Da settimane istituzioni diverse (e tutte autorevoli) confermano i dati allarmanti sull’impatto della crisi. Parliamo delle ore di cassa integrazione, del calo dei consumi (spesso anche di quelli primari), degli effetti della congiuntura sull’espansione della povertà fino all’affanno della piccola e piccolissima imprenditoria strangolata dal cappio del credito. Da settimane l’intero corpo di queste notizie è relegato in taglio basso sulle pagine di alcune testate (neppure tutte) mentre l’agenda pubblica si concentra altrove. Non azzardo una statistica, ma immagino che le pagine quotidiane dedicate ai fatti pugliesi e ora alle bizze calabresi (e a ruota Lazio Umbria Campania…) siano di gran lunga un numero maggiore di quelle che si rivolgono alla fotografia del disagio sociale. C’è da stupirsi? Mah, sino a un certo punto. Diamanti giorni addietro ha illustrato per l’ennesima volta sulle colonne di Repubblica quali siano i meccanismi che informano, per dire, la copertura mediatica dell’emergenza sicurezza. Quel suo ragionare si può tranquillamente applicare alla sfera economica senza perdere il filo. Se segnalo una vicenda così scontata (soprattutto per chi frequenta questo blog) è soltanto per cogliere un fotogramma. Questo. Dopo alcuni mesi dove l’emergenza si faceva strada a forza di strappi estremi, ora neppure gli operai sulle gru o i precari sui tetti sfondano l’omertà di questa stagione e di questi rapporti di forza. Siamo stretti in una tenaglia, tra il prevalere della cronaca emergenziale (limitata da tempo alla sfera dell’immigrazione) e la rimozione dei protagonisti della crisi, evaporati, annullati, rimossi. Ora, la questione non è rilevante solo per una riflessione sui criteri di selezione della notizia (sul punto si sono riempiti scaffali di biblioteche). Il tema di fondo a me pare quest’altro. Se nella prima fase del malessere, lavoratori singoli o a gruppi hanno individuato forme di lotta persino esasperate nella speranza di rendere visibile il disagio e caricare in tal modo le proprie vertenze di un tratto “eversivo” rispetto alla rappresentanza di impronta classica, cosa può riservarci una fase nella quale sacche di marginalità sfocino in un sentimento di disperazione senza che nessuno se ne accorga e se ne faccia carico? Senza che nessuno le veda o le racconti? Ecco, oltre che per il rispetto e la dignità di questi cittadini, forse sarebbe bene farsi carico del problema prima di doversi misurare con contesti ingovernabili. Domenica si vota per le primarie in Puglia. Esito giusto in una situazione che si è venuta complicando giorno dopo giorno. Ho già scritto che non mi convince il paragone frequente con le abitudini dei democratici americani. Avete presente lo schema credo. “Hillary e Obama se le sono suonate di santa ragione, colpi bassi e tutto il resto….ma poi, passato il voto, hanno marciato uniti come soldati!”. Ecco, a me pare che da noi le cose non si possano tradurre così meccanicamente. Nel senso che vanno benissimo le primarie, ma non funziona una tattica che porti i competitori e i relativi supporters a bestemmiarsi reciprocamente la famiglia che tanto poi, la mattina del lunedì, si marcerà di nuovo a braccetto. Credo sia più sensato individuare una modalità autonoma, anche nel profilo, nello stile. In Puglia, ad esempio, la questione tutto sommato ha un’evidenza politica piuttosto chiara. C’è un governatore uscente (Vendola) che conclude il suo primo mandato con un consuntivo complessivamente positivo e in alcuni ambiti eccellente. Problemi non sono mancati ma anche in relazione a quelli la maggioranza che c’era ha mostrato una buona reattività. Nei mesi scorsi lo stesso Vendola si è posto il problema (di assoluto buon senso) di un rafforzamento e allargamento della maggioranza di centrosinistra. Necessità valida in re ipsa, ma anche per la difficoltà della sfida con una destra che si presenta alle urne di marzo in condizioni meno deboli di cinque anni fa (dove, come ricorderete, il vento soffiava tutto a nostro favore tanto da registrare un sostanziale cappotto, undici a due regioni per noi). Su questa base Vendola ha scelto di coinvolgere nella sua ultima giunta un esponente dell’Udc (per la verità un ex dirigente del Pd trapiantato nell’Udc, ma la sostanza non cambia) e giustamente ha aperto per tempo un canale di comunicazione col vertice nazionale di quel partito. Purtroppo l’esito non è stato quello sperato. Casini (a torto, se posso esprimere la mia inutile opinione) ha chiuso la porta al governatore uscente e si è dichiarato, invece, disposto (lui e il suo partito) a entrare solo in una “nuova maggioranza” che tenesse conto della novità a partire dalla scelta condivisa sul futuro presidente. Nel frattempo anche altre forze (maggiori e minori) del centrosinistra hanno manifestato perplessità o un aperto dissenso verso la riconferma di Vendola (tra questi l’Italia dei Valori, i Socialisti, i Verdi) e la situazione si è ingarbugliata notevolmente. In questo quadro vi è stato chi ha detto (lo ha fatto il Pd per bocca del suo segretario regionale) che sarebbe stato bene convocare un tavolo (anzi avrebbe dovuto promuoverlo lo stesso presidente uscente) per cercare una soluzione unitaria. Sia come sia, le cose hanno preso una piega diversa. Vendola ha annunciato la sua candidatura e il Pd è entrato in uno stato febbrile dove i fatti (che non saprei riassumere in toto) hanno registrato la scesa in campo (breve ma irruente) del sindaco di Bari, polemiche assai vivaci, fino alla scelta di giocare la carta delle primarie candidando il deputato Francesco Boccia. Sul nome di Boccia vi sarebbe l’appoggio dell’Udc e delle altre forze del centrosinistra (da ultimo l’Italia dei Valori, per bocca del suo leader, ha tolto – va detto – il veto su Vendola). E si arriva così alle primarie di domenica dove si misureranno due personalità (Vendola e Boccia) ma soprattutto due proposte politiche. Quella del governatore uscente, forte del proprio operato, durissimo nel giudizio contro una pregiudiziale posta da alcuni (i centristi e non solo) sulla sua riconferma e che egli giudica come il tentativo neanche dissimulato della “casta” di cancellare con un colpo di spugna i segni della primavera pugliese in nome di altri interessi (confessabili e non). Riassumo, ma credo con onestà intellettuale. Sull’altro fronte c’è Boccia con una proposta politica diversa. Dove si rivendica il buono fatto ma si sostiene il bisogno di allargare i confini della coalizione per essere più competitivi nelle urne, per dotarsi di una maggioranza più solida nei prossimi anni, per rafforzare un quadro di alleanze locali già in essere (credo che in tre province almeno le giunte del Pd e altri vedano il concorso dell’Udc) e per rilanciare una stagione di governo della Puglia in nome di interessi e valori che sono quelli sui quali si è fondata la scommessa di un centrosinistra vincente dopo la fine dell’Unione. Questo il quadro del campo. Restano da aggiungere una nota a margine sul Pd e due battute sui competitori di domenica prossima. Per quel che attiene al nostro partito, in diversi (in assoluta buona fede) sostengono un concetto semplice. Questo: “il veto su Vendola è irricevibile. Se un partito (per altro delle dimensioni dell’Udc) pone il veto al governatore uscente, il Pd non può cedere a questo “ricatto”, perché si mostra debole e incoerente. Non è capace di difendere la sua esperienza di governo (oltre che il “suo” presidente) e finisce in un cono di subalternità. Bisognava dire una cosa semplice: noi ricandidiamo l’uscente, chi ci sta ci sta e gli altri si adegueranno, oppure se non si adegueranno andranno altrove ma noi non siamo nati per alimentare i vecchi pasticci della politica politicante”. Ho prodotto una sintesi rozza ma la sostanza è chiara. Naturalmente a questa tesi se ne contrappone un’altra (quella accennata poco sopra e a mio parere più seria). Se l’obiettivo di un partito (tutto sommato non mi pare una cosa impossibile da cogliere) è vincere le elezioni per garantire a una terra (nel caso, la Puglia) di non tornare sotto il tacco della destra peggiore, allora compito della politica e di una classe dirigente estesa è farsi carico delle condizioni necessarie a tagliare il traguardo. In questo senso allargare la coalizione (ovviamente sulla base di un progetto di governo credibile) e condividere le scelte coerenti a quello scopo è un atto di responsabilità, persino di coraggio politico, non di resa. Le personalità in questo contesto sono “parte” di un progetto comune, non il prius ma lo sviluppo di una scommessa politica ed elettorale. Non si tratta di sposare la politica delle alchimie o delle alleanze a scapito dei contenuti e delle coerenze. Posta così non va. Le alleanze sono una dimensione reale e vitale della politica. Fingere che non sia così equivale a ingannare se stessi (e una quota di elettori). Comunque sto divagando. Era solo per dire (per confermare) come davvero domenica si misurano due proposte politiche, non solo due persone, due caratteri, due profili. E questo confronto (comunque vada) è un fatto positivo perché restituisce ai cittadini pugliesi (a ch tra loro lo vorrà) il diritto di esprimersi e di contribuire a una scelta che comunque sarà, dal giorno successivo, la scelta di tutti. E finisco con i due flash personali. Conosco entrambi i candidati pugliesi. Nichi da molti più anni essendo cresciuti assieme nella Fgci. Francesco da meno tempo, essendo più giovane e provenendo da una storia diversa. Potrei dire d’essere amico di tutti e due, ma questo non conta. Vendola è un uomo di assoluta onestà e, a suo modo, coerenza. Sui giornali di ieri è stato lambito da uno schizzo delle inchieste pugliesi. Ecco, quella è una cosa semplicemente ridicola, tanto più che la “colpa” del presidente sarebbe stata di verificare col suo assessore la mancata nomina di un luminare assoluto della ricerca medica. La campagna elettorale di Nichi in questi giorni è stata elaborata da quei ragazzi geniali di Proforma (lavorano a Bari). E’ tutta giocata sul termine “Solo” e sul rimando doppio del suo significato. “Solo” contro tutti (con quel contro che diventa “con”), a testimoniare la resistenza individuale di Davide contro un Golia dei vecchi partiti (la lettura è mia). Ma anche, per dire, “Solo acqua pubblica” a segnare il merito di scelte forti. Bella campagna. Eppure quel “Solo” a pensarci bene riflette un’evoluzione che forse Vendola ha conosciuto in questi anni. L’idea che la politica in tempi di presidenzialismo palese o strisciante sia destinata (nostro malgrado) a farsi monologo anziché fraseggio. Discesa solitaria verso la porta, come quel gol storico di Maradona ai mondiali. Uno contro tutti. Uno votato dal popolo. Uno. Non so, ma c’è qualcosa che non mi convince. Quel “Solo…” è al contempo il simbolo della forza di una personalità ma anche della sua fragilità. Può darsi che lo slogan funzioni, e però tutto sommato continuo a preferire l’idea che le cose si fanno meglio “Insieme”. Ma queste sono riflessioni buttate lì. Anche Boccia è un uomo di assoluta onestà. E’ un giovane economista e ha una visione della politica che riflette quello schema richiamato sopra. Un’idea di alleanza ampia per conservare alla Puglia la speranza di un futuro in linea con le decisioni di questi anni. Ha accettato di giocare questa partita (non facile) dopo averlo fatto anche cinque anni fa, quando ha perso la sfida delle primarie con Nichi (furono, mi pare, le prime vere primarie che ci capitò di vivere). Ecco, mi fermo. Chiunque vinca domenica sarà un ottimo candidato. Ma a seconda che prevalga l’uno o l’altro si aprirà anche una fase politica diversa. E’ una bella sfida. Ed è soprattutto una bella occasione per restituire alle persone in carne e ossa voce e una piccola quota di potere. Il potere di scegliere. L’altro ieri abbiamo presentato il libretto a Milano, Circolo della Stampa. C’erano il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, Bersani, Roberto Cornelli che è il giovane segretario del Pd di Milano e presiedeva Barbara Pollastrini. Sono venute parecchie persone (il novantanove per cento attirate dal dialogo De Bortoli-Bersani). E’ stato un bel pomeriggio però mi è mancato molto Sergio Staino. Buone cose