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OGGI E IERI.

Com’è giusto che sia i giornali sono occupati per pagine intere dai fatti di Rosarno. Analisi (segnalo Scalfari e Spinelli), interviste (tra le molte quella di Epifani all’Unità), persino una spietata fotografia in versi (Sofri). Sono tutte cose da leggere e da meditare. Nell’insieme gli scontri e le aggressioni di questi giorni trovano una spiegazione nel contesto dove sono maturati. Un territorio plasmato dalla criminalità che fa e disfa le regole, uno Stato fragilissimo e spesso assente, condizioni di sfruttamento odiose (25 euro per 16 o 18 ore di lavoro, e di quelli 5 se ne vanno per il caporale o l’autista dei camion). Ci sono risposte che andrebbero date subito a partire da un minimo retributivo e contributivo per quei lavoratori insieme alla trasparenza del mercato dell’occupazione agricola contrastando malavitosi di ogni stirpe. Poi c’è l’impianto politico, la linea da seguire per prevenire situazioni così patologiche. E qui entra in scena il fallimento della destra: la loro ideologia fondata sul reprimere (a parole) e con manifesti di cinismo ideologico (leggi il reato di clandestinità) ma destinati nei fatti ad alimentare proprio quel limbo di illegalità su cui si fondano le ragioni e i profitti del crimine. Sono 15 anni che il governo attuale (nelle sue diverse versioni) recita questo copione e, dunque, anche temporalmente dovrebbe rispondere delle sue scelte perché non c’è un altro colpevole da crocifiggere. E invece? Invece la reazione in assoluto più sguaiata degli ultimi giorni è stata quella del ministro dell’Interno che dinanzi a uno sfregio tale (di umanità e buon senso) ha risolto il dolo con una piroetta della logica: paghiamo il prezzo della troppa tolleranza verso i clandestini. Punto. Insomma, laggiù da vent’anni, a quel che si capisce, si reclutano braccia da sfruttare in lavori che nessun italiano si sognerebbe più di fare. Poi questi schiavi si arrangiano a sopravvivere in lerci dormitori privi di tutto (ha spiegato uno di loro che dall’una alle quattro è inutile cercare di dormire per il troppo freddo che fa). Qualcuno (la N’drangheta) quella massa di carni la sfrutta, ci vive e ci prospera, in una incubatrice di rivolta che solo chi non vuol vedere non vede. E quando la rivolta esplode (con violenze reciproche ma innescate da un antisportivo tiro all’immigrato) il capo politico della sicurezza se ne esce invocando polso fermo contro gli ingressi illegali. Che dire? Niente. Che volete dire. Serve fare. Darsi da fare perché questo nostro paese non prosegua la sua discesa verso il basso. E’ questione culturale, di regole, di politiche, di fermezza dell’opposizione. Qui, su questi temi, credo, si deve fare il Pd.

Se dio viole siamo quasi alla fine del tormento sulle candidature del centrosinistra alle regionali. Da tempo domina la scena il caso pugliese e a ruota quello laziale. Ho già scritto che voterei (A Roma) Emma Bonino senza alcun problema. Anzi, con tutta la convinzione del caso. Mi sarebbe piaciuto – questo sì, lo confesso – una procedura diversa. Non la candidatura annunciata dai soli radicali (anche come reazione a una loro presunta esclusione dal tavolo di una coalizione più ampia), e noi a seguire, o a inseguire (come appare dalla cronaca delle ultime giornate). Avrei preferito un tavolo promosso dalle forze che si rifanno all’opposizione verso l’attuale governo (allargato a chi volesse starci) e la scelta di indicare un nome. Non è propriamente la stessa cosa. Quanto alla Puglia continuo a credere che se l’errore si consuma all’inizio, poi ne seguono altri in una logica inerziale. Potrei rimandare all’intervista fittizia a “Società Aperta”, ma finirei col ripetermi. Invece un punto va registrato. Questo. Un partito è vivo se discute, fin qui non ci piove. Il punto è se tutti quelli che discutono di sentono davvero parte di un partito (e non partiti separati che si litigano la sorte di una confederazione). Sono due cose diverse, tutto qui. E io vorrei che il Pd fosse la prima. Mentre qualche mattina sfoglio i giornali e mi sembra che siamo diventati la seconda. Ma spero di sbagliare.

Da tempo su questo piccolo blog si consuma una dialettica che rischia di smarrire il senso delle cose che si dicono (e delle posizioni che si sostengono) a vantaggio di una isteria del linguaggio foriera di toni sempre più esagerati e tutto sommato inutili. L’ultimo episodio ne ha dato ampia testimonianza. Ho cercato di spiegare diverse volte perché abbia scelto in questi anni (e ne vado fiero, se così si può dire) di non filtrare alcun commento. Credo di aver bloccato solo due interventi in tutto (uno per palesi volgarità in esso contenuto, l’altro per un attacco improprio a chi non è più in grado di replicare laddove lo avesse voluto). Finché posso continuerò ad agire nello stesso modo. Stamane, comunque, ho letto un articolo sereno ma fermo del direttore del Sole 24 Ore sulla prima pagina del Sole. Dategli un’occhiata se potete. Spiega come e perché alcuni dei guru della Rete si stiano interrogando (e seriamente) sulla natura di questo strumento e sulle modalità che possono trasformarlo da poderosa forma di partecipazione in una ristretta selezione al ribasso. Continuo a credere (e sperare) che si possa affermare la prima ipotesi. Ma sta a noi riuscirci. E non è un impegno che non comporti uno sforzo adeguato.

Ieri mattina (sabato) ho fatto una chiacchierata istruttiva col mio amico Roberto Weber a un tavolino del Caffè San Marco, in Via Battisti a Trieste. E mentre ce ne stavamo lì a discorrere di Vendola primarie e sondaggi, improvvisa davanti ci è sfilata la Mitteleuropa che si è andata a sedere al tavolino di fianco dove era attesa da un ospite straniero (dall’accento iberico direi). Tutto qui. Ma Giovanni Damiani capirà.

Buone cose

Pubblicato il 10/1/2010 alle 17.50 nella rubrica Diario.

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