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Il sito di Gianni Cuperlo, responsabile comunicazione politica dei Democratici di Sinistra

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LA COMMEDIA E' FINITA

Pubblicato il 13 maggio 2009letteratura

La commedia è finitaGiovedì 21 maggio 2009, alle ore 17.30 presso la Sala delle Colonne - Palazzo Marini - via Poli, 19 - Roma

Presentazione del primo romanzo di Lorenzo Calza. Saremo in due: io e Lorenzo Calza. Il che per i nostri caratteri andrebbe più che bene, nel senso che sarebbe una presentazione sobria e piacevole. Ma è costume in questi casi allargare l'invito e dunque voialtri del blog siete in assoluto i nostri "preferiti". Quelli residenti a Roma o a Ostia (e ci siamo capiti!!!) non hanno alibi e facciano il piacere di esserci. Per chi viene da fuori saremo più indulgenti ma contiamo almeno su una rappresentanza.

Lorenzo lo conoscete, è uno sceneggiatore di "Julia" (Sergio Bonelli Editore) e frequenta assiduamente questo blog.

"La commedia è finita" è un giallo-noir che ha come protagonista Algo Lenzi - ex reporter di guerra in pensione - ispirato a Bruno Trentin, grande sindacalista e uomo d'Europa. L'impianto spy-thriller, pur muovendo da una città italiana, ha come sottofondo la vicenda cecena e gli scenari geopolitici internazionali.

Il giornalismo d'inchiesta viene scandagliato anche nei suoi risvolti umani ed esistenziali.

Il libro, non a caso, è dedicato alla memoria di Anna Politkovskaja, Antonio Russo, Ilaria Alpi, Enzo Baldoni. Se volete, è anche un'occasione per incontrarci e discutere insieme di cose varie (politiche, letterarie, elettoralie sportive....).

"La Commedia è finita".
Un romanzo di Lorenzo Calza - Robin Editore - Collana "I luoghi del delitto", p.336
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Ps. La sala è un locale della Camera che ospita seminari, iniziative pubbliche, convegni.....le signore possono vestirsi come pare loro. I signori sono obbligati a indossare la giacca (non ricordo se anche la cravatta, ma comunque per sicurezza portatela).

buone cose

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FACCHETTI

Pubblicato il 5 settembre 2006Non assegnata

Mi ricordo benissimo la figurina (che poi ho rivisto nella collezione di Veltroni sull'Unità). Nasceva attaccante e si era riconvertito terzino. Non ha segnato nella semifinale contro la Germania a Città del Messico. I gol furono di Boninsegna, Riva, Rivera (e fin qui uno se lo aspetta...) e il tre a due lo fece Burgnich (quello che nella memoria lo precede sempre, con l'automatismo che ti cattura se citi un verso noto....sempre caro mi fu quest'ermo colle....Sarti Burgnich Facchetti...). Poi ha continuato a guidare la nazionale. Anni dopo si è ritirato e ha fatto il dirigente dell'Inter. Mai una battuta eccessiva, una polemica meno che contenuta. Lo stile fatto persona. L'ultimo scudetto (da dirigente) l'ha vinto a tavolino perché gli altri evidentemente non erano come lui. Non l'ho mai conosciuto, ma così, come si può giudicare a distanza, dev'esser stata una gran brava persona.



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"L'allergia italiana a Zapatero"

Pubblicato il 12 giugno 2006Non assegnata

Questo che segue è l'interessante editoriale di ieri firmato da Barbara Spinelli su La Stampa

Se c’è un nome che in Italia quasi non puoi pronunciare, senza sentirti come appesantito da ridicolo cappotto, è il nome di Luis Rodríguez Zapatero. È una sorta di allergia radicale, accanita, che in nessun paese europeo ha l'accaldata intensità italiana e su cui vale dunque la pena meditare. Zapaterista è diventato epiteto insultante, che macchia il destinatario indelebilmente. Zapaterismo è sinonimo di stile politico ignobile: più ignobile ancora d'una dottrina, un'ortodossia. Nel pantheon dei personaggi negativi, il premier spagnolo figura accanto a tipi poco raccomandabili che non gli somigliano punto: Che Guevara, Castro. Deriva zapaterista è stereotipo che potrebbe benissimo comparire nel Dizionario dei Luoghi Comuni di Flaubert: evoca gli impaurenti cosacchi a San Pietro, ha osservato con appropriata ironia Mario Pirani (Repubblica, 13-3-06). Più che un'allergia è una passione, quella che s'abbatte sul successore di Aznar. Per questo urge indagarne l'interna molla, l'irrazionalità, la genealogia: non solo per capire meglio la Spagna, ma per capire un po' meglio noi stessi e la nostra idea della democrazia minacciata.

Tre eventi hanno indisposto un gran numero di politici e intellettuali italiani, dando corpo allo stereotipo che ci impacchetta e ci incarta: la vittoria elettorale del leader spagnolo, successiva all'attentato dell'11 marzo 2004; la decisione - subito dopo - di ritirare le truppe dall'Iraq; la determinazione con cui Madrid resiste a clero e Vaticano in materia di diritti civili. Zapatero è divenuto simbolo del cedimento al terrorismo, del Tutti a Casa in politica estera, dell'anticlericalismo dogmatico. Ma c'è qualcosa di più che muove a sdegno, e che lo trasforma in fiamma. Zapatero irrompe nella discussione sul futuro della sinistra scompigliando discorsi e modelli cui pigramente ci siamo abituati. D'un tratto non è più Blair a rappresentare il socialismo nuovo, non ideologico. Tutti parlano di lui, anche Ségolène Royal a Parigi, ma nel frattempo c'è un altro riformismo possibile, che non consiste semplicemente nell'adottare, su questioni ritenute centrali dell'economia, politiche di destra. Zapatero indica quest'altra via - una via molto europeista d'altronde - cominciando col dire che la discriminante centrale non è l'economia ma la reinvenzione della politica e della democrazia. Un libro uscito nel 2006 da Feltrinelli spiega bene quest'alternativa: Zapatero - Il Socialismo dei Cittadini (curato da Marco Calamai e Aldo Garzia) è documento prezioso.

Il nuovo consiste nell'estendere i diritti e le libertà di individui o minoranze, accettando l'enorme varietà delle preferenze esistenziali in società rese insicure da disoccupazione, immigrazione, terrorismo. I soldi mancano per politiche sociali magnanime, agire sull'economia è divenuto tremendamente complicato a causa di vincoli e incompatibilità: meglio allora concentrarsi sulle riforme «a costo zero» - riforme civili più che economiche, dice Antonio Gutiérrez che oggi dirige la Commissione economica del Congresso dei deputati - che danno al cittadino la sensazione di essere ascoltato, rispettato anche quando la vita si fa per lui difficile. Zapatero ha fatto molto in questo campo: ha esteso i Pacs accettati da Aznar rendendo legali i matrimoni tra omosessuali, ha sveltito la legge sul divorzio, ha legalizzato 800 mila immigrati clandestini trasformandoli in cittadini con diritti e doveri fiscali, ha introdotto una legge sulla violenza contro le donne. A queste ha aperto uno spazio senza eguali in Occidente (il 50 per cento delle cariche governative). Ha anche fatto riforme che costano, come gli asili nidi e gli aiuti alle persone non autosufficienti per età o malattia (il cosiddetto quarto pilastro dello Stato sociale, essenziale in società che invecchiano, affiancato a educazione, salute, pensioni). Può darsi che le riforme siano state troppo frettolose: «Non si fa tempo a rispondere al contrattacco della destra e della Chiesa, che il governo già ha aperto un nuovo fronte riformatore», obietta Gutiérrez, che però sostiene Zapatero perché le sue sono pur sempre riforme volute da vaste maggioranze di spagnoli.

Precisamente questa novità indispettisce tanti politici e intellettuali italiani, anche a sinistra. Indispettisce lo spazio dato alla società civile e ai diritti, a scapito non solo della centralità dell'economia ma dei poteri partitici (Prodi stesso fu guardato con diffidenza da apparatchik e benpensanti di sinistra quando propose le primarie, fino al momento in cui le vinse alla grande). Indispettisce quella che per Zapatero è etica politica irrinunciabile: «Mantenere la parola data, fare quel che si dice e dire quel che si farà». Indispettisce, più ancora forse del ritiro dall'Iraq e della strategia latino-americana, l'autonomia dalla Chiesa. Resistere al Papa e alle Conferenze episcopali è inconcepibile, oggi in Italia. Tutti in Italia hanno bisogno di ottenere l'imprimatur da una forza esterna, tutti si sentono in qualche modo minorenni e illegittimi - non solo i Ds - e la Chiesa diventa tutore che non si osa contestare. Ogni riformista deve fare da noi concessioni sulla laicità: Zapatero problemi simili non ne ha. È alle correnti conciliari che egli s'appoggia, a teologi come Enrique Miret Magdalena che nel laico argomentare somiglia al nostro Enzo Bianchi. Solo che Miret Magdalena non è ingiuriato quando ricorda che lo Stato e l'Europa sono aconfessionali, e che fin dalla teologia cinquecentesca di Domingo De Soto o padre Molina «la legge civile è fatta per garantire la convivenza tra i cittadini, non per garantire la morale cattolica». In Spagna è pietra di scandalo che il Papa parli di silenzio di Dio a Auschwitz, e appena nove giorni dopo lasci che lo stesso concetto («eclissi di Dio») sia applicato dal Vaticano a unioni di fatto o matrimoni omosessuali. Non da noi.

Indispettisce infine il rapporto di Zapatero con il passato franchista. Il premier inaugura una politica della memoria che prima era assente, e questo accade nel preciso momento in cui in Italia la memoria accende risse, e la resistenza è ridimensionata. Tutte queste mosse irritano perché scombinano tesi apparentemente dissacranti, ma che in fondo hanno generato nuovi allineamenti. Molto è cambiato da noi ma il conformismo delle élite sembra immutato: è antico, tenace, Jean-François Revel lo denunciava già nel '58, nel libro Pour l'Italie. Per conformismo più che per convinzione si plaude oggi al Papa, e a valori europei uniformi. Per conformismo si dice che la sinistra è buona solo se fa politica di destra, e si scorge in Blair l'unico vero modello. Per conformismo si sostiene che l'etica in politica è qualcosa d'incongruo e risibile: gradito solo a girotondini, attori comici e zapateristi. Qualche giorno fa, replicando a un articolo che sospettava Prodi di ritirarsi dall'Iraq senza coscienza morale, D'Alema ha detto parole che in Italia hanno la freschezza delle dichiarazioni inedite: «La coerenza fra gli impegni che si assumono con i cittadini e le cose che si fanno è a mio avviso un aspetto cruciale del rapporto fra etica e politica» (Corriere della Sera, 30-5-06). È proprio questa l'etica di Zapatero, chiamata da noi deriva e a Madrid mantenimento della parola data. Il conformismo italiano mescola cattolicesimo e economicismo marxista. Neppure s'accorge che le sinistre estreme sono oggi marginali in Spagna, grazie alla preminenza di diritti e laicità sulla classica questione sociale.

In realtà Zapatero innova rispetto a Blair, anche se fa proprie molte sue accortezze economiche. Ha meditato la crisi della democrazia, della politica, e la sua terza via non è quella che aderisce al liberismo e al conservatorismo Usa rinunciando all'identità di sinistra. Come si evince nel libro di Calamai e Garzia, altri sono i riferimenti di Zapatero. Fra questi spicca Philip Pettit, lo studioso che ha teorizzato il repubblicanesimo e il socialismo dei cittadini (i suoi libri son pubblicati da Feltrinelli e dall'Università Bocconi). Nella parola socialdemocratico - dice Zapatero - è il democratico che prevale. Pettit propone un'idea di libertà né liberista né socialista: un'idea più esigente della libertà negativa (libertà dall'interferenza); e meno comunitarista della libertà positiva, che persegue fini collettivi o statali in nome di tutti.

Per il repubblicanesimo può non sussistere interferenza ma può esserci dominio, ed è questo dominio - la paura è una delle sue armi - che occorre controbilanciare con leggi che prevengano sul nascere interferenze sia reali sia potenziali, spingendo gli individui a partecipare alla politica e a contare sullo Stato. Fondamentale, in Pettit, è la vigilanza dei cittadini: «l'eterna vigilanza» nei confronti delle autorità, delle istituzioni, delle degenerazioni tiranniche. Per questo è indispensabile il pluralismo dell'informazione e il rifiuto dei monopoli televisivi, in Pettit come in Zapatero. In una delle prime mosse, quest'ultimo ha restituito al servizio pubblico piena autonomia dal potere politico (un po' come chiesto dall'Usigrai, sindacato dei giornalisti Rai, in una lettera a Prodi del 5 giugno).

Un'altra cosa dice Zapatero, che spiega i pregiudizi italiani nei suoi confronti: «Le persone che meglio sanno esercitare il potere sono quelle che non lo amano». Chi lo ama troppo non ritiene che il mondo vada cambiato per il meglio, usando come alibi i passati errori del socialismo: ciò di cui ha orrore è il rischio, e chi rischia mette sempre in gioco il proprio potere.

Si dice che in un'economia dissestata la sinistra ha pochi margini, per forza. Che il terrorismo restringe diritti e libertà, per forza. Che non esiste quindi vero scontro destra-sinistra. Zapatero con tutte le sue precipitazioni dimostra che non è vero, che niente avviene fatalmente, che la politica è l'arte di creare isole di libertà nel mare della necessità. Isole che permettono ai Giusti di Borges - autore che Zapatero cita spesso, di cui si dichiara «estimatore fino all'ossessione» - di esistere: l'uomo giusto è «chi preferisce che abbiano ragione gli altri», i Giusti «che si ignorano stanno salvando il mondo». Il conformismo che affligge l'Italia politica ha come fine la conservazione del potere, più che l'emergere del giusto. Anche accettare un mondo interamente dominato dalla necessità è conformismo. Un conformismo meno diffuso nella società, che i rischi li teme ma non li respinge.

Per questo Zapatero è figura significante. Lui stesso racconta come adottò l'etica della parola data. Fu quando, il giorno della vittoria, sentì gli spagnoli gridare: No nos falles!- Non ci deludere! Lì capì - dice - che «il potere è nelle mani di chi il potere non ce l'ha». Che chi governa deve sempre dire: «Il potere non mi cambierà». Che per far rinascere la politica, la partecipazione dei cittadini, la loro responsabilità, occorre estendere diritti e democrazia. Non a dispetto del terrorismo e dell'economia, ma proprio perché viviamo tempi di terrorismo e di difficoltà economica.



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«Partito democratico? Chiamiamolo Ulivo, sosterrà Illy e si vince»

Pubblicato il 12 giugno 2006Non assegnata


Ieri mattina è uscita su Il Piccolo, quotidiano di Trieste, questa intervista
:


Gianni Cuperlo, l’ex enfant prodige della sinistra triestina, l’uomo-chiave della comunicazione Ds a livello nazionale, colui che dello staff dell’allora premier (e in precedenza segretario nazionale diessino) Massimo D’Alema fu stretto collaboratore, entra in Parlamento. Da deputato dell’Ulivo. «Come si diceva da piccoli il primo giorno di scuola, prometto di studiare e spero di fare bene», commenta lui per i frequentatori del suo sito. Poche parole per dire bene il carattere riservato e la passione intellettuale di una persona che non ha mai amato apparire, sebbene più che portatore molti lo definiscano «costruttore» di comunicazione.

Quella alle politiche 2006 è stata la sua prima candidatura?
Sì, salvo una lontanissima corsa per il Pci al consiglio comunale di Trieste, di quelle che servono a chiudere la lista... Considero quella di deputato un’esperienza molto interessante, per potere guardare ai problemi da un punto di vista diverso e con maggiore possibilità di intervenire, almeno spero.

Gli obiettivi-chiave?
Da un lato mi piacerebbe - è un impegno che prendo - recuperare un rapporto più continuativo e intenso con la città e la regione: voglio ascoltare e comprendere, con grande attenzione e umiltà poiché sono molti anni che manco da Trieste.

L’altro obiettivo?
Sviluppare il mio interesse sul terreno delle libertà e dei diritti individuali. Oggi esiste un problema di fondo: sbloccare la società italiana quanto a diritti delle persone e opportunità da offrire soprattutto ai più giovani. Il che significa investimenti nella formazione e ricerca, nella liberalizzazione dell’economia, in un accesso facilitato alle professioni. Significa investire sui talenti individuali, garantire pari opportunità, realizzare riforme. Questo è un Paese bloccato, dove le corporazioni pesano ancora molto.

È l’Italia fotografata dagli ultimi dati del Censis.
Il dato che mi ha colpito - e che deve interrogare l’anima di un governo di centrosinistra - è quello di una società dove i ventenni pensano di avere minori possibilità dei loro genitori e dove la mobilità sociale in ascesa è bloccata. L’«ascensore» ha funzionato più o meno bene per quasi trent’anni, sino agli inizi dei Novanta.

Colpa di Berlusconi?
Non solo. Io penso che la destra abbia grandi responsabilità perché non ha affrontato questi problemi ma li ha peggiorati, accentuando i caratteri corporativi della società italiana, per non dire di scelte fatte in settori strategici. Io per esempio, da triestino penso di conoscere il valore della ricerca scientifica di cui la destra ha limitato l’indipendenza. Ma insisto, se vuole restare nella corsa globale, l’Italia deve investire molto in ricerca e formazione.

Si parlava delle colpe.
Non tutto è imputabile alla destra. Siamo davanti a problemi antichi, cioè l’incapacità che la politica e le classi dirigenti hanno avuto di affrontare riforme di fondo - mercato del lavoro, scuola, formazione - che sarebbero state necessarie per mettere il Paese in grado di competere in un mercato rivoluzionato dalle tecnologie dell’informazione.

Oggi però il centrosinistra si ritrova con il problema dei conti.
Ma proprio per quanto ho detto, la responsabilità dell’Unione tornata al governo dieci anni dopo il ‘96 è diversa da allora. Non basta parlare di risanamento e rigore. Bene hanno fatto Prodi e Padoa Schioppa a usare parole di verità in proposito, ma il Paese oggi, insieme al risanamento, attende anche un rilancio della crescita. La logica dei due tempi non funziona più. Per questo c’è bisogno di riforme radicali e coraggiose.

Ora che è deputato resterà anche responsabile della comunicazione dei Ds?
Dipenderà da Fassino: affronteremo il riassetto del gruppo dirigente nazionale del partito dopo il referendum.

A proposito, da esperto della comunicazione che ne dice del caso prodotto dall’intervista di Prodi a «Die Zeit»?
Consiglierei maggiore cautela e rigorosa attenzione alle traduzioni quando si concedono interviste a giornalisti stranieri. Il Paese non ha bisogno di toni accesi. E poi, l’Italia ha vissuto una lunga campagna elettorale permanente. Ora, dopo il referendum, si apre una fase nuova con una nuova maggioranza che è bene si impegni a tradurre in concreto quanto ha detto di volere fare. Io metterei uno stop alle polemiche: adesso si lavora al progetto.

Il referendum può segnare la fine di Berlusconi?
Ma no. I cittadini sono chiamati a dare un giudizio nel merito di una brutta riforma della seconda parte della Costituzione, non su Berlusconi né su Prodi. Noi non diciamo «no» perché la riforma è stata firmata dalla destra, ma perché è una cattiva riforma che non funziona. Dopodiché, abbiamo imparato la lezione: chiediamo di bocciare la riforma del centrodestra, ma non per imporne una del centrosinistra. Noi non faremo riforme istituzionali senza cercare prima in Parlamento un largo consenso e quindi una larga maggioranza. Le regole sono di tutti e non si possono cambiare a spallate.

Gianni Cuperlo parlamentare triestino del Friuli Venezia Giulia: aprirà un ufficio a Trieste?
Sugli aspetti logistici, vedremo. Voglio comunque garantire una presenza e un rapporto costanti con la mia città e la regione.

Intanto è riesplosa la questione Friuli versus Trieste.
Oggi la regione è entrata in un ciclo storico nuovo, legato al rapporto con i Paesi di più recente ingresso nell’Ue. In questo senso, ancora una volta, c’è una differenza rispetto a dieci anni fa. Se allora la parola-chiave per risolvere vecchie eredità storiche era «pacificazione», oggi è «innovazione»: apertura, inclusione, collaborazione transnazionale nella logica di un’Europa allargata e dell’Euroregione. E non solo. Penso anche al processo di integrazione, tutt’ora da completare, verso i Paesi dei Balcani occidentali. Insomma, abbiamo l’opportunità di fare assumere al Friuli Venezia Giulia il ruolo e la funzione strategica che spettano alla nostra regione negli equilibri della nuova Europa. Questo per dire che di tutto abbiamo bisogno meno che di conflittualità tra le due parti della regione.

Che però a livello politico c’è.
Ma credo che compito della Regione – e Riccardo Illy lo sta facendo - sia lavorare al superamento di vecchie divisioni per insistere sul valore di una regione che fa sistema. Noi - e parlo da parlamentare con radici a Trieste - abbiamo bisogno del Friuli e delle sue energie e risorse straordinarie, e il Friuli ha bisogno di Trieste e della Venezia Giulia che sono parte fondamentale del nostro avvenire comune.

L’essere divenuto lei componente della commissione parlamentare per le politiche dell’Ue ha un senso preciso, da questo punto di vista.
Sono ancora possibili modifiche secondo le esigenze dei gruppi parlamentari. Se dovessi rimanervi, sarebbe un’esperienza molto utile.

Trieste di nuovo al centro dell’Europa: espressione ricorrente, ma a rischio di retorica.
Vero, c’è però un’agenda di temi. Ne cito tre. Il primo: si deve investire in infrastrutture, logistica e viabilità. E nel nuovo ruolo europeo di Trieste e dell’intera regione avrà grande importanza il Corridoio 5...

Che una parte della sua coalizione non vuole.
Se ne discuterà, ma lo reputo un investimento strategico.

Il secondo tema?
Riguarda le prospettive per il porto. Non entro nel merito delle nomine, ma il governo dovrà fare un ragionamento molto serio sulla strategia di rilancio dello scalo, che è una risorsa irrinunciabile per Trieste. Il terzo titolo riguarda il profilo della città che dobbiamo recuperare in termini di forza attrattiva per storia, cultura, identità. Credo esista un interesse «latente» nei confronti di Trieste che va intercettato. Saranno importanti le iniziative che le amministrazioni locali attueranno per rilanciare la città nel suo ruolo di capitale della nuova Europa.

A proposito, cosa vorrebbe leggere nel libro di Magris sulla «Trieste nel nuovo secolo» da lei inserito in una personale classifica di fantasia?
Di una città orgogliosa della sua storia ma interamente proiettata nel futuro. Cosa che ancora non è.

Cosa le manca per esserlo?
Forse una chiara percezione delle potenzialità che oggi si aprono. E una classe dirigente - non solo politica - capace davvero di fare gioco di squadra.

La nomina del commissario del Porto dimostra come nello stesso centrosinistra il gioco in questione sia difficile da praticare.
Dovremo trovare le sedi per farci carico - sul piano politico e unitariamente - delle prospettive del porto e della città. Trieste ha bisogno di tante cose e tra queste non c’è un centrosinistra diviso.

Come giudica l’ipotesi di ricandidatura all’Expo?
Attendo di capire meglio ma penso anch’io che vada evitata una seconda delusione: occorre comprendere quali siano le possibilità concrete di una candidatura non solo credibile, ma vincente.

Da parlamentare del Friuli Venezia Giulia lei vivrà il cammino verso le elezioni regionali del 2008. Il centrosinistra ci arriverà con il partito democratico?
Lo vedremo. Il progetto è molto ambizioso e non possiamo deludere gli elettori. Prima di piantare bandiere dobbiamo impegnarci - non solo noi e la Margherita - in questo processo, consapevoli che la mèta non può essere troppo lontana ma anche che un nuovo soggetto politico non nasce soltanto per accordi di vertice, ma deve avere una forte identità anche dal punto di vista culturale, dei valori di riferimento, delle priorità. Sono convinto che l’Ulivo potrà essere un valore aggiunto a sostegno di Illy, che a oggi secondo me resta il migliore candidato per la sfida.

L’Ulivo?
Sì, l’Ulivo: non sta a me dare consigli, ma sento molto parlare di partito democratico e non capisco perché dobbiamo rinunciare a un nome così bello.

Lei da sempre rimarca l’imprescindibilità dei partiti, «un grande patrimonio che deve provare a fondersi». Intanto però uomini del centrosinistra - Veltroni, per esempio - guardano oltre le appartenenze partitiche.
Ho grande rispetto per queste posizioni, che non metterei in contrapposizione. I partiti sono una realtà esistente e una garanzia di tenuta del tessuto democratico, che non sarebbe saggio considerare eredità del passato. Ma è importante non rinchiudersi in una difesa arroccata dei loro confini. Noi guardiamo alla nascita di un nuovo partito riformista con fiducia e passione, ma è una scelta impegnativa che deve coinvolgere, oltre ai partiti, sindaci, governatori, associazioni...

Cacciari ha consigliato Illy di lasciar perdere le liste civiche per dedicarsi alla nascita del partito democratico. Concorda?
Non mi sento di dare consigli a Illy, ma lo ritengo una risorsa essenziale nel percorso di un nuovo grande partito. Tanto più che Trieste e la regione – a partire dal ’93 e poi con l’esperienza di Intesa democratica – hanno aperto la strada a un processo di aggregazione e di alleanze che molti hanno guardato come un modello.

E le liste civiche?
Io credo abbiano dato un contributo prezioso negli anni, ma non è questo il punto. Saranno i promotori di quelle esperienze a decidere in autonomia sul loro futuro. Noi abbiamo bisogno di un «cantiere aperto» del nuovo partito, non di annessioni. Insomma l’arruolamento o è volontario o non è.

Niente date, però...
Alla Camera si è costituito un gruppo unitario, segno che il processo avanza seriamente e avrà tappe ravvicinate e successive. Quando arriverà il momento di tagliare il traguardo non sono in grado di dirlo, ma non sarà in un tempo infinitamente lungo.

da Il Piccolo di Trieste di domenica 11 giugno 2006, articolo di Paola Bolis



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NOOOOOO!!!!!!

Pubblicato il 17 maggio 2006Non assegnata

hanno cacciato Biscardi! voi capite cosa significa vero? è la fine (temporanea, spero) del progiesso. è una pausa dolorosa per gli sguup che hanno reso la televisione meno triste. è un piccolo lutto. prima di tutto linguistico. ricordo (doveva essere una ventina d'anni fa) l'apocrifo biscardiano che michele serra confezionò per cuore. un capolavoro. lo aveva pensato come una partitura in crescendo, uno stupro della sintassi con picchi di assoluta genialità. le stagioni (e i campionati) hanno invecchiato l'artista rendendone più tenera la figura. io ero tra quelli che il lunedì ascoltava la mezz'oretta di Ferrara in attesa dell'evento. non ho mai visto una puntata del progiesso. mi bastava l'avvio. il monologo introduttivo. quasi sempre un funambolismo di superlativi: puntatissima stasera al progiesso....grandissimi ospiti in studio con noi....al telefono, in esclusiva per il progiesso, il guardalinee Treppoloni, l'uomo che ha deciso la sfida dell'Olimpico....e poi l'esclusivo sondaggio telefonico: "Adriano come Pelè o come Calloni?. e uno si commuoveva di quell'enfasi spropositata destinata al nulla. senza contare la comitiva che si portava appresso, forma moderna di commedia dell'arte con maschere fisse e un pubblico di sala che faceva il tifo coi cappellini e i cartelli preparati sul tavolo della cucina. protestate. fate qualcosa. lo rivoglio tra noi. guardate, pur di rivederlo, sono disposto ad affidare a Moggi il moviolone!



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CHISSA' CHI LO SA

Pubblicato il 16 maggio 2006Non assegnata

Il Messaggero, edizione di martedì 16 maggio, pagina 15, titolo:
"RUSH FINALE: AMATO VERSO LA GIUSTIZIA".
Il Sole 24 Ore, edizione di martedì 16 maggio, pagina 16, titolo:
"GOVERNO, AMATO VERSO GLI INTERNI".

Abbiate pazienza e domani saprete chi ha vinto!



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BELL'ITALIA

Pubblicato il 12 maggio 2006Non assegnata

allora, se ho capito bene c'era un gruppo di personaggi (procuratori, manager, arbitri, direttori di grandi società, giornalisti più o meno autorevoli) che, secondo logiche e interessi propri, maneggiava risultati, partite e campionati. il meccanismo doveva essere oliato fino nei dettagli, tipo che un arbitro (se coinvolto) ammoniva un giocatore diffidato per farlo squalificare la settimana dopo quando la vittima avrebbe dovuto scendere in campo contro una certa squadra. e poi un turbinio di telefonate, minacce, compravendite. una specie di associazione a delinquere fondata sull'italico motto "tengo famiglia" (nell'inchiesta compaiono i nomi di padri e figli, spesso dal cognome illustre). siccome sono un fervente garantista, voglio sperare che tutti (oddio proprio tutti sarà difficile), diciamo la gran parte dei nomi fatti si dimostri - come si dice - estranea ai fatti loro addebitati. e sono anche contento per il mio amico andrea peruzy dal momento che la roma risulta estranea a tutte 'ste porcherie. ma, detto questo, c'è qualcuno che mi può spiegare, dopo anni che cerco inutilmente una risposta, in cosa consiste "lo stile juventus"?
buona giornata.



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«Il governo ora dovrà essere autorevole»

Pubblicato il 24 aprile 2006Non assegnata

Cari naviganti,
di seguito la mia intervista di oggi sull'Unità a cura di Simone Collini.


«Si è partiti con il piede sbagliato», dice il responsabile Comunicazione dei Ds Gianni Cuperlo, «adesso cerchiamo di raddrizzare la situazione».

Sulla presidenza della Camera, il messaggio arrivato agli elettori non è stato dei migliori...
«Il primo partito della coalizione aveva tutte le carte in regola per avanzare una candidatura come quella di D’Alema alla presidenza della Camera, o comunque per avanzare una candidatura alla presidenza di un ramo del Parlamento. Detto ciò, credo anche che noi abbiamo dimostrato, e naturalmente lo ha dimostrato D’Alema in prima persona, di avere quel senso di responsabilità e quello spirito di coalizione che in questi anni non è mai venuto meno da parte nostra. E senza il quale anche il risultato elettorale sarebbe stato diverso».

Non vorrà dire che alla fine dei conti il bilancio è positivo?
«Non dico questo. Dico che abbiamo fatto benissimo a fare questa scelta, che va nell’interesse della coalizione e dell’azione del futuro governo. Questo è un riconoscimento che va fatto, poi del futuro discuteremo».

Chiederete un “riequilibrio”?
«Non serve porre il problema in questi termini. Noi siamo una grande forza responsabile, se si è partiti con il piede sbagliato bisognerà cercare di raddrizzare la situazione. Ci sono tutte le condizioni per farlo».

Dice Prodi che avrete “un ruolo molto importante” nel governo.
«Quel che è certo è che bisogna avviare bene la legislatura, con un governo di alto profilo e politicamente molto autorevole. E bisogna che venga riconosciuta ai Ds la funzione e il ruolo che è bene che ricoprano. Ma, insisto, nell’interesse comune del centrosinistra, non nell’interesse di parte dei Ds».

Secondo D’Alema i Ds dovranno decidere come disporre le proprie forze tra governo e partito.
«È una discussione che verrà fatta nei prossimi giorni, che dovrà essere affrontata in primo luogo dal segretario e dal presidente del partito e che coinvolgerà il gruppo dirigente».

Andate verso l’apertura della fase congressuale?
«Che noi dovremo avviare la fase congressuale non è un problema che nasce dalla necessità di dislocare nel modo migliore le forze. È un appuntamento previsto, tanto più alla luce del fatto che si apre e si accelera il percorso della costituente di un nuovo soggetto politico».

Bertinotti vedrebbe bene al Quirinale un ex-Pci, come riconoscimento della cultura comunista. Che ne pensa?
«Penso che c’è stata già abbastanza confusione in questi giorni a proposito della partita delle presidenze delle Camere. La situazione è stata risolta grazie al gesto di D’Alema e al senso di responsabilità dei Ds, e non c’è bisogno adesso di aprire una nuova pagina in modo improprio con singole dichiarazioni. Sull’elezione del capo dello Stato abbiamo detto che va riproposto il metodo che condusse all’elezione di Ciampi nel ‘99, quello cioè di cercare un’intesa più ampia della sola maggioranza. Quando si arriverà al dunque, si vedrà come procedere».

La preoccupa l’elezione del presidente del Senato?
«È chiaro che una maggioranza di pochissimi senatori pone dei problemi. Penso che quella di Marini sia un’ottima candidatura, autorevole, seria, che l’Unione dovrà votare compattamente. Anche perché non voglio neanche immaginare che la legislatura possa prendere le mosse con un incidente di percorso di questa natura».

Mastella dice però che l’Unione sbaglia a non sostenere Andreotti.
«Mastella ha affrontato il lungo travaglio dell’opposizione per cinque anni con coerenza. Mi auguro che l’Unione nel suo complesso, compreso l’Udeur, voti per il candidato del centrosinistra. Noi dobbiamo dare un segnale immediato ai 19 milioni di elettori che ci hanno votato e anche a quelli che non ci hanno votato. E il primo messaggio fondamentale da mandare a questi elettori è che noi siamo consapevoli della difficoltà ma anche della responsabilità che ci deriva dal voto. L’ultima cosa che faremo sarà dividerci. Fin dal primo giorno dovremo mostrare nei fatti che quella che ha vinto le elezioni è una coalizione solida e in grado di governare».

Il portavoce di Berlusconi dice che quella di Prodi sarà una parentesi.
«Sarà una parentesi molto lunga».



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I laici e il rischio del voto disgiunto

Pubblicato il 22 marzo 2006Non assegnata

Questa mattina su la Repubblica Miriam Mafai torna ad affrontare il tema della lacità e lo fa con argomenti che riprendono, in parte, l'editoriale di Emanuele Macaluso sul Il Riformista di ieri e la mia successiva risposta. Mi sembra una discussione interessante destinata a proseguire ben oltre il 9 aprile.

"Da qualche settimana una nuova preoccupazione turba i dirigenti dei DS, la preoccupazione di un “voto disgiunto”, la eventualità cioè che la lista unitaria Ds-Margherita che si presenta alla Camera sotto il simbolo dell’Ulivo raccolga un numero di voto inferiore a quello che raccoglieranno al Senato, i due partiti che ne fanno parte e che a Palazzo Madama si presentano separatamente. I sondaggi in realtà non giustificano questa preoccupazione. L’ultimo, che il nostro giornale ha pubblicato lunedì, assegna il 33,4% dei voti alla lista dell’Ulivo alla Camera e, al Senato il 20,5% dei voti ai Ds e il 12,8% alla Margherita. Fatta la somma, i conti tornano perfettamente. E la Rosa nel Pugno, che alla Camera, in nome della difesa della laicità si candida raccogliere voti di elettori di sinistra, resta, secondo gli stessi sondaggi, ferma al palo del 2,3%.
E’ curioso. I sondaggi non registrano il fenomeno. Eppure la preoccupazione c’è. E’ stato per primo Gianni Cuperlo della segreteria dei Ds a gettare l’allarme quando martedì scorso, di fronte alla assemblea dei segretari di federazione, ha parlato di un «elettorato di opinione, colto e socialmente benestante, concentrato in gran parte al centro e al Nord che, in polemica con alcune posizioni assunte dal leader della Margherita, potrebbe scegliere di votare in modo distinto tra la Camera, dove ci presentiamo con la Lista dell’Ulivo, e il Senato». E’ ragionevole. E’ possibile. E se questa disaffezione ha origine, come dice lo stesso Cuperlo, dalle posizioni assunte da Rutelli su argomenti che attengono al tema della laicità e della difesa dei diritti civili, allora questa fetta di elettorato «colto e socialmente benestante» dovrebbe orientarsi a votare, alla Camera, Per Emma Bonino e la Rosa nel Pugno.
E’ curioso. I sondaggi non registrano questo spostamento. Ma i vertici dei Ds, che hanno probabilmente altri strumenti di indagine e di rilevazione degli orientamenti del loro elettorato, ne sembrano seriamente preoccupati. Sentiamo cosa ha detto, nella stessa riunione dei segretari di federazione, Marina Sereni, della segreteria dei Ds: «Non possiamo lasciare il tema della laicità e la difesa dei diritti civili a formazioni minori. Dobbiamo caratterizzarci sempre più noi come come una forza capace di interpretare la spinta alla laicità dello Stato in maniera moderna dentro un impianto che scommette sulle libertà individuali e sulle possibilità di far convivere nel nostro Paese più scelte etiche e più culture». Dando seguito a questo impegno, i Ds hanno convocato, nelle ultime domeniche di campagna elettorale, una serie di importanti manifestazioni pubbliche intitolate proprio alla difesa della laicità.
Sarebbe bene che in questa occasione, i dirigenti (e le dirigenti) dei Ds prendessero impegni precisi per quello che si riferisce alla futura attività di governo. Un esempio per tutti: Silvia Binetti, che ha lasciato la presidenza del Comitato Scienza e Vita per presentarsi con la Margherita, ha dichiarato ieri che «i tempi non sono maturi» per l’abrogazione della legge sull’aborto. Una posizione assolutamente rispettabile. Sappiamo che non è questa la posizione dei Ds. Ma, dentro l’Ulivo (e l’eventuale futuro Partito Democratico), quale sarà il punto di conciliazione o di compromesso tra queste due diverse, opposte posizioni? Nel programma dell’Unione non si fa parola di una eventuale modifica dell’attuale legge sulla fecondazione assistita. C’è, tuttavia qualche parlamentare dei Ds o del centrosinistra che intende impegnarsi, nel futuro parlamento, in questa battaglia? E ancora, quale sarà la posizione del futuro ministro della Salute a proposito della introduzione della pillola RU184? La “propulsione” con la quale il cardinal Ruini si è rivolto lunedì agli elettori è stata accolta, dagli esponenti del centrosinistra, con qualcosa che assomiglia a un sospiro di sollievo. E si spiega. Il presidente della Cei infatti ha invitato ad «abbassare il libvello della polemica elettorale», ha sottolineato «la mancanza di crescita della nostra economia e l’incremento del debito pubblico», ha chiesto «un impegno forte e condiviso per attenuare gli squilibri che affliggono da gran tempo il nostro paese». Su problemi e temi di carattere economico, sociale, anche di politica internazionale la discussione è aperta, anche a soluzioni e proposte che fanno parte del tradizionale patrimonio della sinistra (giustizia, pace, superamento delle disuguaglianze). Ma quando si passi a quelli che vengono chiamati temi «eticamente sensibili», allora il tono del cardinal Ruini cambia. Aborto, eutanasia, difesa dell’embrione, famiglia monogamica, Pacs, sono argomenti sui quali non sarebbe lecito legiferare. Su questi, l’ultima e definitiva parola spetterebbe alla Chiesa.
Uno scambio che nessuna forza politica può accettare. Anche se nessuna forza politica può immaginare di imporre, nel Parlamento che uscirà dalle elezioni del 9 aprile, una sua scelta. La politica è sempre un fatto di mediazioni e ricerca di accordi e di queste mediazioni non sono prevedibili oggi: dipenderanno, come inevitabile, dal consenso che ognuno dei partiti in gara saprà conquistarsi tra gli elettori, anche sui problemi che si definiscono “eticamente sesnsibili”.



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Votare rosa alla camera è tradimento?

Pubblicato il 21 marzo 2006Non assegnata

Per la rassegna stampa di oggi segnalo l'articolo di Emanuele Macaluso sulla prima pagina del Riformista:

"La settimana scorsa, in una riunione dei segretari di federazione Ds, in cui si discuteva l’andamento della campagna elettorale, Gianni Cuperlo ha detto: «c’è un elettorato di opinione, colto e socialmente benestante, concentrato in gran parte al Centro e al Nord, che, in polemica con alcune posizioni assunte dal leader della Margherita, potrebbe scegliere di votare in modo distinto, tra la Camera, dove ci presentiamo con la lista dell’Ulivo, e il Senato ». Le posizioni del leader della Margherita cui allude Cuperlo sono quelle che attengono ai temi “eticamente sensibili”, e non sono certamente un dettaglio, ma fanno parte dei processi di modernizzazione che investono le società in tutti i paesi europei. E sono parte integrante dei programmi e dell’opera di governo di tutti i partiti socialisti. Temi che toccano non solo l’elettorato «colto e benestante» del centro-nord. Questa visione riduttiva fa parte del bagaglio culturale del Pci, smentito dalle travolgenti vittorie referendarie sul divorzio e l’aborto nel Sud e nelle zone «meno colte e più povere». Il Pci però fu pronto, in quelle occasioni, a impegnarsi in quelle fasce sociali e nel Sud con tutte le sue forze, e a coniugare la questione sociale con quella dei diritti individuali. Se i dirigenti Ds - nel corso della campagna elettorale - rinunciano a parlare di tali argomenti per garantire non già l’Unione, che nessuno mette in discussione, ma l’unità della lista dell’Ulivo, pongono un problema agli elettori colti e non colti, benestanti o meno, sensibili ai temi “eticamente sensibili”. "



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