita del Nord. E la stessa di un Nord dinamico che prova a competere in quell’Europa segnata dal leghismo dei governi della destra, ma un’Europa che va ripensata e rilanciata perché rimane il luogo strategico del nostro avvenire.

Questa è la prova. Essere un partito che forse non riuscirà a rappresentare tutti, senza distinzioni, ma che deve – questo sì – riconoscere e formare un suo popolo dando voce a interessi, bisogni, valori. Per parte nostra sappiamo che la destra non possiede l'arma per domare la bestia che ha liberato. Oggi loro sono il problema dell'unità dell’Italia. Non la soluzione.

Per questo tocca a noi – anche a noi – chiudere una transizione infinita. E del resto questa stessa celebrazione ha fatto intravedere un sentimento di riscossa. Dall’orazione laica di Benigni a Sanremo alle parole del capo dello Stato c'è un'Italia che vive il suo patriottismo senza retorica. E già questo è un risultato. Perché nel nostro passato abbiamo conosciuto un patriottismo nazionale, tipico dello spirito risorgimentale. Più tardi è stato il tempo di un patriottismo nazionalista che ha generato conseguenze tragiche. Poi, dopo il fascismo, è vissuto un patriottismo di partito. Ma oggi, forse per la prima volta, si può esprimere un vero patriottismo costituzionale. E questa può essere la leva del nostro Risorgimento. Di una nostra stagione costituente.

Su questo piano la destra si è assunta una colpa enorme: perché ha contrastato una possibile coscienza civile degli italiani. Ha scelto di governare il presente usando i pregiudizi e le fratture del passato. Ma così ha tradito la memoria e negato una prospettiva. Diciamo pure che si sono mossi lungo quel filo che vede l’intera nostra storia divisa come da una faglia. Una linea di frattura.

Da un lato ci sono le battaglie per la democrazia e le libertà – come fu prima ancora dell’Unità nell’esperienza della Repubblica romana – e come tornò a essere, seppure in mezzo a mille ostacoli, coi primi parlamenti liberali, e poi con i Padri costituenti. In quel pantheon ci sono i ragazzi che fecero l’Italia. Ci sono la sapienza politica di Cavour e quella militare di Garibaldi. Ma anche la sobrietà del neo-ministro della Pubblica Istruzione, Francesco De Sanctis, che giunto a Torino per la prima seduta da deputato scrive a casa spiegando che “nulla abbiamo trovato apparecchiato per gli alloggi. E la prima notte siamo stati in sette in una stanza”.

Poi c’è l’altra faccia della storia, il tentativo di domare l’Italia e gli italiani con la violenza o l’arroganza del Potere. Ci sono Crispi, Mussolini. La destra peggiore. Molto di ciò che succede oggi ci parla, in fondo, anche di questa lunga vicenda. Se non fosse giusto avere sempre grande pudore per la retorica, dovremmo dire che la prova più difficile è nel restituire al Paese il suo “onore”. Onore è una parola antica che non si usa quasi più. Eppure, nella storia degli italiani è una parola importante.

Leopardi descriveva l’assenza, nel nostro caso, di una società fondata sull’onore. Quella società – aggiungeva – dove “ciascuno fa conto degli uomini e desidera farsene stimare”. Cioè l’onore per lui era “la stima che gli individui fanno dell’opinione degli altri verso di loro”. Oggi, diremmo noi, la dignità di tutti come condizione per la dignità di sé. Sono solo due frasi, e però c’è quasi tutto. Perché in questa logica le regole non sono mai una vessazione del Potere sul cittadino. Ma diventano il segno della maturità, perché nel rispetto di regole e principi condivisi si afferma lo spirito di una comunità libera. Insomma solo nelle regole si è veramente affrancati. Come è solo nella riduzione delle disuguaglianze che può crescere un benessere diffuso.

Lo aveva capito il professor Padoa Schioppa parlando, qualche mese prima di lasciarci, delle tasse. Erano una cosa bella, diceva, nel senso di giusta, perché servivano a tenere aperte le scuole pubbliche, gli ospedali, ma anche i teatri e i musei. Eresie per lo spirito del tempo. Verità per chi sappia aprire gli occhi. E allora, per tante ragioni, non ci è dato di vivere nell’ordinaria amministrazione. Siamo immersi in un clima pesante che vede al centro, di nuovo, i temi della libertà della Persona, del riconoscimento dei diritti da assumere sempre nella loro unitarietà e universalità: diritti umani, civili, sociali come condizione di una crescita solida.

Che poi non è una cosa diversa da ciò che stanno rivendicando milioni di giovani sulla costa Sud del Mediterraneo, in una lotta per il pane e la libertà, contro regimi autoritari fino a ieri inamovibili. Insomma davvero molto sta cambiando fuori da qui. In Italia e soprattutto in un mondo che tutto è meno che pacificato. Perché in tanti luoghi si combatte e si soffre, come ieri a Gaza. O si riscopre la fragilità della dimensione umana, come accade con la nuova Chernobyl giapponese. La politica deve farsi carico di tutto questo.

E dobbiamo farcene carico noi. Con un partito che continui a cercare. A tenere aperte le porte, al Centro come alla Sinistra e alle nuove culture. Alle menti libere. E allora non possiamo soltanto sperare che loro – la destra – inciampino. Noi dobbiamo sconfiggerli. E lo dobbiamo fare con il pensiero e l'azione. Per riuscirci bisogna essere radicali nel giudizio su una crisi dell’economia e della democrazia superando, anche sul piano culturale, alcune nostre subalternità. Dobbiamo capire che l’individualismo, talvolta esasperato, degli ultimi decenni ha formato però nuove coscienze e modi di pensare. Altri bisogni.

E’ davvero cambiato il mondo, è cambiata l’economia, e noi non possiamo restare prigionieri del mondo di prima. Ma dobbiamo collocare in questa nuova realtà le radici vitali dell’eguaglianza e delle libertà. Con radicalità, appunto. Ma quella stessa radicalità ci chiede di riscoprire una moderazione nel linguaggio. Radicali nei contenuti, nelle riforme. Moderati nel linguaggio: pare una contraddizione. Eppure anche in questo rovesciamento, negli anni recenti, si è consumato uno strappo.

Anni fa Aldo Moro parlava dell’Italia come di un paese dalle “passioni forti e dalle strutture fragili”. Forse quella consapevolezza ha condizionato il dizionario della Prima Repubblica. Al Centro, come a sinistra, e persino a destra i leader di quella stagione sapevano di rappresentare un paese percorso da contrapposizioni frontali e profonde. Anche per questo quelle leadership usavano uno stile conseguente: perché la loro funzione non era aizzare gli animi ma incardinare milioni di persone in un conflitto democratico.

Oggi spesso avviene l’opposto. Con leader di partito che scavalcano i loro elettori in un incendio di parole dove la libertà incosciente delle espressioni (dai fucili padani agli immigrati da ricacciare nel fondo del mare) sono il rumore che accompagna un vuoto spaventoso di cultura e di coscienza di sé. Non è però un piccolo problema. Trent’anni fa, lo aveva compreso Norberto Bobbio che non a caso scrisse un elogio della mitezza. La riteneva una virtù sociale necessaria perché la democrazia fosse inclusiva. E d’altra parte fuori da una democrazia inclusiva ci sono solo l’insolenza e la solitudine del potere. Ci sono passioni scomposte.

E allora la sfida vera per la politica è recuperare la propria autorità morale, soprattutto adesso quando le istituzioni sono chiamate a ripensare la democrazia e la cittadinanza in una dimensione locale, statale, europea e persino globale. Ma appunto per questo è giusto ricordare sempre che una democrazia non è più solida se rimuove i conflitti. Casomai è vero l’opposto: è il mondo a spiegarci che l’odio altro non è che una violenza senza conflitto. Perché solo un conflitto regolato tra idee e interessi diversi è in grado di alimentare una democrazia matura e partecipata.

Ecco, tutto questo oggi vale per noi. Nel senso che non è il tempo di abbassare la soglia delle ambizioni. E’ tempo di osare. Nel 1946 Ernesto Rossi pubblicò un saggio che aveva scritto durante la detenzione a Regina Coeli. Era un commento alla costruzione dello Stato sociale. Il titolo bellissimo di quel libro era "Abolire la miseria". Cioè un uomo chiuso in una cella mentre fuori si consumava la guerra occupava le giornate pensando a come si potevano cambiare la società, l'economia e l’avvenire di milioni di persone.

Forse ci tocca qualcosa di simile. Tornare a immaginare un mondo e un paese diversi, perché sarà anche questa una leva decisiva per vincere. Dipende da noi alzare gli occhi, pensare che la politica non può mai essere un viaggio fantastico nell’ignoto, ma neppure può ridursi alla misura dell'esistente. Dipende da noi – come si dice – gettare il cuore al di là dell’ostacolo, come faremo in un turno elettorale importante tra un mese esatto. Tutto qui. Ma non è poco.

Ricostruendo l’epopea di un gruppo di uomini provati dal terrore staliniano e riparati a Parigi, Jean Michel Guenassia li racconta come degli incorreggibili ottimisti che nonostante tutto speravano ancora di cambiare il mondo. Perché – lui lo scrive cosi – quello che contava per loro nella Terra promessa non era la terra. Era la promessa“.

Più o meno penso che valga anche per questo paese: l’Italia non resterà unita solo in nome della Terra (che nel caso nostro è un programma di governo). Sarà unita se dietro quella Terra vivrà la Promessa (che sono le grandi speranze nelle quali si riconosce e si identifica una comunità, un popolo, una nazione).

Un'altra Italia è il traguardo di una generazione che, giunti a questo punto della vita, non può accontentarsi di alleviare le sofferenze di un paese malato. Ma deve avere il coraggio e la passione per guarire la malattia. In fondo, siamo nati per questo. E per questo verremo giudicati."

Pubblicato il 16/4/2011 alle 21.32 nella rubrica Diario.

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