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SEMINARIO 2 LUGLIO.

Pubblicato il 2 luglio 2010Non assegnata

Direi che è stato un bel seminario. Molto ricco nella qualità dei contenuti e con parecchie ore di una discussione di merito. Troverete tutta la registrazione sul sito del centro studi del Pd non più tardi della metà della settimana prossima. Sono venuti anche alcuni amici (e compagni del blog). In particolare mi ha fatto piacere la presenza di Eli e Ritaz (che però sono state quasi sempre fuori a chiacchierare e non hanno ascoltato granché!!!!). Vi allego le due cose che ho detto io all'inizio per presentare il tutto. Buone cose

"Prima di tutto desidero ringraziare i relatori di questo nostro seminario (in particolare quanti sono venuti da fuori Roma) e voi tutti che avete accolto il nostro invito.

Sappiamo che la data non è delle più felici, ma d’accordo con Bersani abbiamo voluto comunque avviare adesso (prima della pausa estiva) questa nostra riflessione sul 150° dell’Unità d’Italia. E insieme al Forum Esteri del PD abbiamo scelto di farlo mettendo al centro del primo incontro il ruolo internazionale del paese.

Abbiamo scritto nel sottotitolo, Dove eravamo e dove saremo. E’ una sintesi ma tutto sommato rende l’idea. Nel senso che coglie la distanza tra la funzione che l’Italia ha assolto negli ultimi cinque o sei decenni, quando è stata parte del club delle nazioni più autorevoli e potenti (in termini economici, politici e diplomatici), e le prospettive che si aprono oggi, di fronte a quella evoluzione dell’Europa e del mondo che è sotto gli occhi di tutti.

Personalmente non so dire se la foto di gruppo dell’ultimo G8 a Toronto (pochi giorni fa) è davvero destinata a essere l’ultima di una lunga serie. E’ certo però che il nostro posto in quella fotografia è destinato a cambiare. Anzi, per molte ragioni è già cambiato.

E allora è innanzitutto su questo cambiamento che noi vorremmo ragionare oggi. Sul peso che siamo destinati ad avere dentro equilibri nuovi. E sulla scelta, tutt’altro che casuale per un grande partito progressista, di definire la propria identità ripartendo, prima di tutto, dal “mondo”. E’ una scelta questa in qualche modo obbligata se consideriamo che al fondo la crisi drammatica di questi ultimi due anni, tra le sue tante conseguenze, ci ha consegnato anche la sfida di un nuovo pensiero sulle politiche pubbliche, sui margini sopportabili della diseguaglianza sociale e delle opportunità, sui diritti umani e sulle libertà.

Ed anche sullo spazio della politica in un mondo che a lungo si è affidato al primato della finanza e di un’economia affrancata da regole e controlli. Il tutto anche con una qualche subalternità della nostra parte, e con la timidezza o la rinuncia a far valere un punto di vista diverso. Proveremo a ragionare su questi argomenti nelle due sessioni che abbiamo previsto. La prima, introdotta da D’Alema e dedicata allo scenario globale e alle sue implicazioni sulla politica estera italiana. La seconda, con l’introduzione di Piero Fassino, rivolta alla collocazione del Partito Democratico dentro quel nuovo e vasto campo di forze progressiste che caratterizza oggi l’Europa e la scena internazionale. Poi, come sapete, sarà Pier Luigi Bersani intorno alle 17.30 a concludere i nostri lavori.

Detto ciò, mi perdonerete se aggiungo due parole sul percorso più complessivo che prende oggi le mosse da qui. Diciamo che anche per noi, come è ovvio, questo 150° è un evento carico di significati simbolici. Ma essendo noi il principale partito dell’opposizione viviamo l’anniversario con l’ambizione di chi vuole tentare un discorso serio sul Paese e sulle ragioni future della sua unità.

Ora, è chiaro che questa riflessione non può astrarsi da quello che ci succede attorno: quindi, in primo luogo, dalla crisi profonda della nostra economia, dei redditi, dei consumi. E legata a questa dalla strategia per sottrarre l’Italia a quel rischio di decadenza civile e culturale che ne mette in discussione – non solo a parole – lo stesso tessuto unitario. Si potrebbe dire che già qui – a questo livello – il nodo dell’Unità della Nazione e dello Stato esce dall’ambito dell’analisi storica e si reimmerge nell’attualità.

Fosse solo perché – caso unico nel panorama degli stati democratici – noi siamo governati oggi da una coalizione di cui è anima essenziale un partito fondato sul proposito di disunire l’Italia, nella convinzione che una nazione italiana in quanto tale sia stata a lungo un’ambiguità o un equivoco storico.

Naturalmente si può discutere se il Risorgimento sia stato effettivamente per noi quell’evento fondativo che fu la “grande Rivoluzione” per la Francia o la Riforma per la Germania. Ma certo, fa riflettere l’idea che nel 150° anniversario della nostra unificazione la guida del paese sia affidata a coloro che di quella unificazione contestano apertamente la natura e lo sbocco. Ed è tanto più preoccupante vedere come questo sentimento, neppure represso, attraversa sempre più di frequente l’azione stessa del governo e la sua produzione legislativa.

E allora, se impostiamo il problema in questi termini, sono molti i capitoli di una riflessione sull’Italia e sul nostro avvenire. Noi naturalmente non potremo approfondirli tutti, ma cercheremo di privilegiarne alcuni, a partire da quello decisivo che discutiamo oggi. Io indico solo i titoli degli altri filoni possibili anche perché sarà il lavoro dei prossimi mesi ad approfondirne il merito.

L’interrogativo di fondo è forse anche il più banale: e cioè che cosa è oggi l’unità dell’Italia. In cosa si sostanzia. Di fronte a un dualismo territoriale all’apparenza irreversibile, e alle prese con una evoluzione del sistema politico e della rappresentanza che ha già modificato ruolo e natura dei partiti e in generale dei principali corpi sociali intermedi. Non sono cambiamenti da poco, anche soltanto da un punto di vista culturale, o del linguaggio.

“L’Italia senza la Sicilia è inconcepibile. Qui sta la chiave di tutto”, scriveva Goethe nel suo “Viaggio in Italia”. Concetto che Mazzini avrebbe chiosato con la formula “L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”.

Lette oggi paiono quasi due espressioni eversive se guardiamo a quel rovesciamento tra questione meridionale e questione settentrionale che ha segnato culturalmente l’ultimo ventennio. E noi sappiamo che in un paese più diviso e frammentato può maturare una spinta di segno autoritario. Qualcosa per altro di connaturato a quell’impasto di populismo e antipolitica che oggi nella destra di governo si manifesta con tratti allarmanti. Il nodo, in sintesi, è la natura del “potere” oggi nella cosiddetta seconda Repubblica.

Di questo vorremmo ragionare: di come è cambiata in questi anni la nazione italiana e come stanno cambiando la qualità e l’assetto della nostra Democrazia (tema questo dotato di un respiro più ampio della sola nostra vicenda interna, ma che si presenta nel nostro paese con un profilo del tutto peculiare). Il secondo tema che affronteremo riguarderà, invece, la cultura e l’immaginario del paese. Come è venuta formandosi, in particolare nell’ultimo trentennio, un’offerta culturale che ha modificato, in profondità, la coscienza civile e lo spirito pubblico dell’Italia intesa come comunità di valori, di identità, di civismo…

In qualche modo, la destra a questo problema ha offerto una sua risposta: molto spesso regressiva…. ma il problema a questo punto riguarda noi e l’idea che si possa ricostruire un legame tra l’identità culturale del paese e la sua costituzione materiale.

A questo filone, un po’ colpevolmente accantonato in questi anni, dedicheremo il nostro secondo seminario. Infine – e ho concluso – noi pensiamo che questo 150° debba misurarsi con le radici territoriali di una memoria condivisa. In una chiave che naturalmente va proiettata in avanti: nel dopo. Per questo pensiamo a una serie di appuntamenti dove approfondire il legame tra i luoghi di una storia comune e il disegno ambizioso dell’Italia che abbiamo in mente.

Pensiamo, in particolare, al capitolo della riforma dello Stato e al suo nuovo assetto federalista. Al legame, per molti versi originale, tra economia e democrazia nel fondare nuovi diritti e nuove responsabilità dell’individuo. E, direttamente legato a questo punto, una riflessione sul contributo delle donne nella costruzione complessa della nostra identità nazionale. E infine, pensiamo al tessuto sociale di un paese che da terra di migranti si è fatto patria per milioni di nuovi cittadini.

Tutto questo fino a un evento che immaginiamo come chiusura del percorso per offrire – anche alla luce della riflessione sviluppata – una nostra lettura dell’unità italiana, delle sue prospettive politiche e culturali. Nella convinzione che non ci sia un torrente programmatico separato da un torrente storico, ma che entrambi, insieme, alimentano quel fiume della “politica” che solo è in grado di definire l’identità di una cultura e di un partito.

Ma su questo avremo modo e tempo di tornare.

Mi fermo qui, ringraziandovi ancora una volta per la vostra presenza e cedo molto volentieri la parola al presidente della fondazione Italianieuropei, Massimo D’Alema, approfittando dell’occasione per rivolgergli i migliori auguri per il suo nuovo incarico di presidente della Federazione Europea delle Fondazioni Progressiste. Grazie e buon lavoro."



permalink | inviato da giannicuperlo il 2/7/2010 alle 22:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (154) | Versione per la stampa


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