SCUSATE IL RITARDO.
Pubblicato il 27 febbraio 2009Non assegnata
Dunque, a parte le dimissioni di Veltroni, l’elezione di Franceschini, l’annuncio di Obama che tasserà i redditi sopra una certa soglia per offrire un’assistenza sanitaria pubblica a tutti, la legge delega del governo per vincoli maggiori negli scioperi dei servizi pubblici, l’incriminazione di Beppino Englaro da parte della procura di Udine e la conferma delle “ronde” nel pacchetto sicurezza, dicevo a parte questo la settimana è scivolata liscia come l’olio.
Ora, dovendo graduare il rilievo dei fatti, mi verrebbe da dire che il presidente americano ha preso il toro per le corna. Chi pensava di avere davanti un prodotto confezionato ha compreso che l’uomo è tutt’altro che frutto del marketing. E’ dotato di quel tanto di coraggio (o incoscienza) che può tornargli utile nella fase di avvio del mandato. Il messaggio è diretto. L’America (come l’Europa) affronta la crisi economica più devastante degli ultimi decenni con un linguaggio spiazzante se confrontato ai rituali della stagione trascorsa. Ruolo centrale degli Stati, redistribuzione delle risorse, sostegno pubblico alla domanda, misure anticicliche nazionali e non solo: è quasi paradossale che l’Italia (nel nostro splendido isolamento) appaia così estranea al contesto. C’è un “mondo morale” della destra economica e politica che frana come un castello di carte mentre qui da noi la destra prosegue imperterrita nel suo cammino. Limita le intercettazioni, recluta le ronde, viola la deontologia dei medici, scambia la clandestinità per un reato, e soprattutto non investe un euro su questa benedetta crisi (gli aiuti pubblici italiani, a differenza di quanto accade altrove, sono tutti coperti, vale dire che non sono interventi in deficit ma vengono compensati da aumenti di tasse o riduzione di spese). Come si dice, siamo degli straordinari “portoghesi”. Seguiamo lo sviluppo degli eventi. Aspettiamo che americani, tedeschi e francesi spendano le risorse (loro) per invertire il segno del declino. Nella convinzione che se il convoglio riparte noi saliremo sul vagone di coda con un saltello agile, come nei vecchi film in bianco e nero. Ma è difficile che le cose vadano così. Certo, i numeri fanno colpo. Il presidente Sarkozy ha stanziato per Renault e Peugeot una somma pari, più o meno, al capitale che il governo italiano ha stanziato da settembre a oggi per fronteggiate la crisi di famiglie e imprese. Quanto all’estensione degli ammortizzatori (i famosi 8 miliardi di euro) sono coperti come il resto delle misure dal Fas (il Fondo per le Aree Sottoutilizzate) e dunque sono risorse sottratte a politiche di investimento. Una quota parte poi deriva dal fondo sociale europeo col risultato che si tratta comunque di una cifra insufficiente. Almeno se teniamo conto delle indicazione del governatore Draghi, l’altro giorno a Milano: due milioni e mezzo di lavoratori a termine che resteranno senza assegno entro la fine dell’anno.
Ho accennato a ronde, medici che denunciano i clandestini e clandestini puniti per il solo fatto di esser tali. Riprendo il tema per un motivo che provo a riassumere. Tutto questo non avviene per caso. Come spiega benissimo Nadia Urbinati, da sempre, l’unica molla che spinge gli individui a rinunciare a una quota della loro libertà per consegnarla al potere, al governo, al Sovrano, è la paura. L’insicurezza per sé e per le persone care. Il risultato, non da oggi, è che più lo Stato ha bisogno di inasprire le norme che garantiscono la sicurezza dei cittadini, più dimostra la sua debolezza su quel fronte. Il punto è che quando una società, in nome della propria sicurezza, è disposta a rinunciare persino ai diritti fondamentali della persona, è inevitabile che si produca una profonda lacerazione – sociale e culturale – che quella società renderà ancora più insicura. (Obama lo sa benissimo e infatti tra le altre cose chiude Guantanamo). Per questa ragione, è sempre molto pericoloso usare la Paura sociale diffusa in una logica di parte. Perché se quella paura non incrocia lo Stato (che vuol dire leggi giuste, procedure efficaci, e poteri riconosciuti a partire dalle magistrature) lo sbocco può essere un potere arbitrario. Ma un potere arbitrario è l’esatto opposto di un governo sicuro.
Allora, compito della politica dovrebbe essere evitare un circolo vizioso dove la paura alimenta un bisogno di sicurezza che alimenta a sua volta la paura. Il nostro governo invece agisce proprio dentro questo solco. Risponde a una domanda di sicurezza e lo fa con leggi-manifesto (cioè con politiche di sicurezza). Ma evita di risolvere i conflitti che sono all’origine delle varie forme di delinquenza e criminalità (cioè evita di sviluppare delle politiche sociali)….come nella legge sulla violenza (dove la parte sulla prevenzione e sulla formazione è stata cassata). Insomma le politiche della sicurezza prendono il posto delle politiche sociali. E la conseguenza è grave: lo Stato torna alla funzione che aveva prima di diventare uno Stato sociale. Deve garantire l’ordine. O deve fingere di farlo, con annunci e minacce. Tutto il resto: giustizia sociale, uguaglianza, redistribuzione delle opportunità….scivola sullo sfondo. Non se ne parla neppure. Ma è su questo piano che il centrosinistra deve reagire, e con forza. Perché le ragioni della sua esistenza rischiano di essere archiviate, rimosse. E dove prima c’era una domanda di giustizia sociale…di diritti….resta solo una richiesta di ordine, in una deriva senza fine. E in una pericolosa assuefazione. Ho visto le immagini di un delirio razzista del vice sindaco leghista di Treviso. Dopo di lui sullo stesso palco sono saliti (e hanno parlato alla stessa platea) alcuni ministri della Repubblica. Ecco, se questo accade e nessuno protesta vuol dire che si è sfondata una barriera di tenuta del senso civico del Paese. Il che è parte della nostra difficoltà attuale. Aggiungo che quando parliamo del radicamento territoriale del Pd è anche di questo che si parla. Me ne sono reso conto domenica sera vedendo su Rai 3 la splendida inchiesta di Riccardo Iacona dedicata alla “caccia allo zingaro”. A un certo punto si parlava di Venezia e di un campo residenziale (casette in muratura e urbanizzazione dei servizi essenziali) per 160 sinti, cittadini italiani, residenti da anni a Venezia e che a Venezia lavorano e pagano le tasse. Lega, An e Forza Italia da mesi raccolgono firme contro il campo. Voglio cacciare i sinti fuori dal “loro” territorio. Il sindaco Cacciari replica dicendo cose sacrosante e battendosi con coraggio per affermare un principio giusto in sé prima ancora che di buon senso. Allora, uno seguiva il servizio e di colpo capiva – vedeva – cos’è il radicamento territoriale. E’ il fatto (banale? Sì, banale) che non può essere solo il sindaco coi suoi assessori a difendere quell’insediamento (che porterà equilibrio sociale, rispetto delle regole, bambini a scuola, integrazione…). A difendere e spiegare quella scelta dovrebbe esserci “la politica”. Il partito, quel senso di comunanza e identificazione in scelte (amministrative in questo caso) che riflettono la tua idea di città, di comunità, di civiltà. Tutto qui, anche se non è poco.
Infine, oggi ho rilasciato le mie impronte digitali per la nuova tessera di voto alla Camera. Funziona così. Adesso prima di votare ciascuno dovrà poggiare il polpastrello (non un qualunque polpastrello ma solo ed elusivamente il suo) su una specie di lettore ottico che abiliterà la postazione al voto elettronico. E’ un sistema molto serio e collaudato. E dovrebbe cancellare per sempre il malcostume dei pianisti. La procedura potrebbe allungare i tempi e questo non aiuterà. Pare che se anche con questo sistema le cose non dovessero funzionare (i furbi ci sono sempre) si procederà al sistema della doppia verifica. Ogni postazione verrà dotata di due buchette per le mani e il voto sarà valido solo se espresso contemporaneamente in entrambe le cassette. Mi hanno detto che un deputato (ex ingegnere meccanico in una grande azienda del Nord) ha avanzato anche l’ipotesi del controllo quadri-articolare. La procedura pare complicata ma non lo è. Per ciascun voto si debbono pigiare i tasti (separati) delle due buchette inserite nella postazione ma, allo scopo di evitare che il deputato si muova dal suo posto e col mento voti per il vicino, il voto è valido solo quando il piede destro comprime un tasto situato alla base della postazione mentre il piede sinistro aziona una sorta di finta frizione realizzando il gesto tecnico che in anni lontani rispondeva al nome di “doppietta” e serviva a scalare la marcia della 500 Fiat. Solo, e sottolineo solo, come extrema ratio (e dunque in caso di fallimento di ogni altro sistema di controllo incrociato) si adotterà la soluzione “a scomparsa”. Quando il deputato dovesse tentare di contraffare il voto di un o una collega, automaticamente viene ad aprirsi una botola in corrispondenza del reo che precipita nelle segrete della Camera dove è costretto a rimanere per l’intera durata della seduta. Sperò non ce ne sia mai bisogno.
Buone cose.
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giannicuperlo il 27/2/2009 alle 18:26 | |
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OGGI ALLA FIERA DI ROMA.
Pubblicato il 21 febbraio 2009Non assegnata
Ho passato la giornata alla Fiera di Roma. Si doveva scegliere tra le primarie e l’elezione di un segretario fino al Congresso. E’ prevalsa la seconda ipotesi e l’assemblea ha eletto a scrutinio segreto Dario Franceschini. Ho salutato tante persone (c’era Pina, la mia compagna di banco preferita). Ad un certo punto (come sempre intorno all’ora di pranzo) ho parlato anch’io e ho detto questo:
“Penso che a venir meno in questi giorni non è stata soltanto una leadership, con le sue responsabilità e anche i suoi meriti. A venire meno è stato l’impianto politico e culturale che ci ha guidati fino qui.
Quindi è una crisi del progetto quella che discutiamo oggi. Una crisi profonda del modo in cui lo abbiamo inteso e realizzato.
Penso che lo smarrimento di tante persone, fuori e dentro questa sala, si giustifica così. Nell’aver investito sentimenti e passioni in un Partito che sinora non ce l’ha fatta. In questo ha torto Veltroni a dire “io non ce l’ho fatta”.
La verità è che noi tutti, ognuno con le sue responsabilità, “non ce l’abbiamo fatta”. E oggi con una durezza imprevista, siamo messi di fronte ai limiti di questa operazione. A me pare giusto – e persino doveroso – muovere da qui. Mentre penso che rovesciare le colpe sulle divisioni, possa forse placare gli animi. Ma non risolve il problema.
Ora, dire che si è davanti a una crisi dell’impianto culturale che ci ha guidati non è solo elencare una serie di incertezze tattiche e di gestione. Che pure vi sono state. Come ci sono state, in questi mesi, altre scelte di segno diverso e positivo.
Ma la sostanza resta. E investe l’idea di partito che abbiamo posto a base di una nuova stagione del centrosinistra e della democrazia italiana. L’idea – a mio parere, sbagliata – che il nuovo Partito, per nascere, per vivere, per allargare il suo consenso, dovesse accantonare ogni possibile contrasto. Contrasto di valori, di soluzioni, di linguaggio.
Il risultato è che abbiamo progettato un’architettura complessa. Ma abbiamo confuso il disegno con la realtà. E soprattutto abbiamo rimosso un aspetto decisivo che riassumo così. Abbiamo allontanato da noi quei temi (la risposta sul “chi siamo” in Europa e nel mondo / la bioetica / le nuove libertà della Persona…) che nello stesso istante garantivano il successo di leadership innovative in altri paesi, anche più importanti del nostro.
Insomma abbiamo pensato a un modello di Partito senza tener conto del mondo.
Ci siamo innamorati di un’idea. Anche bella. Suggestiva. Ma slegata dalla realtà.
E’ accaduto così che un partito nato per uscire dalla crisi delle vecchie culture ha faticato a misurarsi con un mondo travolto dai mutamenti. Con un’economia e una democrazia diverse da prima e che chiedono a una cultura politica di spiegare che cos’è, con chi sta, per cosa si batte.
Ma questo richiede il coraggio delle parole. E la coerenza delle posizioni.
Chiede di dire, ad esempio, che le “ronde democratiche” sono un abuso intollerabile ma sono anche segno di uno sfondamento culturale e del fatto che da 15 anni non siamo capaci di indicare una risposta altrettanto forte allo slogan regressivo della “tolleranza zero”.
Chiede di dire che il compito dello Stato non è rinunciare alla sua vocazione sociale come vorrebbe questa destra. Uno Stato che militarizza il territorio e vigila sulle frontiere. Per noi lo Stato è ancora e soprattutto “giustizia sociale”, opportunità eguali per chi nasce nel cuore di Milano o in fondo alla Calabria.
Chiede di non collocare i temi dell’etica ai margini della politica, proprio mentre negli Stati Uniti un outsider batte la destra anche nel nome di una battaglia di progresso sulla frontiera dei diritti di civiltà.
Viene da dire, peccato per noi. Io però non penso che la sconfitta sia irrimediabile. Penso l’opposto.
Penso che la crisi sociale devastante che si consuma qui come altrove, insieme alle risorse umane straordinarie di questa nostra comunità, possano trasformare la sconfitta di oggi in una vittoria nel futuro. E in un futuro prossimo. Ma il requisito perché questo accada è nel cogliere la ragione della nostra sofferenza. Il punto è che noi non abbiamo sbagliato la scelta di un uomo. Noi abbiamo sbagliato una politica.
E allora, per uscire da questa crisi non possiamo agire in continuità con tutto ciò che si è fatto sinora. Perché se lo facessimo, non potremmo spiegare fuori da qui i motivi della nostra sconfitta. Noi dobbiamo modificare radicalmente una impostazione e un pensiero. Per questo abbiamo bisogno di un Congresso. Dove affrontare questa discussione. Dove modificare uno Statuto apprezzabile per l’ingegnosità ma estraneo alle cose terrene.
Si è deciso che non lo si può fare subito. Mancano gli iscritti. Mancano i tempi, e dobbiamo prepararci come è giusto al voto di giugno. Capisco.
Mi permetto soltanto di dire che il tema della discontinuità rimane. E che chi guiderà il Partito da questa sera, da domani, dovrà farsene carico. Altrimenti il rischio è di ricominciare tra una settimana come una settimana fa.
Ma questo sarebbe troppo anche per quanti – e sono tanti – continuano quasi con disperazione a credere che da questa crisi profonda si possa uscire.
Ecco perché vorrei sentire dal futuro Segretario che si avvia davvero una discussione politica. Seria. Serena. Dove se uno non è d’accordo e lo dice non gli si risponde che fa un danno a quelli che stanno perdendo il lavoro o che non sanno come arrivare a fine mese.
Vorrei sentire che tutti insieme lavoreremo per dare un senso al progetto di un grande Partito Democratico. Che significa tornare a scegliere. E a dire con chiarezza poche cose. Da subito.
Per esempio che nella complicata discussione sul testamento biologico, noi non difendiamo un punto di vista “etico”. Ma difendiamo un principio “liberale”, che è una cosa diversa. Ma non è una differenza da poco.
Vuol dire che di là ci sono i paladini di una “verità”. Di qua, i difensori di una “regola” e dell’unica clausola possibile della “convivenza” tra etiche diverse. E allora va benissimo la libertà di coscienza. Ma un partito come il nostro non può – proprio non può – accettare che una legge dello Stato sottragga anche ad un solo cittadino la sua libertà a decidere del proprio corpo e della propria dignità.
Non c’entrano in questo l’etica o la fede. C’entrano lo stato di diritto. L’idea che abbiamo della democrazia. Della libertà. Della responsabilità di ciascuno di noi. Temi non “nuovi”, Dario, ma “antichi”. E che chiedono a un partito come il nostro l’espressione di una linea chiara.
Il punto è che un Partito che fa della “democrazia” l’ispirazione della sua identità non può consentire a una concezione “etica” o di parte di prevalere sul principio universale dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alle leggi dello Stato.
Ecco perché è grave l’astensione della nostra capogruppo nella commissione sanità del Senato sul disegno di legge del governo in materia di fine vita. Il punto non è la libertà di coscienza – la coscienza – che è cosa sacra. Il punto è la tua, la nostra identità. E’ il cosa siamo. Il come veniamo percepiti, nel momento in cui si consuma quello strappo, da milioni di persone che guardano a noi con fiducia e convinzione.
E’ solo un esempio. Ma serve a dire che ogni discussione sul futuro, ogni appello al rinnovamento, ogni legittima ambizione dei singoli non dovrebbe mai più essere slegata da una chiarezza di fondo su scelte e contenuti.
Le sole cose - scelte e contenuti - che trasformano la politica da esercizio della tecnica in una appassionante battaglia delle idee. In una tensione costante e infinita per allargare libertà, diritti sociali, l’uguaglianza nelle opportunità. Quei valori che fanno della nostra scelta il tentativo coerente di far vivere oggi e nel futuro quella denominazione, quell’ambizione che ci ha portati a essere in questo Paese il Partito Democratico.”
Buone cose
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giannicuperlo il 21/2/2009 alle 21:28 | |
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UN FLASH.
Pubblicato il 17 febbraio 2009Non assegnata
Non scrivo nulla che non avete già sentito o letto. La sconfitta è arrivata nelle dimensioni che sapete. Tutti speravamo in una tenuta diversa. Soru è una personalità di valore. Ha governato la regione con rigore. Ha compiuto scelte difficili e non sempre condivise dalla sua stessa maggioranza. Ha fatto una campagna elettorale generosa. Ha raccolto un consenso personale superiore ai voti della coalizione. Ma ha perso. Ha perso contro il centrodestra e contro Berlusconi che da oggi è ancora di più il dominus incontrastato del suo campo. Giannini scrive stamane su Repubblica, “il padrone dell’Italia”. Non lo so. Questo è un paese strano. Che i padroni se li sceglie e li congeda con relativa semplicità. Resta che la stella del capo del governo brilla. Da molti anni oramai. E oggi più di ieri. Sul Pd si addensano tutte le nubi che il cielo è in grado di ospitare. La direttrice de l’Unità ha scritto due colonne di fuoco. Contro tutto e tutti. Contro gli oligarchi che distruggono la casa anziché costruirla. Contro l’ottusità di una classe dirigente che non vede dove la stia portando un’ansia di potere e di lotta intestina senza sbocco. Scrive la Direttrice che l’ultimo segnale di svolta, di salvezza, viene da Firenze dove Matteo Renzi ha vinto le primarie per la carica di sindaco. Sarà. Resto convinto di una piccola verità. Se stiamo così non è perché abbiamo discusso troppo. Non è perché ci dividiamo troppo. Casomai è per la ragione opposta. Perché da anni abbiamo perduto la capacità di discutere. Di osservare il mondo e trarne le conseguenze. Se stiamo così non è perché qualcuno, per malizia o cattiveria, boicotta le scelte della maggioranza. Casomai è vero l’opposto. Stiamo così perché fatichiamo a scegliere. E spesso di fronte agli ostacoli (dio solo sa quanti se ne trovano se ci si misura con la contemporaneità) noi scartiamo di lato. Li aggiriamo. Ma non sempre, anzi quasi mai, è una tecnica risolutiva. Perché poi te li ritrovi davanti. E più alti di prima. Sapete cosa mi colpisce di questi commenti (quelli su Firenze, sul voto sardo)? Il ricondurre ogni cosa alle persone. Al profilo e alla biografia delle persone. Che conta molto. Moltissimo. Ma è come se lasciassimo sempre sul fondo le ragioni. Le cause. Le idee. Perdiamo voti perché stiamo sulle scatole al prossimo? Perché….le stesse facce….gli stessi riti….come si è detto a Firenze? Può darsi. Ma non viene il dubbio che perdiamo voti anche per l’abitudine delle persone a riversare fiducia e passione dove ci si riconosce? Dove in qualche misura ci si identifica? Non nego che le due cose (l’ostilità per tutto ciò che è noto e l’indeterminatezza dell’offerta) si intreccino. Magari sino a fondersi. Ma non è una buona ragione, credo, per concentrarsi solo sul primo dei due fattori. Perché se continuiamo a rimuovere l’altro (che poi sarebbe il Pd con tutto il suo portato di ambizioni rimosse) difficilmente usciremo dal buio. Quel buio fitto nel quale ci troviamo. E che consiglierebbe di muoversi con cautela, tastando il muro, in cerca dell’interruttore. Perché quella a me pare la priorità. Riaccendere la luce.
Buone cose
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giannicuperlo il 17/2/2009 alle 12:22 | |
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OSPITALITA' A UN MAESTRO.
Pubblicato il 13 febbraio 2009Non assegnata
Settimana intensa. Ed è dir poco. Ieri sono arrivato (in ritardo) alla manifestazione di Piazza Santi Apostoli, ma sono contento che si sia tenuta. Oggi lo sciopero di metalmeccanici e dipendenti pubblici della Cgil può segnare un passaggio importante. Per quel che vale ho aderito con convinzione. Ho letto i (molti) vostri commenti sull’avvicendamento tra Ignazio Marino e Dorina Bianchi alla guida del gruppo in commissione sanità al Senato. Era una decisione prevista da almeno un paio di mesi ma penso anch’io (al pari di parecchi di voi) che la tempistica sia stata assai poco opportuna. Per motivi talmente ovvii da apparire scontati. Comunque stamane Miriam Mafai ha scritto un bell’articolo su Repubblica. Vi segnalo anche gli interventi di Vito Mancuso (sempre su Repubblica), di Barbara Pollastrini (sul Riformista di oggi) e di Franco Monaco (sul Riformista di ieri). Penso che la nostra opposizione alla legge del governo sul testamento biologico dovrà essere ferma. Fuori e dentro il Parlamento. E credo che si debba far sentire la voce ragionata di molti. Anche con un’iniziativa mirata da prevedere nei prossimi giorni.
Qualche giorno fa Alfredo Reichlin mi ha fatto leggere il contributo che ha scritto in vista della Conferenza programmatica del Pd. E mi ha chiesto di pubblicarlo sul blog (anche per favorirne la circolazione). E' una cosa che faccio molto volentieri. Non è un testo breve, ma viviamo un tempo segnato come pochi altri dal mito della brevità. Il che non sempre è sinonimo di qualità e rigore. Comunque la pensiate sarà, credo, una lettura stimolante. Almeno per me lo è stata. I vostri commenti potete, come sempre, indirizzarli qui. Oppure, se lo ritenete, direttamente sul blog di Alfredo.
Buone cose
Un contributo alla Conferenza Programmatica
Le note che seguono non vogliono esprimere un giudizio sulla piattaforma della prossima conferenza programmatica che ancora non si conosce. Muovono da un’altra preoccupazione. Rendere più chiaro il problema di fondo che, a mio parere dobbiamo affrontare se vogliamo che le forze di progresso italiane riprendano l’iniziativa evitando di disperdersi in una lotta cieca, senza sbocco, molto pericolosa. Bisogna uscire da questo stato di atonia e di spaesamento che c’è in una parte non so quanto larga della nostra base e che è ben visibile nel distacco dei lavoratori dalla politica. Ma non insisto su questi fenomeni. Sono assillato dal problema non risolto di come quel confronto più aperto sul futuro del PD che è necessario possa svilupparsi senza alimentare una litigiosità che c’è a tutti i livelli e che pesa molto in una situazione come quella attuale in cui è molto forte, perfino drammatico, il bisogno di un impegno comune unitario. E ciò anche per la ragione che non possiamo fallire dato che non ci sono più i luoghi dove tornare indietro. Non solo noi ma il paese rischierebbe il marasma. D’altra parte (e qui sta il grande nodo che una conferenza programmatica potrebbe aiutare a sciogliere) il futuro del P.D. diventerebbe altrettanto problematico se non si affermasse la consapevolezza che alla base dei contrasti e delle rivalità personali, c’è anche il fatto che noi non abbiamo ancora risolto quel problema di cui più volte ci ha parlato Pietro Scoppola. Il fatto cioè che il paese non ha bisogno di un altro partito ma di un partito veramente nuovo intendendo con ciò la necessità di dare finalmente all’Italia un soggetto politico e un orientamento ideale sulla cui base riorganizzare una corrente democratica larga, cioè un movimento reale in grado di fare i conti ben più che con l’on. Berlusconi; di farli, finalmente, con quella che è stata (e ancora è) una sconfitta delle forze progressiste (non solo di sinistra) di lungo periodo, una sconfitta politica ma anche culturale, distruttiva di molti legami sociali e nazionali.
Sto parlando, in sostanza, di quella lunga fase storica la quale ha visto un vero e proprio passaggio di egemonia da sinistra verso destra. E che spiega certi degradi anche morali. Dopotutto è per questo che il risultato delle elezioni di aprile, pur accettabile per i voti del P.D. turbò tanto il partito. Emergeva la forza di una nuova destra anche nel sentire di massa, nel senso comune come dopo l’avvento della Repubblica non si era mai vista. Ed è di questo che si voleva discutere,cioè dell’agenda più di fondo del paese che del resto aveva già trovato una consapevolezza nel discorso del Lingotto. E questa agenda resta, con in più (per fortuna) la grande novità della crisi mondiale e della vittoria di Obama. Dunque, aveva ragione Scoppola: è questo passaggio storico la conferma che non di un altro partito, sia pure con caratteri in parte nuovi ha bisogno questa Italia in declino,ma di una forza realmente capace di rispondere alle domande inedite del mondo di oggi. Non sarà facile. Ho visto che un uomo tra i più intelligenti come Paolo Gentiloni ripropone il dilemma se andare avanti con il PD “a vocazione maggioritaria”oppure tornare al passato, quello che lui chiama “il vecchio recinto della sinistra”. Egli ne vuole uscire. Fa benissimo. Ma è triste il fatto che siamo ancora a queste polemiche. Non si riconosce nemmeno che la sinistra da un pezzo è uscita dai suoi confini e lo ha fatto, non per coprirsi il capo di cenere ma perché sa di non essere in grado lei, da sola, di federare una maggioranza riformista (ma la si rispetti questa sinistra che dopotutto, come i voti dicono rappresenta il solco più profondo della storia del popolo nostro).
Mi scuso con Gentiloni ma se gli rispondo è perché mi sembra davvero giunto il momento di capire che la condizione per costruire un partito “a vocazione maggioritaria” è che tutti noi (i socialisti come gli ex margherita e gli ex popolari) ci impegniamo nella elaborazione di una nuova sintesi. E nuovo --mi permetta Gentiloni- anche rispetto al “pensiero unico” di questi anni che non coincideva esattamente col pensiero della sinistra. Cerchiamo quindi di elaborare nuove idee e far vivere nuove pensieri. Le elezioni americane ci danno la dimensione del problema. Proviamo solo a misurare la distanza che c’è tra la miseranda volgarità del discorso pubblico italiano e l’inconcludenza della nostra chiacchiera politica rispetto al modo come il nuovo presidente degli Stati Uniti ha indicato l’agenda politica non solo del suo paese ma del mondo. Balzava agli occhi la forza con cui Obama ha indicato la necessità di una svolta anche etico-politica che si basasse su un rapporto diverso e più democratico tra le diverse componenti del suo popolo (bianchi e neri, ricchi e poveri) e lo Stato-nazione. E insieme a questa idea forte le altre due grandi novità: la questione sociale e quindi la necessità di una redistribuzione del reddito e della ricchezza; la mano tesa agli altri popoli e alle altre religioni in nome della consapevolezza di un comune destino. E’ stato un vero e proprio appello a rimescolare le carte. Naturalmente, la possibilità che alla prova dei fatti il nuovo leader americano potrebbe deludere, esiste. Ma questo non significa che le cose resteranno come prima: è il terreno di gioco che è cambiato. Con la conseguenza che molte delle idee e delle culture riformiste che caratterizzano il P.D. appaiono spiazzate. Penso alla illusione mai dichiarata (ma esistente) di fare del P.D. una riedizione della socialdemocrazia con appendici cattoliche. Oppure alla idea secondo la quale il modello per il PD doveva essere quello di un partito all’americana, inteso come un partito del leader, sostanzialmente elettorale, senza reale vita di base organizzata (non per caso qualcuno non voleva nemmeno il tesseramento) e che fonda la sua legittimità sul consenso di tipo plebiscitario dei sostenitori non dei militanti. Per non parlare dell’anacronismo della corrente cosidetta “liberal” (il fondamentalismo di mercato come misura di tutte le cose) che nei DS non superava il 3 per cento dei consensi ma che nel P.D. occupa ancora le posizioni chiave, nonostante sia stata smentita clamorosamente dai fatti. Bisogna uscire da questo battibecco, bisogna elaborare una nuova sintesi.
E allora comincio io col dire che le maggiori responsabilità pesano sulla componente che viene dalla sinistra. Era largamente maggioritaria ma è andata alla unificazione priva di ogni ideologia (intesa non come falsa coscienza ma come sistema di idee) e senza fare fino in fondo i conti con se stessa. Cioè con le ragioni più profonde della sua crisi. E questo io lo dico non per rimestare l’acqua nel mortaio del passato né perché ignori certi successi (l’Euro, il governo, i sindaci) ma perché sia chiaro come la novità di questo passaggio storico rimette in discussione questo autentico “silenzio dei comunisti”. Del resto soltanto oggi e nel momento in cui essa è venuta meno noi ci rendiamo conto di quale concreta architettura del mondo si era venuta formando da molti anni più o meno del tornante degli anni ’70. Di questa costruzione la sinistra non si è mai resa ben conto e ciò spiega, io credo il carattere non episodico della sua crisi. Ma anche i cattolici democratici dovrebbero sapere che pure di loro si sta parlando. La verità è che le forze progressiste uscite vittoriose dal fascismo e protagoniste della costruzione dell’Italia democratica non sono state in grado di misurarsi con l’avvento di una forma nuova e inedita del capitalismo globalizzato, il quale riduceva la politica a strumento subalterno dell’economia, come mai era accaduto prima, almeno dalla nascita dello Stato moderno. E’ vero che alla base c’è stato, con tutto il suo carico di fattori drammatici e di sanguinose utopie (oltre che di grandiose speranze) il crollo del comunismo. Ma tutto ciò fu interpretato come “fine della storia”, volendo dire con ciò fine delle alternative, non solo possibili ma pensabili: il mercato governa, i tecnici amministrano, i politici vanno in TV. E quindi di che si occupano i partiti se non del sottogoverno? Scherzo, ma è evidente che il riformismo debole e subalterno rispetto al pensiero dominante di questi anni non poteva che spingere la sinistra ai margini dei nuovi conflitti che si creavano.
Se le cose stanno così la sostanza del programma dovrebbe consistere, a mio parere, nell’indicare dove si colloca adesso il partito democratico. Quale visione ha delle nuove sfide e se è in grado di elaborare una cultura politica nuova: nuova in quanto liberata da vecchi schemi del passato e in grado di misurarsi con un passaggio storico, che forse è il più grandioso e il più profondo che il mondo ricordi. Parliamo tanto di partiti nuovi ma non so se poi ci rendiamo conto del fatto che è venuto in discussione non solo un modello economico, ma un vero e proprio “ordine”, quella “rivoluzione conservatrice” che venne dopo la fine del compromesso tra il capitalismo e la democrazia, cioè della stagione che aveva consentito le grandi conquiste del dopoguerra. E dico rivoluzione e non restaurazione conservatrice perché essa ricavava la sua potenza dal fatto che poteva far leva su fenomeni nuovi e grandiosi. L’esplosione di una nuova rivoluzione tecnico-scientifica (dopo quella d’inizio secolo dell’elettricità e dell’automobile) che superava le vecchie frontiere dello spazio, del tempo e della natura (il digitale, l’informazione, le bio-scienze). E tutto ciò nel quadro anch’esso di portata storica determinato dal declino (e poi dal crollo) dall’URSS e dell’affermarsi di una “superpotenza” senza rivali e senza precedenti nella storia moderna, paragonabile solo alla Roma di Augusto. Risultato: una enorme concentrazione di potere economico, militare, scientifico, ideologico, mai visto. Ed è quel potere che assumeva la guida di quell’altro grandioso fenomeno in atto che era la mondializzazione: nuovi mercati, e avvento di nuove potenze. Detto in due parole: l’Occidente (questo straordinario miscuglio di Smith e Marx) finiva di comandare. Si comincia allora a capire la profondità della crisi certamente delle sinistre ma non solo di esse. Alla coscienza cattolica questa vicenda non interessa? Non si dirige un grande partito facendo solo delle polemiche su chi comanda. Tutti ci riempiamo la bocca con la mondializzazione ma il problema era capire con quali strumenti essa è stata guidata. Non ripeto qui come è avvenuta la finanziarizzazione dell’economia. Dico solo che, di fatto, gli Stati nazionali cedevano il comando per ciò che riguarda l’essenziale, cioè la politica monetaria e la capacità di influire in modo decisivo sulla allocazione dei capitali.
Tutti gli Stati, meno uno: gli Stati Uniti d’America, cioè il paese che deteneva il dollaro, la moneta che, di fatto, misurava il valore degli scambi mondiali. E’ così che gli Stati Uniti hanno potuto attirare qualcosa come l’80 per cento del risparmio mondiale ed è in questo modo che hanno finanziato in deficit i loro grandi investimenti anche militari e il loro modo di vivere. Altro che modello da imitare. Il paese più ricco del mondo viveva a credito saccheggiando il risparmio del mondo perchè in realtà era il solo che poteva farlo. Noi facevamo il “partito dei sindaci”, senza più alcuna idea che non fosse la politica del giorno dopo mentre una folta schiera di intellettuali anche di sinistra si incaricava di inneggiare alla missione storica del “Paese di Dio” contro i nemici della civiltà. Per fortuna la globalizzazione è stata anche altro (non dimentichiamolo). Ha rappresentato, anche grazie ai nuovi flussi finanziari e all’allargamento dei mercati una leva potente per spezzare in molte zone del mondo antichi limiti allo sviluppo. In venti anni qualcosa come un miliardo di esseri umani è entrato nel circuito della produzione dei consumi e dell’informazione. Ed è anche vero che tutto questo è figlio di una grande ondata di innovazioni il cui centro era collocato proprio nelle Università e nei centri di ricerca degli Stati Uniti. Che strano mercato: mai politica ed economia si sono così confuse.
La conseguenza è che una gigantesca ondata di danaro, che non rendeva conto a nessuno e non aveva rapporto con la produzione reale, ha percorso il mondo arricchendo enormemente una ristretta oligarchia ma creando al tempo stesso nuove povertà. Una parte dei ceti medi, spinta a consumare a credito nella illusione che il denaro si faceva giocando col denaro, è stata declassata. Il lavoro salariato è stato reso più povero e più precario, e anche questo nel silenzio di molti esperti nell’inventare nuovi strumenti di flessibilità dei mercati del lavoro ma indifferenti alla macroscopica realtà della trasformazione del lavoro non solo in merce ma in merce da scarto. Mi scuso per questo rigurgito di classismo. Però non si tratta del vecchio classismo degli straccioni se è vero che i top manager guadagnavano anche 100 volte più dei professori universitari di ingegneria o di filosofia morale. Perché tanta parte del mondo progressista ha chiamato tutto questo “riformismo”? In effetti le conseguenze politiche di questo “riformismo” sono state enormi. Si è creato un divario crescente tra la potenza delle forze che controllano i centri del potere (dalle reti dell’economia finanziaria agli strumenti che diffondono le conoscenze, i modi di pensare e l’informazione) e la debolezza dei vecchi ordinamenti, tale ormai da rendere sempre più incerta la difesa della democrazia e dei diritti e sempre più insicura l’esistenza delle persone, il lavoro, i progetti di vita e al tempo stesso le identità, le culture, le religioni. Che tipo di società umana si sta formando? La domanda più importante a me sembra questa. E io credo che solo a partire da questo fondamentale interrogativo una forza come il Partito democratico può apparire alla gente per quello che gli italiani attendono che sia: una chiara alternativa democratica e morale alla destra. E solo così può riuscire ad essere l’incontro di culture diverse capaci di leggere il mondo con categorie nuove rispetto anche a quelle classiste. Si sta creando, e con quali caratteri, una nuova “questione sociale”, e ciò non solo come rapporto tra ricchi e poveri ma come bisogno crescente di un nuovo posto della persona e della sua sostanza umana, e quindi della sua libertà e capacità nel divenire del mondo. E’ qui che io vedo la risposta in positivo a quell’”amalgama mal riuscito” di cui ha parlato D’Alema. Qui sta il nuovo punto di incontro tra valori socialisti, cattolici e liberla-democratici. Dopotutto è questo il vero banco di prova del Partito democratico. Sarebbe una grande sciocchezza se gli ex popolari pensassero che per far valere il loro potere contrattuale verso gli ex comunisti essi devono arroccarsi su una linea moderata.
E’ vero il contrario. Il PD non va da nessuna parte se le maggiori componenti non si accordano sul fare di esso lo strumento capace di misurarsi con i nuovi problemi anche spirituali, anche antropologici della moderna umanità. Che cosa rischia di essere il futuro dell’umanità? Basta porsi questa domanda per capire che è tempo di restituire al pensiero e alla missione politica del riformismo il suo oggetto vero, che è la critica delle forze dominanti come si sono affermate in conseguenza di questa grande mutazione dello stesso capitalismo. Certo, non sarà una impresa facile ma qui sta il nostro compito. Esso non è eludibile. La questione che si pone è la stessa del dopo la crisi del ’29: cioè quali partiti e soprattutto quale democrazia usciranno da questa crisi. La risposta non è affatto ovvia. Un frenetico consumismo a debito alimentato da una martellante pubblicità e dal denaro a costo zero ha fatto finora da volano alla crescita economica. Che cosa lo sostituirà? E chi sostituirà le grandi banche d’affari nel governo dei flussi finanziari?
Il programma economico del PD non può non partire che da questi interrogativi. Un personaggio come Joseph Stigliz ci dice una cosa su cui conviene riflettere molto. Sostiene che, dal momento che non regge più un capitalismo come quello che abbiamo conosciuto finora, basato per quattro quinti sui consumi la sola alternativa a un protezionismo disastroso sarà egli –dice- un capitalismo basato sugli investimenti e su una redistribuzione della ricchezza mondiale e, all’interno dei vari paesi, della ricchezza tra i vari ceti sociali. Perché solo la redistribuzione potrà rimettere in moto la produzione e i pistoni del motore economico. Per non parlare della necessità di cambiare un modello di sviluppo che ci sta portando a una catastrofe ambientale. Se questo è vero, significa che è nelle cose il bisogno di qualcuno in grado di rappresentare quella che sarà una nuova base sociale, una base che sarà molto diversa dall’attuale: una società che esprimerà bisogni umani più che consumi superflui indotti dalla pubblicità. E quindi domanderà nuovi beni, e quindi una redistribuzione della ricchezza. Questo è il tema del nuovo riformismo. Sarà imposto dalle cose. E se non lo assumerà il P.D. altri prenderanno il suo posto e allora non basterà mettere in campo la faccia di un nuovo sindaco o di un nuovo imprenditore. Abbiamo un bisogno vitale di un partito vero. Un partito fortemente insediato nella società se è vero che il problema dominante è come evitare il rischio che il paese si disarticoli.
Non si tratta solo del fatto che la distanza fra Nord e Sud sta diventando abissale. E’ l’attrezzatura complessiva dell’Italia (la cosidetta competitività totale dei fattori) che perde colpi in rapporto ai paesi più moderni. Questo è il dato. E’ il capitale sociale, fisico ed umano, dell’Italia che si sta impoverendo. Sembriamo ricchi perché una società di vecchi ha difeso corporativismi, rendite e privilegi ponendo sulle spalle delle nuove generazioni il pagamento di un debito immenso (il terzo del mondo) che si è accumulato per fare soldi e non per costruire scuole, laboratori scientifici, servizi moderni, ferrovie veloci, interventi per salvaguardare l’ambiente e valorizzare la cultura e la bellezza del paese. E’ il potenziale produttivo (ivi compreso l’insieme delle conoscenze) che è stato colpito e in ciò sta la verità della protesta di un certo mondo dell’imprenditoria. Sono quindi le forze produttive moderne, il lavoro come l’impresa, come l’intelligenza, la creatività e la cultura che bisogna rimettere in movimento. Sono evidenti le responsabilità delle classi dirigenti e di quel mondo volgare ed arricchito di cui la tv ci narra i fasti. Ma la sinistra non è innocente. E se vuole riprendere l’iniziativa e uscire da questa stanca rissa tra falsi riformisti e falsi rivoluzionari deve assumere lei il compito (che, del resto solo lei e non la destra può assumere) di creare le condizioni politiche (democrazia, diritti, regole) e sociali (giustizia, partecipazione) cioè quelle condizioni non strettamente tecniche ed economiche senza le quali è impossibile rimettere in moto lo sviluppo delle forze produttive. Altrimenti si rischia un vero e proprio crak del sistema democratico.
E una scelta difficile perché riguarda la struttura dei poteri (i misteriosi poteri italiani che sono più forti dello Stato) oltre che la redistribuzione delle risorse. Il che conferma che abbiamo bisogno di un partito certamente articolato ma che sia un partito vero. Con una testa che esprima una volontà e una strategia non un confuso movimento. Un partito insediato nella società e capace di dare ad essa una nuova “forma”. Quale forma? L’idea i fondo è molto semplice. La cultura economica del nuovo partito sarà tanto più aperta al mercato e alla libera impresa quanto più farà leva sul fatto che l’avvento della cosidetta economia post-industriale e della società dell’informazione richiede e, al tempo stesso, esalta risorse di tipo nuovo, non solo materiale: risorse umane, saper fare, cultura, creatività, senza di che la tecnologia serve a poco. Insomma fare emergere l’altra possibilità insita nel post-industriale, e cioè il fatto che una nuova coesione sociale può diventare lo strumento più efficace per competere. Ma il nuovo partito non vivrà se non sarà il portatore di una più alta visione etico-politica, se non sarà percepito come la guida degli italiani che si incamminano lungo le vie del nuovo mondo.
Alfredo Reichlin
Roma, 5 febbraio ‘09.
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giannicuperlo il 13/2/2009 alle 12:43 | |
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DUE COSE.
Pubblicato il 5 febbraio 2009Non assegnata
Ormai gli intervalli tra i post sono troppo lunghi e questo non va bene. L’unico colpevole sono io ma per correggere l’andazzo penso sia giusto tornare a uno stile più sobrio. Intendo che non sempre l’intervento dev’essere meditato e su questioni di grande rilievo. Può anche darsi la scelta di chiosare vicende meno “alte” o fatti di cronaca o letture del giorno. Ve lo dico per tempo così da non incorrere nelle critiche successive. Oggi però dobbiamo riparlare di una cosa seria. Forse di questi tempi la più seria di tutte.
Eluana Englaro ha raggiunto la clinica di Udine dove potrebbe avere termine il suo dramma infinito. Come sapete c’è una sentenza della Cassazione (sentenza definitiva) che abilita la struttura sanitaria che la ospita a sospendere la nutrizione e idratazione artificiali cui il corpo di Eluana è sottoposto da molti anni. Tanto si è detto sull’argomento e tanto si dirà. Di quella giovane donna ospedalizzata da 16 anni e più hanno parlato i genitori, gli amici, i medici curanti. Sull’altro fronte c’è il tema delicato del diritto. Il governo in queste ore starebbe valutando l’opportunità di un decreto legge col solo obiettivo di bloccare l’applicazione della sentenza. Dopo la circolare Sacconi (primo strappo gravissimo) si aprirebbe un conflitto istituzionale con il potere esecutivo che si mette di traverso al deliberato di un potere autonomo (quello giudiziario). Trovo questa ipotesi irricevibile, irresponsabile, scandalosa. Scorro le agenzie del mattino (ora, mentre scrivo). Leggo le dichiarazioni di esponenti autorevoli della maggioranza. Gli occhi cadono su parole dure, “Boia. Barbarie disumana. Omicidio”. Inutile invocare pacatezza, rispetto, sobrietà. Siamo scivolati su un terreno che nessuno può dire di conoscere fino in fondo. Ma la politica non può restare cieca di fronte alla ferita che alcuni vorrebbero infliggere allo stato di diritto, alla legalità e alla democrazia. Dal mio punto di vista (ma è il mio, lo so) c’è anche un vuoto pauroso di umanità proprio da parte di chi parla di un atto (l’applicazione di quella sentenza e di una volontà soggettiva) che sarebbe pervaso di un nuovo pericoloso antiumanesimo. Spero che il governo non compia una scelta che segnerebbe in negativo la storia del Paese. Ma se lo dovesse fare credo che la reazione di chi dissente dovrà essere netta, forte, inequivoca.
Ieri l’altro ho votato in Aula alla Camera la riforma della legge elettorale europea. Quella che alza lo sbarramento al 4 per cento. Al mattino, nell’assemblea del gruppo Pd, mi ero astenuto sul merito della proposta. Intervenendo nella discussione avevo spiegato le mie preoccupazioni. Ho riconosciuto la coerenza di una posizione (la nostra) che da sempre ha sostenuto la linea di una soglia di accesso (al 3 per cento) col mantenimento delle preferenze. Ma ho anche detto che le riforme delle regole elettorali non sono mai un disegno astratto. Unicamente teorico. Hanno sempre una profonda ricaduta politica. E quindi vanno considerate, oltre che nella loro intima e tecnica coerenza, anche per l’impatto che producono. Il contesto entro cui si collocano. Le reazioni destinate a suscitare. Ho aggiunto che meno di dieci mesi fa circa tre milioni di italiani hanno espresso un voto ma sono rimasti esclusi dalla rappresentanza nel parlamento nazionale. La responsabilità di ciò è naturalmente, e in primo luogo, delle forze che quegli elettori hanno votato. Ma ciò non toglie che sarebbe stato logico chiedersi se era davvero logico, nella crisi evidente di quelle formazioni (parlo della sinistra in primis), rendere adesso più difficoltoso il loro approdo con una propria rappresentanza nel Parlamento di Strasburgo. L’ho detto riferendomi anche al contesto sociale nel quale ci troviamo e alla necessità di non sospingere quelle componenti verso una deriva di tipo più radicalizzato o estremistico. Detto ciò ho riconosciuto che la mediazione conseguita (sul merito) era quella nota (il 4 per cento più le preferenze) e ho solo chiesto qualche garanzia sulla possibilità di rendere meno complessa per le forze più piccole la presentazione delle liste. Mi spiego. Se noi alziamo la soglia (al 4) è chiaro che stimoliamo le formazioni minori ad aggregarsi e dunque a presentarsi con un simbolo nuovo. In questo caso (la meccanica è complessa ma semplifico) viene richiesta la raccolta (per sottoscrivere la lista) di tot firme. Non poche. Tra le 30 e le 35 mila per ogni circoscrizione, con l’obbligo di raccogliere almeno il 10% (delle 30 mila) in ciascuna regione. Nelle regioni molto piccole questo dato non è semplicissimo da raggiungere. Per cui il Testo unificato (licenziato a ottobre dalla prima commissione della Camera) aveva già previsto una sostanziale riduzione del numero di firme necessario. Ho chiesto di riapplicare quella norma per non dare l’impressione di un accanimento contro i più piccoli. Altra questione riguarda le ricadute della riforma.. C’è chi dice che stavolta il voto utile potrebbe favorire le forze minori e chi pensa che aiuterà i partiti maggiori. Non lo so. E sinceramente mi interessa poco. Avevo i dubbi che vi ho riassunto (e un paio d’altri sulle possibili ricadute negative del tutto sul futuro delle amministrazioni locali) ma mi sono limitato a riassumere, dal mio punto di vista, i contorni della questione. Poi si è votato in Aula e mi sono attenuto all’indicazione del gruppo. Vi racconto tutto questo perché dalla lettura dei giornali sembra che si sia consumato uno scontro aspro (che non c’è stato) con vincitori e vinti. Moderati e ultrà. Confesso che sono anche un tantino stanco. Personalmente non ho fatto interviste o rilasciato dichiarazioni sul punto prima della riunione del mio gruppo. Manco sul blog ho voluto scrivere come la pensavo. Ma se poi ogni volta che si discute (nelle sedi deputate alla discussione) tutto viene tradotto in una sfida all’Ok Corral ci ritroveremo per forza a dare l’immagine di un partito confuso e litigioso. Discutere, ascoltarsi, ragionare non è sinonimo di confusione. Ma è (continuo a pensare) la linfa della politica. Almeno spero.
Buone cose
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giannicuperlo il 5/2/2009 alle 11:45 | |
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IL MIO VOTO SU COSENTINO.
Pubblicato il 31 gennaio 2009Non assegnata
Oggi (venerdì) su l'Unità è uscita un'intervista di Claudio Fava. Ho risposto con un articolo che esce domattina (sabato) sul Riformista. Mi è parso giusto scriverlo anche per spiegare le ragioni del mio voto alla Camera sulla richiesta di dimissioni del sottosegretario Cosentino. Lo riproduco qui sotto. Conoscendovi (a voialtri frequntatori del blog) immagino che diversi non saranno d'accordo. ma tengo a dirvi (per quel tanto di confidenza che si è stabilita tra noi) che credo molto nelle cose che leggerete. Buone cose.
"In un’intervista concessa ieri a l’Unità il segretario di Sd, Claudio Fava, ha spiegato che il voto di astensione di un certo numero di deputati del Pd sulla mozione che invitava alle dimissioni il sottosegretario Cosentino rappresenta la “prova certificata” di un “baratto che sta devastando le istituzioni”. Quello tra la modifica della legge elettorale per le europee e una soglia ben più preziosa che è la lotta alla mafia. Le parole di Fava mi hanno offeso profondamente e sono, a mio parere, sbagliate. Lo sono in sé. Ma tanto più lo sono essendo egli un leader politico e il segretario di un partito. Provo a dirne le ragioni. Sono tra quanti ha scelto nel voto su quella mozione la linea dell’astensione. L’ho fatto dopo averne letto il contenuto e aver ascoltato la discussione in Aula. Nel testo si fa riferimento alle circostanze (nello specifico le deposizioni di alcuni pentiti) riportate da un’inchiesta pubblicata dal settimanale L’Espresso il 9 ottobre 2008. La stessa mozione riconosce che la chiamata in correità non costituisce in sé né una prova né una condanna. Ma è tuttavia significativo, prosegue la mozione, “che la procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli abbia – secondo quanto si apprende dalla stampa – iniziato un procedimento penale nei confronti dell’onorevole Cosentino”. Mi permetto di sottolineare quel, “secondo quanto si apprende dalla stampa”. Ricapitoliamo. Il sottosegretario Cosentino è un uomo politico “discusso”. Di lui si parla come di “un esponente colluso con la sanguinaria cosca dei Casalesi”. La “stampa” riporta le dichiarazioni di alcuni pentiti (quattro o cinque). Il governo, per parte sua, dichiara in Parlamento che Cosentino non solo non ha (ancora) subito per quelle accuse un rinvio a giudizio ma non ha ricevuto un avviso di garanzia e neppure risulta iscritto nel registro degli indagati. Nulla. Il Parlamento che fa? Prendendo atto della denuncia di alcuni organi di stampa e in assenza di atti specifici della magistratura e tanto meno di una o più sentenze di un tribunale ne vota le dimissioni. Più precisamente vota un invito alle dimissioni. Personalmente credo nello Stato di diritto anche come garanzia nella lotta per la legalità. Lo considero un principio irriducibile. Credo anche nella lotta politica. Dura, esplicita. Una cosa è combattere la destra e i suoi esponenti sul terreno dell’etica e del consenso, motivando le responsabilità del governo sul fronte del contrasto alle mafie e la stessa responsabilità che si assume tenendo al suo posto il sottosegretario Cosentino. Altra, del tutto diversa, è piegare il Parlamento a una logica dove le inchieste o rivelazioni di un giornale precedono le sentenze della magistratura e incidono sul comportamento delle istituzioni. Penso al precedente. Penso alla possibilità di delegare a singoli giornalisti, o alla proprietà dei giornali e dunque al potere finanziario di alcuni, la responsabilità di assolvere o condannare un esponente politico. Penso a quale sbrego istituzionale si determinerebbe. Ecco perché mi sono astenuto. Non per assolvere a priori l’onorevole Cosentino. Mi sono astenuto perché non voterò mai un atto formale che fa discendere la condanna di un cittadino non già dall’autonomia della politica o dal pronunciamento di una corte di giustizia ma dall’inchiesta di un cronista. Mi si può rispondere che non di una condanna si trattava ma di una valutazione politica. Non è comunque un buon modo di risolvere la questione. Sulla politica ho già detto. Potrei aggiungere, sul voto specifico, che trattandosi di reati così gravi diverso sarebbe stato il caso di un intervenuto avviso di garanzia da parte di una procura, cosa che il governo ha smentito esistere. Altra cosa però – oggettivamente – è un atto parlamentare che fa discendere dalle dichiarazioni di pentiti o da notizie su singole inchieste tuttora in corso conclusioni rilevanti sotto il profilo della natura della istituzione coinvolta (in questo caso il Parlamento). Sono valutazioni con le quali si può consentire o dissentire. Quel che non si può fare è liquidare il tutto come lo scambio immondo tra la lotta alla criminalità e l’interesse contingente per una correzione della legge elettorale. Tanto più (e parlo naturalmente per me) che su quest’ultimo punto sono tra quanti nutre più di una riserva sulle modalità e sul contenuto del patto che dovrebbe condurre a giorni a modificare la legge elettorale per le europee. Ma di questo, casomai, parlerò altrove, e prima di tutto nelle sedi deputate del mio partito e del gruppo parlamentare a cui appartengo. Resta la ferita di una violenza verbale che lascia interdetti. Io non sono un leader politico come Claudio Fava. Sono un funzionario di partito che attualmente siede in Parlamento. Ma infine, credo di essere un uomo perbene. Che può sbagliare anche tre volte al giorno ma che sa distinguere tra il valore di legalità e democrazia e gli interessi di parte. Spiace doverlo scrivere."
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giannicuperlo il 31/1/2009 alle 0:7 | |
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PD. COSI' NO, MEGLIO UN CONGRESSO.
Pubblicato il 14 gennaio 2009Non assegnata
Potrei cavarmela con una battuta. Ricordare che alla direzione del 19 dicembre mi ero permesso di dire che fissare la Conferenza programmatica a marzo era un po’ tardi. E che la qualità e mole dei problemi davanti a noi consigliava di anticipare quell’appuntamento. Ma la riunione si era chiusa con un orientamento preciso: Conferenza nazionale fissata per il 14, 15 e 16 marzo. Ieri il Coordinamento del Pd si è riunito e ha deciso uno spostamento. Non più una Conferenza di tre giorni a marzo ma una di due ad aprile. Il 17 e 18 per la precisione. Il primo weekend dopo Pasqua e a poche settimane dall’avvio formale della campagna elettorale per le amministrative e le europee. Che dire? Due cose vorrei dire (su questo piccolo spazio) ma due cose nelle quali credo e alle quali tengo.
La prima è che considero questa decisione sbagliata e incomprensibile. Voi direte, “ma è solo una questione di date, perché tutta questa enfasi?”. Perché non è solo una questione di date. Ecco perché. Noi (tutti noi) abbiamo sotto gli occhi una situazione (come dire?) “problematica”. L’anno vecchio si è chiuso intorno al tema di fondo: “come rilanciare il progetto del Pd”. L’anno nuovo si è aperto sotto un altro segno (e un altro tema): “cosa viene dopo il Pd”. Non è una differenza banale. Vuol dire che le difficoltà che stiamo incontrando sono giunte al punto di dettare un’agenda diversa. Un altro ordine del giorno. Dove in discussione non è più e soltanto la reazione da avere nei confronti di singole emergenze (Napoli, l’Abruzzo, le inchieste o il modo di organizzare il campo delle opposizioni), ma la possibilità che pezzi (piccoli o meno piccoli) del nuovo partito prendano atto che l’operazione così come era stata pensata non ha un futuro. Viene da qui l’ansia (spesso strumentale) per il prossimo risultato elettorale di giugno. E le domande conseguenti su quale sarà (nel caso) la soglia di sopravvivenza del progetto. Veltroni ha ragione a dire che un disegno ambizioso (come è il Pd) non dipende da una singola performance elettorale. Ma il punto non è qui. Il punto (a me pare) è capire da dove origina questa nostra condizione di straordinaria difficoltà. Se soltanto dall’eccesso di polemica interna (come alcuni ripetono) o da nodi non risolti del processo costituente. In altre parole dal profilo, dall’identità, dal modo e dai contenuti che tutti insieme abbiamo dato (e più spesso “non abbiamo dato”) a questo disegno ambizioso. Qui era e resta il problema. Nel fatto che non siamo (ancora?) un partito. Che su questioni decisive (da ultimo la politica estera) convivono posizioni che definire distanti è un eufemismo. Nella scelta (a mio parere profondamente errata) di rinviare sine die un confronto serio, profondo, sulle ragioni e sulle prospettive di questo partito. Per mesi ci è stato spiegato che le cose andavano per il meglio e che il sole sarebbe tornato a splendere non appena avessimo smesso di farci del male da soli. Purtroppo non è così. La situazione è seria. E’ grave. E temo non serva affatto rinviare una volta di più una discussione di verità dove le differenze emergano alla luce del sole, nella trasparenza. E dove si chiariscano i caratteri del futuro partito, superando le ambiguità che tuttora ci sono e che rallentano paurosamente l’affermarsi dell’idea di fondo: l’unione di culture e storie diverse. La realtà è che da molto tempo (da anni) noi, ciascuno prima di oggi nelle rispettive famiglie, fingiamo che le cose non stiano così. E accantoniamo (in nome di continue e successive emergenze) un confronto strategico. Ma questa tattica del rinvio (o della rimozione) ci ha portato sino qui e io non penso affatto che insistere sullo stesso sentiero sia indice di saggezza o di mero buon senso. Ecco perché non capisco una soluzione che di fatto riduce la Conferenza di primavera a una buona kermesse pre-elettorale, dando (immagino) appuntamento a tutti coloro che credono necessario un chiarimento politico al congresso del prossimo autunno. Non so dire che scenario avremo davanti nel prossimo autunno. Mi auguro con tutto il cuore che sarà migliore di quello attuale. Ma resta il nodo: che i problemi squadernati davanti a noi richiedono una presa d’atto ora, subito, degli ostacoli da superare. E allora, per quanto mi riguarda, mi pare giusto dire cosa a mio avviso sarebbe giusto fare: prendere atto che la situazione così com’è non è sostenibile. Convocare la Direzione del Pd (meglio ancora l’Assemblea Costituente Nazionale) e convocare ora, subito, un Congresso. Un Congresso vero. Dove si misurino (se vi sono) linee e piattaforme politiche. Dove si chiarisca la natura e l’anima di questo Partito. Dove si compiano le scelte fondamentali (anche nella forma organizzativa) finora rinviate. Dove si corregga (finché siamo in tempo) ciò che va corretto. Dove si confermi (o si cambi se ci sarà chi lo propone) una leadership che abbia nuovamente l’investitura e la credibilità necessaria per guidare la fase che si è aperta. Ecco, questo farei (nel mio piccolo). Per rispetto delle persone che ci hanno creduto (nel Pd) e che tuttora ci credono. E per rilanciare davvero la scommessa più difficile ma anche più entusiasmante di questi anni.
La seconda cosa che voglio dire (e che alla prima è collegata) è questa. Ancora oggi (lo fa Franceschini nella sua intervista su Repubblica) torna un modo di ragionare che suona più o meno così. “L’Italia è travolta da problemi seri. La crisi economica, le buste paga che si assottigliano. Le famiglie in angoscia per il loro futuro prossimo. E poi la guerra, l’Alitalia, il federalismo, la giustizia…..dinanzi a tutto questo la gente normale che ci vede (a noi del Pd) dividerci e litigare ci piglia per matti”. L’avete sentito questo modo di ragionare vero? E non una volta sola, ma infinite volte. Faccio l’avvocato del diavolo di me stesso: e aggiungo, “e tu, a fronte di questo vizio tipico della sinistra (discutere di sé e del suo ombelico mentre tutt’intorno il mondo sta crollando), tu ci metti pure la proposta di un Congresso? Ma allora vuoi proprio il “male” della famiglia cui dici di appartenere?”. Eh No. E’ proprio qui che non ci sto più. In questa logica di ricatto. “Fuori piove e tuona (grandina persino) e allora occupiamoci del tempo di fuori che a noialtri ci penseremo dopo”. Posso sbagliare naturalmente, ma in questo modo di ragionare io trovo oramai una delle cause di fondo dei nostri problemi. Perché è proprio il fatto che non facciamo una discussione vera e chiarificatrice su di noi (e sulla nostra politica) che rende meno forte la nostra azione. Meno credibile la nostra offerta di soluzioni e risposte. Mettere in chiaro che cos’è questo partito e dove vuole andare, cosa lo tiene unito e cosa lo rende un soggetto forte (nel senso di radicato) nella storia italiana ed europea dei prossimi anni, questa riflessione è oggi vitale per essere quotidianamente all’altezza delle attese di chi ha creduto nel progetto. Per poter rispondere ai drammi di milioni di persone investite dalla crisi. E per prepararci al meglio alla campagna elettorale (difficile) di giugno. Quindi non un gioco a perdere, ma esattamente l’opposto. Fingere che non sia così, parlar d’altro, rinviare all’autunno questo chiarimento di fondo, imputare alle divisioni d’antan (o anche attuali) i limiti evidenti della fase attuale, a me pare solo un modo per mettersi dei tappi nelle orecchie e fingere di non sentire l’appello (diffuso) a fare qualcosa. Ad assumerci, ciascuno per la sua parte, le proprie responsabilità. Ecco, più o meno la penso così.
Buone cose.
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giannicuperlo il 14/1/2009 alle 16:19 | |
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ANCORA SU GAZA.
Pubblicato il 6 gennaio 2009Non assegnata
Una nota (spero rapida) e un rinvio.
La prima è sulla guerra di Gaza. Alcune cose lo ho già scritte, altre le avete aggiunte voi. Ma insisto. Insisto soprattutto alla luce della lettura dei giornali e di un clima che non capisco. Vediamo cosa unisce nel giudizio più o meno tutti (maggioranza e opposizione e tanti altri). La responsabilità primaria della tragedia in atto ricade su Hamas. Ha rotto unilateralmente la tregua. Minaccia e colpisce Israele col lancio continuo di razzi che hanno causato vittime tra i civili. Nega il diritto di Israele a esistere e ne teorizza la distruzione. E’ un movimento fondamentalista che fa delle azioni terroriste e suicide una prassi di fede e militanza. A questo punto si introduce una prima differenza di valutazione. Da un lato c’è chi sostiene che questo movimento politico gode oggi del consenso di una parte rilevante del popolo palestinese. Ha vinto le elezioni sconfiggendo l’ala moderata di Fatah e governa la striscia di Gaza. Annovera alcune decine di migliaia di militanti armati e mantiene un radicamento vero in una popolazione stremata e che si sente mai come oggi a rischio. Ne consegue che se si vuole bloccare la guerra in corso (che sta producendo centinaia di morti, civili donne bambini…) è necessario (ripeto, necessario) che intervenga una tregua condivisa dalle parti (Israele e Hamas) e garantita da una forza terza (la comunità internazionale, l’Onu, una forza di presidio sul terreno secondo il modello sperimentato in Libano due anni fa….). Ma, e si tratta di un “ma” assai pesante, c’è chi obietta che questo ragionamento non vale. Perché il punto non è il consenso raccolto da Hamas sul piano politico e persino elettorale. Anche Hitler godeva di parecchio consenso e proprio sulla base di quello ha dannato il Novecento. Per cui se Hamas non muta radicalmente opinione su Israele e su diverse altre questioni ogni trattativa coi suoi capi è priva di logica, fondamento, prospettiva. Questa posizione riscuote dalle nostre parti (in Italia intendo) un seguito notevole. Non è la posizione della Francia (per dire) o dell’Egitto. Ma qui da noi (insisto) è una linea che viene descritta sui giornali come origine dell’isolamento politico di chi (come ha fatto ieri sera D’Alema a Matrix) offre una lettura diversa. E dice che il punto non è parteggiare per l’una parte o per l’altra ma (dopo aver detto con chiarezza della follia politica di Hamas) riconoscere le responsabilità di ciascuno e porsi nella condizione di favorire uno sbocco, uno sviluppo. Perché la tregua (lasciamo stare il termine “pace” che è di là da venire), una tregua dicevo si può raggiungere solo se qualcuno si assume la responsabilità (avendone l’autorevolezza) di convincere le parti a fermarsi. A me pare una posizione di buon senso. E però mi chiedo: ma se invece avessero ragione gli altri (tutti gli altri) che dicono che con Hamas non si tratta e che la reazione del governo israeliano è pienamente giustificata, che non c’è stata alcuna sproporzione nella risposta militare messa in campo, e che Tzipi Livni ha perfettamente ragione a dire che a Gaza non c’è alcuna emergenza umanitaria, e che Hamas è come Hitler….ecco se avessero ragione loro (tutti loro) cosa si dovrebbe fare? Cioè cosa sarebbe giusto aspettarsi dai prossimi giorni? Cosa dovrebbero auspicare coloro che la pensano così? La distruzione di Hamas? La possibilità di eliminare una forza (un soggetto politico, un movimento popolare) che va stroncato ora (ed è già molto tardi) prima che riesca a emulare le mosse (e le azioni) del nazionalsocialismo? E’ questo che si dovrebbe fare? Oppure a un certo punto, ottenuta una vittoria schiacciante sul campo (di Gaza) il governo Olmert dovrebbe fermarsi considerando l’esito raggiunto sufficiente a dissuadere altri arabi dal seguire la follia di Hamas e delle sue posizioni? E quante vittime (civili e non) sono necessarie per poter dire che questo esito è stato conseguito? E ancora, sbaglia chi ritiene che le morti di oggi (civili, bambini….) segnano la certezza che altre vite (civili, bambini o poco più…) votino la loro esistenza all’odio e alla vendetta? E vadano presto (se non è già accaduto) ad alimentare la fila degli aspiranti terroristi e martiri? Sbaglia chi teme che dopo aver soppiantato Fatah (anche per le colpe di quest’ultimo) Hamas possa essere soppiantato (ma da Al Qaeda)? Cioè da un fanatismo peggiore? Insomma, mentre capisco la ragione (e persino la logica) di chi propone di arginare il dramma in corso e di farlo con un’iniziativa politica seria (che non può che riconoscere i soggetti in campo), non capisco dove possa condurre l’altra posizione, quella di chi difende a prescindere le scelte e le azioni di una parte ma senza indicare uno sbocco, uno spiraglio, una via di uscita. In questo passaggio stretto ci sono governi che hanno assunto delle iniziative e che stanno lavorando per una soluzione (tampone). La Francia è uno di questi. L’Italia No. Il ministro Frattini, intervenendo alla commissione esteri della Camera, ha detto pochi giorni fa che in ragione del rapporto privilegiato del nostro governo col governo israeliano egli poteva garantire che non vi sarebbe stato l’ingresso da terra nella striscia di Gaza. I fatti sono sotto gli occhi di tutti. Ecco, forse la credibilità della politica dovrebbe ripartire anche dal chiedere conto di fatti come questi. Ma non mi pare se ne parli molto. Infine, lo ripeto: magari non servirà a molto ma io vorrei che il mio partito (e altri partiti, e associazioni, e sindacati, e personalità, e giornali….) convocassero una grande manifestazione (veglia, preghiera laica, presidio…) per fermare questa guerra. Insisto, “se non ora quando?”.
Il rinvio è per Antonio del Guercio. Ho letto l’articolo di Pirani stamane su Repubblica. Contiene alcune osservazioni che a me paiono giuste. Altre cose a mio parere andrebbero aggiunte. Vorrei provare a scriverne nel prossimo post. Per oggi mi fermo qui.
Buone cose
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giannicuperlo il 6/1/2009 alle 13:24 | |
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ANCORA SULLA QUESTIONE MORALE.
Pubblicato il 14 dicembre 2008Non assegnata
Dopo il mio post di domenica scorsa (sulla questione morale) ho letto come sempre i vostri commenti e ho ricevuto questa mail. Ho chiesto il permesso di pubblicarla. Mi pare utile (almeno per me lo è stata).
Roma, 11 dicembre 2009
Caro Cuperlo, caro compagno Cuperlo,
belle, bellissime le parole scritte nel tuo blog sulla questione morale o, per meglio dire, il tuo racconto. Io non sono mai stata iscritta al PCI e la mia storia personale è stata, per molto tempo, distante dalla vostra storia. Ma quella comunità che tu descrivi corrisponde esattamente a ciò che io vedevo da fuori, mi verrebbe da dire da lontano (e sarebbe una definizione esatta). Eppure c’è stato un momento in cui persone come me hanno pensato di poter colmare questa distanza, di poter mettere in comunicazione mondi che non si erano mai incontrati prima. Mi sono illusa di poter costruire insieme con voi non una sinistra 'nuova' (che nuovo non esiste!), ma una sinistra 'utile' al paese. Non eravate una sinistra spenta, ma una sinistra confusa! Non avete capito che per tante persone la caduta del muro non significava affatto la fine della storia, ma al contrario la possibilità che la storia si rimettesse a correre. Quel partito nel quale tu hai militato è stato un grande partito perché ha permesso a donne e uomini, altrimenti esclusi, di diventare cittadini. Gianni questa è una cosa enorme! I fallimenti, le cadute, sono parte di una storia, non sono tutto. Non avete capito che insieme con voi c’erano altre persone che vi chiedevano solo di 'prendere' e 'lasciare' da quella storia ciò che era vivo e di restituirlo ai cittadini italiani. A tutti i cittadini italiani: a quelli che c’erano, a quelli che non c’erano, a quelli che erano avversari e, finanche, nemici. Prendere e lasciare dicevo per poi mescolarci per davvero! E invece non avete mai smesso di vedervi sempre uguali a voi stessi. Sempre ex-comunisti vi siete considerati! Io sono convinta che questo sia stato (e continui ad essere!) il Problema, ed è valso tanto per voi dirigenti quanto per i militanti nelle sezioni. Ora ti racconto, quando mi sono iscritta al PDS ho detto subito a tutti che non venivo dal PCI, non venivo nemmeno da una storia di sinistra, semplicemente non venivo da nessuna storia (3/4 della popolazione meridionale non viene da nessuna storia politica). Lo avevo fatto per chiarezza, mi sembrava giusto e onesto dire chi ero. Tuttavia avevo l’impressione che nessuno lo avesse compreso, e il dubbio diventava certezza quando (ad esempio) mi veniva chiesto che fine avessero fatto compagne e compagni che io, oggettivamente, non potevo conoscere!!! Perché avevo 10 anni quando loro frequentavano la sezione, perché abitavo in un altro quartiere, perché mio padre era un appuntato dei carabinieri e la sinistra la poteva vedere, più o meno, come il fumo agli occhi. Niente! Non c’era niente da fare, fatica inutile. In questi anni mi sono sentita, più o meno, una militante fantasma! Esserci o non esserci non cambiava nulla. Sai quante volte ho detto, nei congressi di sezione, che non era un ‘merito’ ma nemmeno una ‘colpa’ non essere stata iscritta al PCI e che però difendevo l’idea di voler costruire un partito con voi. Gianni ho detto con voi e non con altri, perché la libertà nonè tenere insieme tutto, la libertà è scegliere. Anche perché non ci sono tutti questi riformismi da mettere insieme nella società, almeno io non li vedo. Ciò che vedo sono, piuttosto, pezzi interi di società che non ci riconoscono più ed altri che, purtroppo, non ci hanno mai conosciuto (e mai ci conosceranno se continua così!). Ma non capite che la storia, o per meglio dire, la cultura politica da cui provenite serve ancora all’Italia? Cambiata, modificata, ma non lasciata all’oblio di chi si sente 'figlio di un dio minore'. Se proprio non sapevate come fare avreste potuto dire agli italiani: Cari concittadini, noi comunisti italiani siamo arrivati fin qui. Per il bene e pure, qualche volta, per il male abbiamo rappresentato un pezzo importante della vita di questo paese. Ora non possiamo più andare avanti da soli, ma questa storia non è nostra e non possiamo disporne, perciò abbiamo deciso di restituirla a tutti voi. Chi vorrà potrà contribuire alla nascita di un nuovo Partito di Sinistra, democratico e socialista, partecipando alle Primarie delle Storie. Si! Le Primarie delle Storie per mettere insieme prima di tutto le vite delle persone; per costruire un movimento di popolo che possa trovare in un partito il luogo per dire chi è, e qual è la sua direzione di marcia. Ecco, mi sarebbe piaciuto che questo, o qualcosa di simile, fosse accaduto per potervi aiutare a non sentirvi più figli di un dio minore, per non sentirmi a mia volta esclusa, e perché solo il giorno in cui voi non vi sentirete più in una condizione di soggezione l’Italia cambierà per davvero.
Buone cose Gianni, buone cose a tutti noi,
Carolina Calicchio
Buone cose a Carolina. E' una lettera molto bella (secondo me). (....e se potete continuate a far firmare la lettera-appello sul futuro del Pd: http//www.perripartire.ilcannocchiale.it e il gruppo "per ripartire" su Facebook).
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giannicuperlo il 14/12/2008 alle 16:21 | |
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SARO' BREVE.
Pubblicato il 5 dicembre 2008Non assegnata
Lunga assenza, ma come ho scritto in un commento all’ultimo post la settimana è stata più complicata del solito. I temi non mancano, anzi direi che abbondano e io rischio di cadere nel vecchio vizio di propinarvi un romanzo. Poi voi mi criticate. Poi io ci resto male. Per cui (come si diceva una volta in sezione) “sarò breve!”. Dovevo un paio di risposte (e da giorni).
La prima a Carlo che mi chiedeva come ho votato all’emendamento dell’Italia dei Valori sulla modifica dei rimborsi elettorali. Ho votato contro. La ragione è che non mi pareva giusto negare con effetto retroattivo un rimborso a liste e partiti che hanno affrontato nel 2006 le spese per la campagna elettorale. Certo, la legislatura è durata solo due anni e il rimborso è spalmato sui cinque anni previsti. Ma quelle risorse sono state investite e non trovo logico, in ragione dello scioglimento anticipato delle Camere, privare le casse di quelle forze di un rimborso a loro dovuto sulla base del meccanismo che prevede una quota (di rimborso appunto) per ogni voto ricevuto.
Ad Antonio Del Guercio (di cui ho condiviso il commento) devo dire che non so se la locanda Cjubei esiste tuttora. Però so che ci sono molti posti simili (con storie simili da raccontare).
Mi hanno fatto piacere i commenti del circolo Obama a sostegno dell’appello promosso da Ignazio Marino sul testamento biologico. Per quel che conta ho cercato di dare una mano a Ignazio. L’iniziativa ha avuto un impatto (e un successo) notevoli. Sono state raccolte oltre 20mila firme. Si può aderire al sito www.appellotestamentobiologico.it. Fatelo in tanti. Grazie
il commento 282 di valeriox mi trova sostanzialmente d’accordo. Sui ritardi del nostro sistema educativo ci siamo dilungati a lungo. E’ interessante il suo riferimento ai brevetti (anche in questo siamo agli ultimi posti in Europa) e sulle storture di un sistema del credito che “non autorizza la nascita di imprese dal basso…”. E’ vero. Ed è uno dei nostri problemi di fondo. Mi ha sempre colpito la parabola di aziende (direi, multinazionali) come Starbucks o Pizza Hut (con fatturati miliardari) e che vendono di fatto the italian way of life. L’idea di costruire una catena di negozi dove smerciare il nostro cappuccino è venuta a un giovanotto di Seattle (la città di Bill Gates…..lì abbondano i tipi intraprendenti) che, dopo una vacanza in Italia, ha intuito le potenzialità del business. La differenza coi nostri lidi è che (magari non adesso che la crisi incalza ma prima sì) in America il campo dei venture capital (chi investe soldi propri in una buona idea imprenditoriale consapevole che ne trarrà utili adeguati), ecco quel campo è paurosamente deserto. E se tanto tanto ti viene un’idea geniale devi preoccuparti di ipotecare la casa di famiglia per uno start up iniziale. L’altro corno del problema credo sia nella difficoltà a stabilire legami più seri tra le università e le imprese (non per sacrificare ovviamente la ricerca “pura” ma per alimentare quel sistema virtuoso tra ricerca e produzione che da noi storicamente latita). Un po’ per il timore delle imprese (familiari) di allargarsi troppo e di dover cedere il bastone del comando ad altri. Un po’ perché non sempre le università sono all’altezza.
È tornata la “questione morale”. O magari non se ne era mai andata del tutto. I giornali dedicano spazio alle nuove vicende. Intercettazioni, giunte traballanti, la tragedia di Pianura, e la politica di nuovo sotto scacco. Come da molto tempo. Questa settimana hanno colpito (almeno me) le parole del presidente Napolitano e l’intervista al Corriere di un decano come Zagrebelsky. Toni allarmati. Giudizi severi. Personalmente ho fiducia nel mio Partito. Nella sua leadership e nella sua classe dirigente diffusa. Ho la sensazione che però si debba ragionare a fondo su questi fenomeni. Risalendo la corrente della cronaca per concentrarsi sulle cause (almeno alcune). Non è vero che non vi sia chi non abbia scritto (e con estremo rigore) sull’insieme di questi problemi. Qui da noi, per dire, lo fa da tempo Mauro Calise. Mauro è un politologo che ha ripreso in alcuni suoi lavori le analisi di Katz e Mair (anch’essi studiosi dei fenomeni politici). Vado a memoria e riassumo (malamente). In tempi recenti avremmo assistito (non solo in Italia ma nelle democrazie contemporanee) a quel fenomeno che va sotto il nome di “statalizzazione dei partiti”. Tradotto significa che la politica (e chi la fa) sempre di più colloca la propria azione (e di conseguenza il proprio status e reddito) dentro il circuito delle istituzioni. Non fuori da esse. Se guardiamo alla nostra esperienza, tra le ricadute del fenomeno vi è una ricerca insistita di un ruolo dentro quella dimensione e a seguire una ferma volontà di non uscirne una volta entrati. L’effetto finale è una coazione a ripetere dove ai partiti spetta un ruolo via via residuale. Sulla carta selezionano (o dovrebbero selezionare) la classe dirigente (delle istituzioni appunto), ma nei fatti vedono sfuggirsi progressivamente questa prerogativa mentre il ceto politico (rigorosamente collocato ai diversi livelli istituzionali) concentra su di sé, nel bene e nel male, l’attenzione pubblica e l’esercizio più o meno esclusivo del potere. Se capisco bene questo riduce gli spazi per una circolazione del sangue (nel senso del ricambio di quel ceto) e finisce col rendere anche meno forti gli anticorpi nei confronti di possibili fenomeni degenerativi. In sintesi direi così: massimo rigore nel valutare i casi (soprattutto quando riguardano noialtri); principio del massimo garantismo ma distinzione tra quest’ultimo e la categoria dell’opportunità; definire una volta per tutte il modello di democrazia verso il quale tendiamo (che ruolo spetta ai partiti?) e su quella base fissazione di procedure e forme diverse dalle attuali per la selezione delle classi dirigenti (almeno per la politica). Non è facile, lo so. Ma avrebbe un senso.
Con 54 deputate e deputati del Pd ho sottoscritto un appello in vista della direzione del 19 e della Conferenza programmatica di febbraio. Mi pare un buon testo. Se vi va di leggerlo lo trovate al seguente indirizzo: www.perripartire.ilcannocchiale.it
Buone cose
| inviato da
giannicuperlo il 5/12/2008 alle 18:56 | |
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