OGGI.
Pubblicato il 26 gennaio 2010Non assegnata
Ha vinto Vendola. Stravinto, anzi, come certificato da giornali e tivù. E sin qui non ci piove. Il PD esce dalle primarie smentito nella linea (anche questa è la lettura più diffusa) e con una quantità di ferite da curare. Primo: ha perso il suo candidato. Secondo: una parte larga dei suoi iscritti e dei suoi dirigenti ha votato per Vendola o si è astenuto. Terzo: ha pagato il prezzo dell’alchimia delle alleanze spazzata via da un’idea meno cinica della politica. Non è poco. Diciamo che basta e avanza. Ma è tutto e solo così?
Secondo me il rilievo più severo per un partito è il secondo. L’idea che non hai compreso dove batteva il cuore della tua gente. Insomma l’essere entrato in urto col sentire del popolo che vorresti rappresentare. Se questo succede, ci sono buone ragioni per portare a revisionare il motore. Ma non è detto sia sufficiente se non si capisce come sia stato possibile arrivare a quel punto. In Puglia, solo un paio di mesi fa, la ricandidatura di Vendola appariva un azzardo. E non per la qualità della figura, ma per le resistenze di chi avrebbe dovuto sostenerlo. Di Pietro, Verdi, Socialisti….e in fondo alla lista anche l’Udc, disposta a entrare nella partita ma solo a precise condizioni, cioè con un candidato diverso frutto dell’accordo tra tutti. Vendola ha resistito. Ha spiegato che era lui la vera espressione del rinnovamento pugliese e che un veto sul suo nome avrebbe soltanto aperto le porte al ritorno del vecchio e dell’ammuffito, mentre una quota del popolo non avrebbe gradito e si sarebbe ritratta. Tanto bastava per convincerlo che a qualunque costo lui sarebbe andato avanti per la sua strada, si sarebbe ricandidato e avrebbe sfidato gli altri sul campo. Correttamente ha detto che solo il voto delle primarie (il popolo per l’appunto) avrebbe potuto giustifcare una sua esclusione a favore di un candidato diverso.
L’errore del PD? Mah, col senno di poi gli errori sono più facili da scorgere. A quel punto bisognava dire subito di sì alle primarie. Convocarle (con più tempo a disposizione per illustarne il senso, cioè le differenze politiche e di programma), e coltivare con serenità una competizione a viso aperto che non dovrebbe mai divenire, credo, una resa dei conti. Invece, si è prolungata la ricerca, spesso confusa, di un’altra soluzione. Prima col sindaco di Bari e, infine, ma siamo già ai primi di gennaio, con Francesco Boccia. Qualche giorno di tempo e poi le primarie fissate per l’altro ieri.
Dunque, le primarie. Ho già scritto (un paio di post fa) che sono uno strumento formidabile e da tutelare come i cristalli di casa. Temo anche non bastino a risolvere un paio di nodi che riguardano la politica e la sua crisi in un paese dove le ragioni del collasso civico e civile hanno radici complicate. Il punto, anche questo l’ho già detto, è che noi stiamo cercando di costruire un fronte alternativo alla destra, e lo dobbiamo fare in una condizione diversa da quella che avevamo immaginato all’atto di nascita del Partito Democratico. Lo riassumo così: per una breve stagione, e non senza risultati, noi abbiamo coltivato l’idea di un partito-coalizione. Cioè di una forza che per dimensioni e autorità fosse in grado di dettare praticamente da sola i contenuti e le regole di questa parte del campo. Credo di poter dire che quell’ambizione è stata largamente condivisa. Per la sua coerenza con uno schema bipolare. E anche per un messaggio di semplificazione del quadro politico che aveva una sua forza all’indomani della crisi dell’Unione. In questo senso le regole che ci siamo dati erano coerenti con quel modello. A partire da una lettura delle primarie vissuta un po’ come il tratto dominante del nuovo partito. Il problema nasce quando ci troviamo alle prese con uno scenario e rapporti di forza almeno in parte diversi. Perché a quel punto, delle due, l’una. O si procede diritti lungo la strada indicata, a prescindere da quello che ci succede attorno, ma col rischio di tradurre una vocazione maggioritaria in uno stato di minorità. Oppure si ragiona su come allargare i confini del centrosinistra: coltivando delle alleanze più larghe e competitive. Penso che la linea che abbiamo seguito in queste settimane, sia verso l’UDC che verso forze di ispirazione diversa, abbia avuto questa spiegazione. Personalmente la considero una motivazione seria. Il punto è che forse non abbiamo mai chiarito fino in fondo dov’è che una politica di alleanze finisce col negare la nostra vocazione maggioritaria. Insomma, la purezza del progetto. Questo è un tema serio. Si dice, “Non possiamo delegare all’UDC la rappresentanza dei moderati”. Sino alla critica più severa che sarebbe di avere consegnato nelle mani di Casini le chiavi del nostro partito. Ora, mentre trovo la seconda osservazione piuttosto offensiva, sulla prima è giusto discutere. Personalmente la vedo a questo modo. Credo ci siano contenuti e scelte dell’UDC, e non solo, che sono diverse dalle nostre. Cioè che riflettono una diversa cultura politica. Potrei fare degli esempi, ma su questo blog è superfluo (dai diritti civili al quoziente familiare, per intenderci…). Ma so anche che quelle forze – in una logica di coalizione – possono trovare la loro collocazione dentro un disegno alternativo alla destra. Se le cose stanno così il nostro problema non è imputare a noi stessi una rinuncia, che per altro non c’è, a rappresentare i moderati. Il punto casomai è aggregare su un impianto condiviso una platea, la più larga possibile, di interessi sociali, movimenti, forze politiche. In coerenza con un disegno, certo. Ma per dare gambe a un’alternativa possibile, e non solo teorica.
E qui – è giusto riconoscerlo – la vicenda della Puglia non va banalizzata. “Vince Vendola e ha perso il PD”: questo è un buon titolo di giornale. Ma non ci serve e non aiuta a guardare al dopo. Intanto, perché adesso la sfida è la stessa per noi e per Vendola: ed è vincere le elezioni. Ma, al di là di questo, non sarebbe serio trascurare il senso di quelle 200mila persone che in Puglia hanno votato e scelto. Io non credo – e l’ho appena scritto – che sia sbagliata la nostra ambizione di espandere i confini dell’alleanza. Ma dalla Puglia, e non solo, ci viene detto con chiarezza che il più grande partito dell’opposizione deve sempre combinare, fondere, una politica delle alleanze con una forte e radicale proposta di governo. E direi anche con una sua identità culturale e stile di conduzione. Questo a me pare l’altro punto. C’è una domanda, a volte confusa, di appartenenza, territorio, radicalità….che non possiamo soddisfare soltanto nell’ambito delle cose politicamente o elettoralmente ragionevoli. C’è un patto civile e sociale che noi abbiamo il compito di riscrivere con parti della società italiana offese dalla destra ma anche orfane (e da tempo) di una prospettiva di riscatto. E torniamo sempre lì: al profilo e all’identità di quel partito che abbiamo voluto fondare. Secondo me, derubricare i nodi di oggi (come fa buona parte della rassegna stampa delle ultime 48 ore) alle scelte (giuste o sbagliate) delle ultime settimane impedisce di vedere questo problema. Che sempre di più è per noi “il vero Problema”. Quello su cui concentrare le nostre energie a partire dalla campagna elettorale.
L’ultima osservazione che voglio fare è sull’immagine che ci accompagna in questo inizio d’anno e che non ha sempre tratti di brillantezza (è un eufemismo…). Credo che, in modo sereno, noi possiamo riconoscere limiti ed errori di questa fase. Parlo di errori tattici, di tono, di sostanza…..e dove ci sono stati è bene correggere. Sia mettendo le mani in casa nostra. Sia chiedendo ai nostri alleati comportamenti responsabili (ad esempio, ed è il caso dei radicali, risparmiandoci delle candidature improprie). Sia scegliendo, soprattutto sul capitolo delle Riforme di parlare con una voce unica sapendo della sensibilità che su questo piano è presente nel nostro popolo. Ma penso che, insieme, dobbiamo distinguere tra le differenze politiche, e un tentativo che è in atto di colpire il Partito Democratico e la sua credibilità. Ci sono vicende aperte che in questo senso non aiutano. Ma qui c’è la responsabilità di un gruppo dirigente, che sa affrontare i punti di crisi, ma che è anche in grado di difendere come un bene comune il senso del progetto. La mia polemica in questo caso è davvero e solo verso l’esterno (dunque non riguarda il PD in quanto tale), perché troppi sono i segni di una campagna aggressiva, e spesso violenta, rivolta al tentativo che stiamo portando avanti, pure coi limiti che ho detto. Ma una cosa, secondo me, noi dobbiamo temere come la peste: ed è il tentativo di descrivere questo nostro partito – e le sue leadership – come una realtà oramai depurata di moralità e preda di un’ansia del potere che offusca ogni cosa. Ecco, questo racconto su di noi, se non è contrastato, può produrre danni irreparabili. Perché possiamo sbagliare una posizione. O una tattica. O una candidatura. Ma per nessuna ragione noi possiamo rinunciare al prestigio del progetto e della sua classe dirigente. Questo è un pericolo tanto più serio in un passaggio così delicato dal punto di vista sociale e istituzionale. Perché dietro di noi non c’è un’altra soluzione. Dietro di noi c’è solo lo sfondamento della destra o il ripiegamento. Allora il punto non è evocare una solidarietà generica, ma capire se alla vigilia di una campagna elettorale complicata noi siamo nella condizione di difendere con fermezza le ragioni che ci hanno spinto fino qui. Penso che anche il nostro risultato elettorale di fine marzo, in qualche misura, passerà da questa nostra capacità.
PS. Una battuta finale sul blog. Ho letto (come da tre anni in qua) ogni riga che avete scritto. Della maggior parte vi ringrazio (ovviamente anche di quelle più critiche e in quanto tali degnissime di ascolto). Vedo però che nonostante i tentativi fatti sta crescendo in percentuale il numero dei commenti lasciati a monito di non so che, spesso grevi e privi di una logica che non sia l’apparente gusto della provocazione. Ormai evito anche di toglierli. A volte restano lì come sfregi sul muro. Non chiedo a nessuno di non farlo. Considero le persone responsabili a prescindere. Però ho sempre inteso il blog come un invito a casa. Del tipo, ci vediamo e facciamo quattro chiacchiere, anche su cose serie. Ora, l’imbarazzo è di vedere entrare in casa persone contro le quali non ho alcuna animosità. Semplicemente non mi sognerei di passarci assieme un pranzo o un caffè. E però la forza del mezzo, qui, è proprio nel fatto che non ti scegli gli ospiti. Per cui non ho trovato la risposta. Anzi, sul punto vi confesso che sono piuttosto confuso (evitate la battuta….”anche sul resto” perché è banale). Vabbè, mi pareva giusto raccontarvelo.
Buone cose
| inviato da
giannicuperlo il 26/1/2010 alle 12:42 | |
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