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PD. COSI' NO, MEGLIO UN CONGRESSO.

Potrei cavarmela con una battuta. Ricordare che alla direzione del 19 dicembre mi ero permesso di dire che fissare la Conferenza programmatica a marzo era un po’ tardi. E che la qualità e mole dei problemi davanti a noi consigliava di anticipare quell’appuntamento. Ma la riunione si era chiusa con un orientamento preciso: Conferenza nazionale fissata per il 14, 15 e 16 marzo. Ieri il Coordinamento del Pd si è riunito e ha deciso uno spostamento. Non più una Conferenza di tre giorni a marzo ma una di due ad aprile. Il 17 e 18 per la precisione. Il primo weekend dopo Pasqua e a poche settimane dall’avvio formale della campagna elettorale per le amministrative e le europee. Che dire? Due cose vorrei dire (su questo piccolo spazio) ma due cose nelle quali credo e alle quali tengo.

La prima è che considero questa decisione sbagliata e incomprensibile. Voi direte, “ma è solo una questione di date, perché tutta questa enfasi?”. Perché non è solo una questione di date. Ecco perché. Noi (tutti noi) abbiamo sotto gli occhi una situazione (come dire?) “problematica”. L’anno vecchio si è chiuso intorno al tema di fondo: “come rilanciare il progetto del Pd”. L’anno nuovo si è aperto sotto un altro segno (e un altro tema): “cosa viene dopo il Pd”. Non è una differenza banale. Vuol dire che le difficoltà che stiamo incontrando sono giunte al punto di dettare un’agenda diversa. Un altro ordine del giorno. Dove in discussione non è più e soltanto la reazione da avere nei confronti di singole emergenze (Napoli, l’Abruzzo, le inchieste o il modo di organizzare il campo delle opposizioni), ma la possibilità che pezzi (piccoli o meno piccoli) del nuovo partito prendano atto che l’operazione così come era stata pensata non ha un futuro. Viene da qui l’ansia (spesso strumentale) per il prossimo risultato elettorale di giugno. E le domande conseguenti su quale sarà (nel caso) la soglia di sopravvivenza del progetto. Veltroni ha ragione a dire che un disegno ambizioso (come è il Pd) non dipende da una singola performance elettorale. Ma il punto non è qui. Il punto (a me pare) è capire da dove origina questa nostra condizione di straordinaria difficoltà. Se soltanto dall’eccesso di polemica interna (come alcuni ripetono) o da nodi non risolti del processo costituente. In altre parole dal profilo, dall’identità, dal modo e dai contenuti che tutti insieme abbiamo dato (e più spesso “non abbiamo dato”) a questo disegno ambizioso. Qui era e resta il problema. Nel fatto che non siamo (ancora?) un partito. Che su questioni decisive (da ultimo la politica estera) convivono posizioni che definire distanti è un eufemismo. Nella scelta (a mio parere profondamente errata) di rinviare sine die un confronto serio, profondo, sulle ragioni e sulle prospettive di questo partito. Per mesi ci è stato spiegato che le cose andavano per il meglio e che il sole sarebbe tornato a splendere non appena avessimo smesso di farci del male da soli. Purtroppo non è così. La situazione è seria. E’ grave. E temo non serva affatto rinviare una volta di più una discussione di verità dove le differenze emergano alla luce del sole, nella trasparenza. E dove si chiariscano i caratteri del futuro partito, superando le ambiguità che tuttora ci sono e che rallentano paurosamente l’affermarsi dell’idea di fondo: l’unione di culture e storie diverse. La realtà è che da molto tempo (da anni) noi, ciascuno prima di oggi nelle rispettive famiglie, fingiamo che le cose non stiano così. E accantoniamo (in nome di continue e successive emergenze) un confronto strategico. Ma questa tattica del rinvio (o della rimozione) ci ha portato sino qui e io non penso affatto che insistere sullo stesso sentiero sia indice di saggezza o di mero buon senso. Ecco perché non capisco una soluzione che di fatto riduce la Conferenza di primavera a una buona kermesse pre-elettorale, dando (immagino) appuntamento a tutti coloro che credono necessario un chiarimento politico al congresso del prossimo autunno. Non so dire che scenario avremo davanti nel prossimo autunno. Mi auguro con tutto il cuore che sarà migliore di quello attuale. Ma resta il nodo: che i problemi squadernati davanti a noi richiedono una presa d’atto ora, subito, degli ostacoli da superare. E allora, per quanto mi riguarda, mi pare giusto dire cosa a mio avviso sarebbe giusto fare: prendere atto che la situazione così com’è non è sostenibile. Convocare la Direzione del Pd (meglio ancora l’Assemblea Costituente Nazionale) e convocare ora, subito, un Congresso. Un Congresso vero. Dove si misurino (se vi sono) linee e piattaforme politiche. Dove si chiarisca la natura e l’anima di questo Partito. Dove si compiano le scelte fondamentali (anche nella forma organizzativa) finora rinviate. Dove si corregga (finché siamo in tempo) ciò che va corretto. Dove si confermi (o si cambi se ci sarà chi lo propone) una leadership che abbia nuovamente l’investitura e la credibilità necessaria per guidare la fase che si è aperta. Ecco, questo farei (nel mio piccolo). Per rispetto delle persone che ci hanno creduto (nel Pd) e che tuttora ci credono. E per rilanciare davvero la scommessa più difficile ma anche più entusiasmante di questi anni.

La seconda cosa che voglio dire (e che alla prima è collegata) è questa. Ancora oggi (lo fa Franceschini nella sua intervista su Repubblica) torna un modo di ragionare che suona più o meno così. “L’Italia è travolta da problemi seri. La crisi economica, le buste paga che si assottigliano. Le famiglie in angoscia per il loro futuro prossimo. E poi la guerra, l’Alitalia, il federalismo, la giustizia…..dinanzi a tutto questo la gente normale che ci vede (a noi del Pd) dividerci e litigare ci piglia per matti”. L’avete sentito questo modo di ragionare vero? E non una volta sola, ma infinite volte. Faccio l’avvocato del diavolo di me stesso: e aggiungo, “e tu, a fronte di questo vizio tipico della sinistra (discutere di sé e del suo ombelico mentre tutt’intorno il mondo sta crollando), tu ci metti pure la proposta di un Congresso? Ma allora vuoi proprio il “male” della famiglia cui dici di appartenere?”. Eh No. E’ proprio qui che non ci sto più. In questa logica di ricatto. “Fuori piove e tuona (grandina persino) e allora occupiamoci del tempo di fuori che a noialtri ci penseremo dopo”. Posso sbagliare naturalmente, ma in questo modo di ragionare io trovo oramai una delle cause di fondo dei nostri problemi. Perché è proprio il fatto che non facciamo una discussione vera e chiarificatrice su di noi (e sulla nostra politica) che rende meno forte la nostra azione. Meno credibile la nostra offerta di soluzioni e risposte. Mettere in chiaro che cos’è questo partito e dove vuole andare, cosa lo tiene unito e cosa lo rende un soggetto forte (nel senso di radicato) nella storia italiana ed europea dei prossimi anni, questa riflessione è oggi vitale per essere quotidianamente all’altezza delle attese di chi ha creduto nel progetto. Per poter rispondere ai drammi di milioni di persone investite dalla crisi. E per prepararci al meglio alla campagna elettorale (difficile) di giugno. Quindi non un gioco a perdere, ma esattamente l’opposto. Fingere che non sia così, parlar d’altro, rinviare all’autunno questo chiarimento di fondo, imputare alle divisioni d’antan (o anche attuali) i limiti evidenti della fase attuale, a me pare solo un modo per mettersi dei tappi nelle orecchie e fingere di non sentire l’appello (diffuso) a fare qualcosa. Ad assumerci, ciascuno per la sua parte, le proprie responsabilità. Ecco, più o meno la penso così.

Buone cose.

Pubblicato il 14/1/2009 alle 16.19 nella rubrica POLITICA.

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