DIREZIONE PD.
Pubblicato il 17 novembre 2009Non assegnata
Ieri prima riunione della nuova Direzione del PD. E' stata interamente dedicata al tema del partito. Ha aperto una bella relazione di Bersani. Io, nei soliti cinque minuti, ho detto questo:
"Bersani ha richiamato spesso, e ancora nella relazione di oggi pomeriggio, il legame profondo tra crisi dell’economia e crisi democratica. Penso abbia ragione, nel senso che il paese può uscire da questo passaggio difficile in due modi. Con una ripresa di fiducia nei propri mezzi e nella forza di un regime parlamentare. Oppure con una involuzione seria e con i segni materiali di una svolta autoritara.
Da questo punto di vista la destra ha i suoi problemi. Che non sono solo i processi di Berlusconi. Ma il fatto che anche dentro quel campo affiorano delle resistenze, come se vi fosse un allarme per le conseguenze di una possibile rottura costituzionale.
Poi ci siamo noi. Che abbiamo la responsabilità (per ragioni numeriche, e non solo) di garantire la tenuta del sistema-paese di fronte a un tentativo di sfondamento sul piano delle regole e del diritto. Ma abbiamo anche il compito di definire il profilo di un’Alternativa possibile.
La mia impressione è che la questione del Partito – compresa l’analisi sui nostri limiti e sulle potenzialità che abbiamo davanti per come sono emerse nella discussione di oggi – si colloca esattamente qui. Cioè come facciamo a restituire forza al solo progetto che oggi è in grado di fondere l’indignazione di una parte del paese con una prospettiva ragionevole di successo. E quindi con la fine di un ciclo durato 15 anni e che ha visto la destra prevalere prima di tutto sotto il profilo culturale.
Penso che da qui dobbiamo partire, sapendo che la costruzione di un senso comune e di un civismo diversi, è la vera prova da superare. La realtà è che la crisi di Berlusconi non implica in modo automatico la fine del berlusconismo. Nel senso del modello che si è imposto. Dell’idea prevalente che è venuta avanzando dei partiti e della politica, col corollario di una legge elettorale che ha minato alla radice il principio della rappresentanza.
Credo ci convenga prendere atto di questo doppio livello del problema. Perché è vero che la destra italiana, almeno fino a oggi, si è identificata persino fisicamente nel suo proprietario. Ma è altrettanto vero che nello scontro tra noi e loro, nella cultura diffusa, ha prevalso una semplificazione del linguaggio, della realtà, come chiave del tempo e questo ha finito col rafforzare un sentimento antidemocratico.
Per noi l’effetto è stato quello di pedalare in salita. E tutto ciò ha spinto una parte dell’opposizione – Di Pietro, in primo luogo, ma non solo lui – a farsi interprete speculare di quella medesima impostazione. Col risultato di un paese che poteva subire la seduzione autoritaria, oppure contrastarla anche duramente, ma dentro una cornice che era sostanzialmente la stessa: istituzioni svuotate, partiti personalizzati nella conduzione e una radicale spinta antipolitica.
La stessa riflessione sulle primarie, come la discussione sul nostro radicamento territoriale, credo debbano fare i conti con questo tema specifico. E cioè quanto del disegno più egemonico di questi anni è penetrato dentro di noi. Ha condizionato le nostre parole. Il modo di costruire il partito. Le modalità con le quali abbiamo selezionato le nostre classi dirigenti. Insomma in che misura quella semplificazione di linguaggio, di procedure ha rallentato un’opera di rinnovamento della nostra cultura organizzativa, della nostra cultura politica e della nostra identità.
Se posso permettermi una citazione, nell’immediato dopoguerra la parola d’ordine del Politecnico di Vittorini fu “La cultura prende il potere”. E dietro c’era l’idea – certamente velleitaria, anche se generosa – di una cultura che non doveva soltanto “consolare dalle sofferenze”, ma che quelle sofferenze avrebbe dovuto contribuire a “combattere e ad eliminare”. Ora, non penso affatto che quello sia il modello spendibile per noi. E però tra una cultura che si pone l’obiettivo di incidere sul mondo e sulla politica, e partiti “depurati” da questa dimensione e rivolti quasi unicamente alla conquisa e al mantenimento di cariche pubbliche, ecco tra questi due estremi, io penso che noi dovremmo coltivare una strada mediana.
Per cui mettere a terra il tema del Partito può essere l’occasione di un discorso serio sul legame che c’è oggi tra la crisi della democrazia e le forme attuali della politica e dei partiti (compreso il nostro). Significa riaprire un laboratorio non solo “programmatico” nel senso più classico (le cose da fare). Ma un cantiere delle idee (le cose da dire).
E vuol dire, infine (ma forse questo è il nodo di fondo), ricollocare la politica in una società, in un tessuto, che in questi anni ne ha fatto volentieri a meno, prima di tutto perché non riconosceva alla sfera della rappresentanza una legittimità a occuparsi della vita di milioni di persone. L’idea – esposta qui da Fassino – di una società che si abitua a fare a meno delle sue classi dirigenti.
Noi a lungo abbiamo ritenuto, abbiamo sperato, che questo ostacolo fosse superabile grazie a un modello di partito che si faceva “sindacato”. Cioè una forza in grado di dar voce a una rete di bisogni sempre più agganciati al territorio. La mia sensazione è che anche questo modello, per molte ragioni, si è rivelato insufficiente. E a noi, adesso, tocca saldare la democrazia interna del Partito con una chiarezza maggiore del suo ruolo. Il che passa anche, per forza di cose, da un pensiero democratico che regga l’urto della destra e si proponga, sul piano culturale, come un’Alternativa.
Lo dico perché se inseguiremo – anche nel modo di concepire la politica e il partito – l’onda lunga di questi anni, saremo più vulnerabili (anche sotto il profilo della qualità del nostro personale politico e di governo). La prova quindi, ancora una volta, è rinnovare noi stessi rinnovando la società italiana. Non è poco. Ma temo che un’altra via non ci sia."
Buone cose
| inviato da
giannicuperlo il 17/11/2009 alle 10:43 | |
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